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se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

Archivi per il mese di “settembre, 2012”

Tolkien e l’Oxford English Dictionary 1/ Dopo la guerra

Al termine della prima Guerra Mondiale molti reduci e molti uomini di pensiero tra di loro continuarono a pagare un dazio irrisarcibile all’orrore conosciuto sul campo di battaglia e spartito magari con amici caduti, sfigurati o menomati a vita. Umanamente il tempo si era come rappreso, condensato in attimi mai più cancellabili. La maggior parte di loro impiegò anni, tempo fisico e psicologico, memoria e parole a vivisezionare l’orrore delle trincee, rimpiangere il mondo di ieri, a spiegare in tono dolente come nulla sarebbe più stato come prima. Ne scaturì un’età di incertezze, dilemmi, inquietudini furori malcelati e sensi di colpa. L’occhio che aveva contemplato l’abisso, si disse ma lo si dirà più volte in seguito, non avrebbe avuto più la luce interiore sufficiente per guardare ad altro.

Una mattina di ottobre del 1918 un ex soldato al momento disoccupato guardava con un misto di entusiasmo e trepidazione i busti in cima alle colonne basse che vegliano la scala che conduce all’interno dell’Old Ashmolean Building ad Oxford. In una mattina grigia e svogliata quelle faccione di classicità decrepita avevano il sorriso delle cose nuove, di un’avventura che iniziava proprio lì, in quelle strade spesso percorse da studente, insieme a una frotta spensierata di coetanei ignari di essere futura carne da macello nel fango della Somme.

La guerra ora sembrava come una storia vissuta ma lontana, alimento dell’esperienza ma parentesi, una pagina scritta per lo più da altri, dove il proprio nome era come una di quelle note scritte in un corpo talmente piccolo da poter essere ignorate. C’era dentro tutti quei fatti lì una portata inestirpabile di verità però, una verità di dolore che in lui rimaneva pur non riuscendo a diventare direttamente letteratura. C’era il rispetto dei morti, il rispetto degli amici. Quella verità di tanti uomini e delle loro speranze di vita, azzerate dalla follia ,altrui doveva comunque essere preservata, isolata, custodita, rinverdita e tramandata. Per cui di fronte a quella scala Tolkien sentiva anzitutto la spinta a dire che l’uomo non era solo quell’ammasso di carni, eroi e traditori, carnefici, disertori e pusillanimi. L’uomo poteva essere altro, contenere e raccontare altro. Aveva ancora modi per ri-dire humanitas come avevano fatto quelle statue quando anch’essere erano state uomini. Non poteva però dirlo senza partire da quell’unità che per lui significava tutto:

 

John Ronald Reuel Tolkien aveva studiato a Oxford all’Exeter College dal 1911 al 1915 sotto la guida di due dei più illustri linguisti e lessicografi dell’epoca: Joseph Wright, professore di filologia comparata e compilatore dell’English Dialect Dictionary, e William Craigie, docente di Antico Nordico e soprattutto redattore dell’English Oxford Dictionary, il monumentale vocabolario della lingua inglese, un’autentica istituzione, di autorevolezza e fama pari al Meridiano di Greenwich o, nel suo campo, al torneo di Wimbledon.

Proprio William Craigie, memore delle qualità dell’allievo, aveva proposto a Tolkien di entrare a far parte dello staff che stava curando la prima edizione dell’opera, il cui avvio  risaliva addirittura al 1857, ma che in quei sessanta anni era proceduta a rilento, avvicendando i curatori e impiegando decine di assistenti col compito di inseguire tra i testi la vita di un’infinità di voci, registrandone usi, variazioni, particolarità, eccezioni.

Decine di assistenti, il lavoro di una vita, una vita segnata da codici, volumi, repertori, manoscritti e prime edizioni a stampa, una vita di carta e carte.

Attraverso le fotografie possiamo entrare ancora oggi nell’atmosfera della Dictionary Room, severa e ascetica come un luogo di culto. Soffitti alti almeno una decina di metri, colonne doriche, essenziali, niente fronzoli. Scaffali sistemati contro una delle pareti laterali e poi scrivanie dovunque, quelle dal lato della finestra con un piano inclinato a raccogliere la luce sui  volumi aperti in bella vista. Gli uomini all’interno come sacerdoti officianti. Giacca e cravatta immancabile, toni di grigio, fumo di Londra, occhiali e barbe. Un parlare rarefatto.

All’epoca, ma nulla sarebbe mutato fino  agli anni ’80 i lessicografi dell’Oed lavoravano su cartoncini larghi quattro pollici e lunghi sei dove appuntavano significati, citazioni ed etimologie. I cartoncini successivamente impilati in ordine diventavano i ma veri e propri mattoni per la costruzione delle voci del dizionario.

L’Oxford English Dictionary non è semplicemente il dizionario più autorevole del mondo, ma è, come spiega l’attuale direttore della titanica impresa, la testimonianza di una smisurata ambizione, quella cioè di registrare tutte le voci in uso nella lingua inglese, dalle più attuali a quelle obsolete. James Murray, colui che alla fine dell’800 riavviò l’impresa diceva non senza una buona dose di orgoglio patrio

Il Dizionario inglese, come la Costituzione inglese, non è la creazione di un singolo, né di un’età in particolare, è una crescita che si è lentamente sviluppata lungo le diverse epoche

Ed è una crescita che oggi viene registrata in maniera ancora più capillare grazie ai motori di ricerca. L’attrezzatissimo robot dell’Oxford English Corpus va inarrestabilmente in giro per cyberspazio a reperire materiale di qualsivoglia genere in lingua inglese per accrescere il patrimonio di citazioni, usi e variazioni che a tutt’oggi ammonta a quasi un miliardo e mezzo di parole.

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Sondaggio Branduardi: classifica finale

Ecco il podio con le tre canzoni più amate del menestrello. Vince, manco a dirlo, Confessioni di un malandrino, subito dietro, a sorpresa, il dono del cervo. Altrettanto sorprendente è la medaglia di bronzo di Se tu sei cielo, che supera di una lunghezza la luna. Più distanziate le altre

Confessioni di un malandrino 35 22%
Il dono del cervo 26 17%
Se tu sei cielo 19 12%
La luna 18 12%
La raccolta 15 10%
Vanità di vanità 15 10%
La giostra 14 9%
Il poeta di corte 14 9%

Philip Pullman sui Grimm: chiarezza e perfezione

Onore a Philip Pullman: il notissimo autore de la trilogia de La Bussola d’oro, capace di slanci immaginativi favolosi e di goffe cadute ideologiche, spiega sul Guardian la sua riscrittura di 50 fiabe dei fratelli Grimm, e lo fa in modo incomparabile, accurato, partecipato, affabile, scientifico: maneggiando con rispetto e cura il materiale ereditato e sfoggiando osservazioni ineccepibili, imperdibili, utilissime per chi voglia assimilare i fondamenti dell’arte di narrare una fiaba.

Eccoli allora, riassunti in poche parole.

1) I personaggi: convenzionali certo, descritti senza alcuna cura per l’interiorità, spesso privi di nome, sembrano figure di un ‘teatro giocattolo’. Piatte non arrotondate. Un solo loro lato è visibile a chi li guarda, ma è l’unico necessario. “Sono descritti in atteggiamenti di intensa attività e passione, cosicché la loro parte nella rappresentazione può essere facilmente letta a distanza. E il racconto è di gran lunga più interessato a ciò che fanno e fanno accedere che alla loro individualità”. Che dire? Applausi

2) La velocità è la “grande virtù” delle fiabe. Una bel racconto si muove alla velocità del sogno da un evento all’altro, fermandosi solo per il tempo necessario e nulla più. Nulla a che fare con la narratriva moderna. Nomi, aspetto, contesto sociale son particolari che rallenterebbero e la fiaba li evita con estrema leggerezza”

3) Il ginepro. Una delle fiabe più belle anche per Pullman. Non migliorabile soprattutto nella parte in cui all’evocazione di un mese corrisponde esattamente un evento, uno sviluppo della gravidanza della madre che aspetta il figlio sotto l’albero: lo stesso dove avverrà la sua risurrezione. Perfetta è anche i Musicanti di Brema: ad ogni frase c’è un avanzamento della narrazione. Non è possibile far meglio.

4) La fiaba non è un testo. Ma è una “narrazione che muta, cresce, può essere stata interrotta da un naso atturato o da un colpo di tosse. Molta gente le ha tramandate così, cambiando di giorno in giorno i particolari e per questo ogni parola porta in sé una storia, una personalità. Chi vuole riscriverle dovrà allora scegliere quel tipo che più si adatta alle proprie inclinazioni narrative: per la commedia, il thriller, la suspense. Una fiaba è in perenne stato di divenire e di alterazione.

5) il giusto ‘tono’. Tendere alla chiarezza. Senza però arrovellarsi troppo. Scrivere questo tipo di storie è una delizia che sarebbe peccaminoso guastare con le proprie ansie. E poi – grandioso – non è “necessario inventare”. La sostanza della storia c’è già tutta, esattamente nel modo in cui la sequenza di accordi in una canzone è a disposizione di un jazzista. Affrontarla dunque con tutta la leggerezza e lo swing di cui siamo capaci.

6) Rispetto e cortesia per lo spiritello che ‘protegge’ ciascuna di queste storie. Libero, irriverente, giovane o vecchio che sia, femmina o maschio. E proteggerà anche chi ne riscrive una. E a chi vi accuserà che ciò non ha senso e che per raccontare una storia c’è bisogno solo dell’immaginazione umana dovrete rispondergli: ‘Certo, ma questo è il modo in cui lavora la mia”. Grande Philip Pullman. Magistrale.

Lo sapevate? Il gatto con gli stivali deve tutto a Shrek

Lo recitava la videata di Sky che si apriva ieri sera durante la messa in onda dell’ottimo cartone del 2011 premendo il pulsante info: ecco a voi le fantasmagoriche avventure del personaggio reso famoso da Shrek. Letterale. Un dato che fa riflettere sul modo di trasmettere contenuti culturali nella civiltà dei media; per cui è più famoso, per un pubblico a digiuno di approfondimenti, un personaggio di certo simpatico, originale e piacevolissimo, ma epigonale e frutto di una creatività recente e che sfrutta intelligentemente quanto l’ha preceduta. E lo fa così bene da renderne inutile non solo la citazione ma addirittura l’esistenza storica.

Attenzione non stiamo parlando di Heidegger, ma di una fiaba che almeno fino a qualche anno fa qualsiasi bambino si sentiva raccontare oppure trovava in qualche libro illustrato. Per tacere delle storiche incisioni da 33 giri, ma quella mi sa tanto essere ormai archeologia nostalgica

E invece no: per catturare un pubblico che si presume – e purtroppo a ragione – capace di orientarsi solo tra riferimenti televisivi e cinematografici, ma comunque relativi alla pura attualità, si fa piazza pulita dello spessore culturale e della storia di un personaggio, della validità in sé di una fiaba che è probabilmente tra le cinque più note e più ritrascritte della storia della civiltà.

Senza fare i folkloristi da strapazzo ed entrare troppo nel dettaglio ecco solo alcuni nomi di favolisti che l’hanno affrontata. Straparola e Basile (i primi narratori di fiabe europei, vissuti nel Seicento, uno lombardo, l’altro napoletano); Charles Perrault (francese, settecentesco e nome notissimo, pensiamo a Cappuccetto Rosso e Barbablu), Ludwig Tieck, poeta e intellettuale romantico tedesco meno noto ma di grande capacità evocativa; e ovviamente i fratelli Grimm che però la espunsero dalla redazione definitiva delle loro Fiabe. Secondo loro era poco tedesca ma questa è un’altra storia…

Tutto questo senza nulla togliere al fantastico Shrek, creatura meravigliosa ma figlia di una civiltà che per parlare del meraviglioso deve rimanere sempre dentro le sue quattro mura senza sporgersi mai indietro dove invece c’è tanto da scoprire e magari da riattualizzare senza far finta di nulla.

La torre dove non osano i critici

In un celebre saggio sul Beowulf, il famoso poema epico in inglese antico, Tolkien contravvenne ad una delle sue massime di vita e scrisse un’allegoria, lui che cordialmente le detestava. Ma detestava molto di più chi fa a pezzi un’opera d’arte perdendone il senso di insieme per andare a caccia di particolari irrilevanti, componenti ed elementi che appartengono più alle interpretazioni che al senso di ciò che si sta analizzando. Perché un’opera letteraria deve parlare come dal futuro. Deve esser studiata certamente nei suoi elementi ma per metterne in luce la capacità progressiva, di ampliare lo sguardo del lettore e dire solo a lui qualcosa di sé che ancora non sapeva. Qui si incontrano filologi (che studiano la parola per liberarne i sensi profondi e produttivi) e fruitori (che quelle parole accolgono per piacere godimento estetico). E da qui si può guardare avanti, dove c’è per Tolkien il mare. Ecco la sua riflessione

Un uomo ereditò un campo in cui si ergeva un cumulo di vecchie pietre, parte di un antico edificio. Alcune di queste pietre erano già state usate per costruire la casa in cui egli viveva, non lontano dall’antica dimora dei suoi padri.
Delle restanti, egli ne prese una parte per costruire una torre. Ma i suoi amici si accorsero a un certo punto (e senza preoccuparsi di salire le scale) che queste pietre in precedenza erano state parte di un edificio più antico.
Così essi gettarono la torre a terra, non senza fatica, per cercare incisioni e iscrizioni nascoste, o per scoprire da dove i remoti antenati dell’uomo si erano procurati il materiale da costruzione. Alcuni, sospettando l’esistenza di un deposito sotterraneo di carbone, cominciarono a scavare per cercarlo, dimenticando anche le pietre.
Tutti quanti dicevano: «La torre è estremamente interessante». Ma dicevano anche (dopo averla rasa al suolo): «Che disordine c’è qui!»
E anche gli stessi discendenti dell’uomo, che avrebbero ben potuto considerare quel che egli era stato sul punto di fare, furono uditi mormorare: «È un tipo così strambo! Pensa, usare queste antiche pietre solo per costruire una torre del tutto insensata! Perché non ha restaurato la vecchia casa? Non aveva il senso delle proporzioni!»
Ma dalla cima di quella torre l’uomo era stato in grado di spingere lo sguardo sino al mare.

E finale si farà

Ecco le magnifiche otto finaliste. se ne possono scegliere tre e per votare c’è tempo fino a venerdì pomeriggio. Accorrete, su venite!

Apprezzare le nuvole

La notizia è che faccia notizia. Sta per essere ufficialmente catalogato un nuovo tipo di nuvola, una formazione di goccioline condensate in cielo assolutamente inedita. Il fatto non accadeva dal 1951 e forse queso è il cuore della novità. Non più solo cirri, nembi, strati e cumuli. Adesso pare ci sarà anche l’onda increspata. Consistente, anche minacciosa, dominante nel cielo. Lo è talmente che la società inglese ‘per l’apperezzamento delle nuvole” (anche se appreciation in inglese non è sovrapponibile al significato nostrano, potrebbe non includere la positività del vocabolo italiano) ha chiesto all’Onu di inserire la nuova conformazione nel Cloud Atlas, altro strumento di cui credo il 99% degli umani ignorava bellamente l’esistenza.

Ma tant’è ogni volta che qualcuno alza lo sguardo verso l’alto diminuisce anche se di poco il cinismo che accompagna le nostre giornate e che ci sia una società di oltre 30.000 iscritti che per passione e interesse lo fa sistematicamente ci fa sentire meno strani quano qualcuno ci accusa di avere la testa tra le nuvole.Potremmo sempre rispondere che lo facciamo per obbedienza a uno statuto…

 

Sondaggio Branduardi: risultati II semifinale

Vince il ‘classico’ in questa seconda semifinale. Ecco i risultati definitivi. Passano le prime quattrro e c’è qualche caduta eccellente….

Se tu sei cielo 26 18%
La raccolta 21 14%
Vanità di vanità 20 14%
Il poeta di corte 17 12%
Il sultano di Babilonia e la prostituta 16 11%
Profumo d’arancio 15 10%
Si può fare 11 8%
Il dito e la luna 10 7%
Tango 5 3%
Uomini di passaggio 4 3%

Una bella addormentata firmata Friedrich Nietzsche

Perfino il giovane Friedrich Nietzsche rimase folgorato da Rosaspina. Perfino lui il filosofo del superuomo, il grande demstificatore, nemico di ogni illusione e debolezza umana, lui che mai ha citato i Grimm in nessun passo della sua sterminata produzione. Certo all’epoca era molto giovane e scriveva poemetti malinconici, non ancora infuocati aforismi. Aveva appena quindici anni quando decise di fondare un’associazione per promuovere le arti e la letteratura nel suo paese. Un giorno di metà estate del 1859 prese con sé due amici e una bottiglia di vino e si diresse verso le rovine del castello di Schoenburg nei pressi di Naumburg, in Turingia non troppo lontano da Lipsia. Giunti al castello i tre sodali si arrampicarono fino in cima alla torre di guardia, bevvero un sorso di vino poi lanciarono la bottiglia contro le rocce battezzando così col nome di Germania la loro neonata società.

Tra i contributi di Fritz, il piccolo’pastore, come lo chiamavano gli amichetti d’infanzia, c’è anche il poemetto ‘Rosaspina’ in dieci stanze e in stile da ballata medievale. Inizia in mezzo al mare con un principe che tra le onde contempla in lontananza un’isola misteriosa ed è improvvisamente preda di un’acuta niostalgia per i suoi boschi ‘dove le querce sollevano i loro rami fino alle nuvole e vivono dolci amabili uccellini e nel castello dorme la piccola Rosaspina’.

Ma la composizione nonostante questo inizio e il quadretto stilizzato non è poi così di maniera. Improvvisamente si materializzano tre cigni con delle corone in testa e affiancano la nave. Nel battito delle loro ali il principe percepisce una melodia che lo fa letteralmente impazzire dal desiderio di raggiungere l’isola e la fanciulla. Quando poi i tre volatili  si inabissano tra le onde, il giovane  li imita gettandosi in acqua. Proprio allora dalla profondità del mare emerge l’immagine della principessa  avvolta di luce dorata per condurre il principe fino al suo castello  ‘nei boschi’.

C’è ben poco della fiaba in questi versi. Pochissimo dei Grimm a parte il titolo, i boschi e la presenza di un principe. Protagonista per Nietzsche è invece il desiderio struggente del giovane che qui non bacia nessuno né pratica risvegli; anzi per soddisfare il desiderio può solo annullarsi nelle acque, perdere la propria vita per incontrare l’oggetto dei suoi sogni. Amore e morte. Adempimento e dissoluzione allora. Già parte dei temi del filosofo che verrà.

Sondaggio Branduardi: seconda semifinale

Et voilà…eccovi le seconnde semifinaliste. Vi ricordo che se ne possono scegliere fino a un massimo di tre e che il sondaggio resterà aperto fino a lunedì. Votate bene; nel segreto dell’urna Angelo non vi guarda ma il dio della musica sì….

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