vocisullaluna

se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

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L’Autunno contemplato da Rilke

Rilke. Giorno d’autunno

(traduzione mia)

 

Signore, è tempo: l’estate è stata molto grande.

Adagia le tue ombre sulle meridiane

E sui campi seminati lascia andare il vento.

Comanda agli ultimi frutti di colmarsi.

Concedi loro ancora un paio di giornate meridionali,

sospingili a maturazione e caccia dentro al vino

pastoso ogni residua dolcezza.

Chi ora non ha casa, non ne costruisce più.

Chi ora è solo, lo rimarrà a lungo

a vegliare, a leggere, a scrivere lunghe lettere.

E in mezzo ai viali se ne andrà camminando qua e là

Inquieto, nel tumulto delle foglie.

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Come dirlo meglio di Schelling?

Forse per molti fruitori, lettori, conoscitori interessati questa frase potrà sembrare portare con sé la magniloquenza dell’Ottocento, il secolo romantico – e romantico soprattutto nella prima metà – per cui per ogni aspetto o tema della cultura e della vita ci si librava fino alla definizione più aerea, emotivamente appagante, e giustificabile da una logica razionale sì ma che era anche logica della passione; e però non riesco a trovare a tutt’oggi e a valle di molte, forse troppe letture, una definizione del lavoro di qualsiasi artista migliore e più reale di questa del grande filosofo tedesco Friedrich Schelling

Se ogni prodotto della natura «possiede per un solo istante la vera bellezza perfetta, possiamo allora dire anche che possiede per un solo istante la pienezza dell’esistenza. Esso è in questo istante ciò che è in tutta l’eternità: al di fuori di quell’istante lo attende solo il divenire ed il perire. L’arte, rappresentando l’essenza in quell’istante, la sottrae al tempo; la fa apparire nel suo puro essere, nell’eternità della sua vita

E lo ripeto: come dirlo meglio?

La magia ‘logica’ di una fiaba perfetta

Ecco il metodo Grimm, di cui tanto avrebbero bisogno molti scrittori contemporanei anche se di genere diverso. La costruzione, con gli strumenti della lingua, di una magia tutta filo-logica, razionale eppure come fatata.

La ricerca di questo effetto a suo modo magico, si può ravvisare ad esempio nei tre diversi incipit di una delle fiabe più celebri : il principe ranocchio. Nella prima versione, quella del 1812, l’inizio è giusto una porta di ingresso sulla storia. Sbrigativo, quasi fosse una formalità, senza cura per l’atmosfera

C’era una volta la figlia di un re, che andò nel bosco e si sedettevicino a una fontana d’acqua fresca. In mano aveva una palla d’oro, che era il suo gioco preferito. La buttava in alto e la riprendeva nell’aria, e così si divertiva

Già nella versione del 1819 la caratterizzazione trova qualche spunto e qualche particolare in più. Il ritmo prende a dilatarsi, ma i passaggi sono ancora molto meccanici.

C’era una volta la figlia di un re, che non sapeva che fare per la noia. Allora prese una palla d’oro con la quale aveva già spesso giocato e se ne andò nel bosco. Lì nel mezzo del bosco, c’era una fontana limpida e fresca, vicino alla quale si sedette, gettò in alto la palla e la riprese, perché questo era il suo passatempo.

Ed ecco quella definitiva, l’ultima versione datata 1857. Qui la mano di Wilhelm ha raggiunto al perfezione di quello che sarà il ‘marchio’ Grimm, la norma per chiunque scriverà fiabe da allora in poi.

Nei tempi antichi, quando il desiderio era ancora d’aiuto, c’era un re le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava quando le brillava in volto. Vicino al castello del re c’era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio c’era una fontana: e nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel boco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente; e quando si annoiava prendeva una palla d’oro, la buttava in alto e la riprendeva; e questo era il suo gioco preferito”

Qui siamo davvero entrati gradualmente nel ‘senza tempo’ della fiaba. Le prime righe sono come dei gradini, e dentro ci attende l’altra dimensione, dove ‘ancora è efficace il desiderio’. Ci son più elementi, il lettore si abitua gradualmente a visitare quel paesaggio a vivere dentro il suo mistero. La storia si sviluppa di frase in frase e la congiunjzione ‘e’ che le lega non crea gerarchie tra le espressioni ma le accumula una sull’altra avvolgendo personaggi e concetti.

Lo stesso ritmo ipnotico, incantatorio ottenuto con la congiunzione all’inizio di ogni frase, si ritrova in un altro capolavoro di sospensione come l’incipit di Biancaneve, anche qui nella versione finale del 1857

Una volta, nel cuore dell’inverno, mentre i fiocchi cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva, seduta accanto a una finestra dalla cornice d’ebano. E così, cucendo e alzando gli occhi per guardare la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, che ella pensò: “Avesi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!” Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue, e dai capelli neri come l’ebano; e la chiamarono Biancaneve. E quando nacque, la regina morì

Frasi semplici ancora una volta senza subordinate, ed ognuna è articolata in modo elementare, c’è un grande uso delle ripetizioni, anche queste a scopo incantatorio, ipnotico, ancora più evidente quando la ripetizione è relativa a colori primari o a un non colore come il nero. Tutto il testo evita le sfumature, ‘il nero è nero’ il rosso si taglia sul bianco, la morte segue la nascita. Domina un senso di esperienza primaria, di stupore infantile di fronte a una realtà immensa, austera, colossale. Per rinforzare l’idea di arcaicità Grimm usa la tecnica dell’allitterazione, normativa nei poemi epici germanici, lavorando sulla consonante ‘f’ Flocker per fiocchi fallen per cadere Feder per piume.

Così può riassumersi allora il metodo Grimm: lessico popolare, struttura elementare, sintassi e ritmo incantatorio, elementi stilistici e della narrazione mutuati della poesia medievale che così bene conoscevano e che così perfettamente conserva quell’idea di antichità, di autorevolezza proveniente da un passato profondo che vale per loro come ‘autenticatore’ dei motivi, dei temi, delle storie stesse.

E a proposito di medioevo, c’è un’altra particolarità nell’incipit di Biancaneve nella quale si legge lo zampino dei filologi. Nella primissima stesura della fiaba, che risale a prima della pubblicazione della prima edizione, ae cioè a un manoscritto redatto attorno al 1807, a proposito del sangue si legge ‘numerose gocce’ che poi nel testo ‘ufficiale’ diventano tre, esattamente come nel Parzival, celebre poema medievale sulla ricerca Graal, in cui il protagonista prima di un duello ne vede proprio tre sulla neve. Il fatto che questa correzione non sia casuale è confermato dalla doppia sottolineatura a matita rossa di questo preciso passo del poema nella copia posseduta da Wilhelm Grimm e oggi conservata nella Biblioteca universitaria di Berlino.

E’ un’erudizione appassionata, partecipe e selettiva; il bagaglio di dati, quella montagna di evidenze accumulate che a volte confondevano gli interlocutori, nella testa di Grimm sono un reticolato perfetto di riferimenti, una dimostrazione dell’efficacia della filologia per la creazione di un mondo di storie. Il dispiegarsi, come abbiamo visto, della forza del significato originario che si articola nella storia, sia nelle creazioni popolari sia nei testi colti che in questo uso dei fratelli perfettamente si sposano.

Questa tensione fecondissima tra filologia e creatività, tra rigore e incanto ha accompagnato tutta la vita dei fratelli e ne ha segnato le discussioni teoriche fin dall’inizio, come testimoniato da una lettera di Jacob indirizzata a Savigny, il loro maestro ai tempi dell’Università a Marburg.

“Non posso dimenticare di informarvi circa i lavori che abbiamo in mente di scrivere. Su alcuni punti non siamo d’accordo e le nostre discussioni al propoito sono senza fine. Riguardano il processo di modernizzazione dell’antica poesia che Wilhelm ritiene possibile e necessario per mezzo della semplice traduzione e che io invece considero del tutto irrealizzabile”.

Discussioni senza fine che mai però minarono il rapporto di confidenza assoluta, di simbiosi tra i due. Come scrive ancora Jacob, molti anni dopo, nel 1860 ‘nei primi anni di scuola ci accolsero uno stesso letto e una setssa cameretta, lavoravamo seduti allo stesso tavolo (…) in seguito abbiamo avuto due scrivanie e due stanze, ma fino alla fine abbiamo lavorato sotto lo stesso tetto, in indiscussa e indisturbata comunità di tutto, dei nostri averi e dei nostri libri”.

Sulle fiabe comunque sarà Wilhelm a prevalere e a consegnare ai posteri questo prodotto ibrido, un prodotto diverso e uguale dalle storie originali, fedele nello spirito agli intenti delle origini, un ponte levatoio verso quell’oscura età di passaggio tra paganesimo e cristianesimo dove condurre i lettori di ogni tempo educando la loro immaginazione graze all’immersione in un mondo di elementi primordiali, di fiducia e astuzie, di paure, incantesimi ed eroismi, di soccorsi improvvisi e maledizioni da neutralizzare, di spazi sterminati che restano ignoti per una vita ma si possono percorrere in una sola giornata. Un mondo di possibilità, dove al bosco più impenetrabile fa seguito una radura di sole che si apre come la speranza nella notte più tetra. Un mondo che solo così forse poteva essere comunicato. Se Wilhelm non avesse” rivisto e rilavorato i testi – scrive lo studioso americano Donald Ward – solo un gruppetto di studiosi di folklore e di narratologia oggi li ricorderebbe”. Ma per fortuna le cose sono andate come sappiamo.

Philip Pullman sui Grimm: chiarezza e perfezione

Onore a Philip Pullman: il notissimo autore de la trilogia de La Bussola d’oro, capace di slanci immaginativi favolosi e di goffe cadute ideologiche, spiega sul Guardian la sua riscrittura di 50 fiabe dei fratelli Grimm, e lo fa in modo incomparabile, accurato, partecipato, affabile, scientifico: maneggiando con rispetto e cura il materiale ereditato e sfoggiando osservazioni ineccepibili, imperdibili, utilissime per chi voglia assimilare i fondamenti dell’arte di narrare una fiaba.

Eccoli allora, riassunti in poche parole.

1) I personaggi: convenzionali certo, descritti senza alcuna cura per l’interiorità, spesso privi di nome, sembrano figure di un ‘teatro giocattolo’. Piatte non arrotondate. Un solo loro lato è visibile a chi li guarda, ma è l’unico necessario. “Sono descritti in atteggiamenti di intensa attività e passione, cosicché la loro parte nella rappresentazione può essere facilmente letta a distanza. E il racconto è di gran lunga più interessato a ciò che fanno e fanno accedere che alla loro individualità”. Che dire? Applausi

2) La velocità è la “grande virtù” delle fiabe. Una bel racconto si muove alla velocità del sogno da un evento all’altro, fermandosi solo per il tempo necessario e nulla più. Nulla a che fare con la narratriva moderna. Nomi, aspetto, contesto sociale son particolari che rallenterebbero e la fiaba li evita con estrema leggerezza”

3) Il ginepro. Una delle fiabe più belle anche per Pullman. Non migliorabile soprattutto nella parte in cui all’evocazione di un mese corrisponde esattamente un evento, uno sviluppo della gravidanza della madre che aspetta il figlio sotto l’albero: lo stesso dove avverrà la sua risurrezione. Perfetta è anche i Musicanti di Brema: ad ogni frase c’è un avanzamento della narrazione. Non è possibile far meglio.

4) La fiaba non è un testo. Ma è una “narrazione che muta, cresce, può essere stata interrotta da un naso atturato o da un colpo di tosse. Molta gente le ha tramandate così, cambiando di giorno in giorno i particolari e per questo ogni parola porta in sé una storia, una personalità. Chi vuole riscriverle dovrà allora scegliere quel tipo che più si adatta alle proprie inclinazioni narrative: per la commedia, il thriller, la suspense. Una fiaba è in perenne stato di divenire e di alterazione.

5) il giusto ‘tono’. Tendere alla chiarezza. Senza però arrovellarsi troppo. Scrivere questo tipo di storie è una delizia che sarebbe peccaminoso guastare con le proprie ansie. E poi – grandioso – non è “necessario inventare”. La sostanza della storia c’è già tutta, esattamente nel modo in cui la sequenza di accordi in una canzone è a disposizione di un jazzista. Affrontarla dunque con tutta la leggerezza e lo swing di cui siamo capaci.

6) Rispetto e cortesia per lo spiritello che ‘protegge’ ciascuna di queste storie. Libero, irriverente, giovane o vecchio che sia, femmina o maschio. E proteggerà anche chi ne riscrive una. E a chi vi accuserà che ciò non ha senso e che per raccontare una storia c’è bisogno solo dell’immaginazione umana dovrete rispondergli: ‘Certo, ma questo è il modo in cui lavora la mia”. Grande Philip Pullman. Magistrale.

Da la musica è altrove: l’amore per i luoghi lontani

Il luogo lontano, indistinto, fascinoso e in questo autenticamente romantico può anche avere una collocazione immaginaria, un nome fantastico, dai contorni sfuggenti, o una risonanza storica che facilmente perde i contorni oggettivi per trascolorare nel mito, come la Xanadu del grande poeta romantico Samuel Coleridge, autore della Ballata del vecchio marinaio, uno tra i più potenti e riusciti manifesti di questa sensibilità.

Per esprimere questa aspirazione, questa tensione verso mete lontane Branduardi si serve anche della poesia altrui, come è il caso de La ballata del Fiume Blu, direttamente ispirata a una poesia del cinese Li Po. Qui un giovanissimo sposo, costretto a stare lontano dalla moglie, mentre cammina su un tappeto d’erba che copre i suoi passi esprime un desiderio che ha lo stesso piglio di certezza della donna del marinaio e la stessa apparente impossibilità di adempimento:

Avevo sedici anni e mi mandarono lontano

fino alle rapide del Fiume Blu.

Può essere così duro affrontare il mese di Maggio

e l’erba copre i miei passi.

Sei rimasta sola… stai perdendo i tuoi colori,

ma verrà il giorno che ti scriverò

e alle Sabbie del Grande Vento io ti incontrerò.

Il Fiume Blu, un toponimo che potrebbe fare a gara con quelli di Tolkien pur provenendo da una cultura enormemente distante e difficilmente paragonabile, ma che possiede la stessa ampiezza di significato e ricchezza di richiami, che attira come un magnete l’immaginazione di chi ascolta. Un luogo talmente lontano e vasto da poter contenere ogni nostro desiderio e ogni nostra speranza.

Ma la più nota delle canzoni dell’artista lombardo che traduce questo desiderio di compimento, assieme anche alla nostalgia per qualcosa che si è irrimediabilmente perduto ed è oramai addirittura al di là della portata dei sogni, è La favola degli aironi, seconda traccia dell’album Alla fiera dell’est, introdotta da un clarinetto che sviluppa il suo canto sinuoso, vago e malinconico, su un arpeggio di accordi ampi e alterati. Subito all’inizio il primo arpeggio introduce un accordo di nona, in cui c’è grande distanza tra la nota del basso e quella più acuta, per cui l’impressione è istantaneamente di qualcosa che trascina verso un paesaggio che si dilata, un orizzonte smisurato dove la melodia che si fa spazio lì dentro è come una scia visibile, ma intessuta di una luce tenue che finisce nel tutto.

È là che la terra si è chinata

a raccogliere ogni cosa

che il tempo ha abbandonato

lasciato dietro sé

e il vento senza fine

che logora le dune

di spiagge così grigie

Anche i colori contribuiscono all’atmosfera dove ogni cosa pare illimitata e dove ogni esemplare di natura sembra per davvero rappresentare tutti i propri simili, sembra esistere nella canzone come da sempre: così come il tempo, il vento, la terra, tutto è sospeso in un momento immobile dove ricordo, aspirazione, desiderio e rimpianto dimorano nello stesso spazio.

È là che l’ultimo dei fiori

non ha lasciato frutto

e la terra ha ormai scordato

che tanti anni fa

a un vento profumato

distesero gli aironi

le ali colorate

e i corvi dell’inverno si sono ormai posati

è là dove svanisce

l’orizzonte

C’è in tedesco un termine perfetto che esprime questa disposizione d’animo, una parola intraducibile in italiano perché somma in sé molti significati: Sehnsucht, a dire tensione ricerca desiderio, che è anche struggimento e quasi dipendenza psicologica da quello che si sogna. È inevitabilmente uno dei capisaldi della sensibilità romantica e la sua espressione perfetta è il fiore azzurro, cercato, desiderato, inseguito da Heinrich von Ofterdingen, protagonista dell’omonimo romanzo incompiuto di Novalis, icona del romanticismo anche per la sua morte precoce all’età di 29 anni e per l’ardore del suo culto per la poesia e l’immaginazione fantastica. Qui la parola e il sentimento espresso dal romanzo ci servono come modello perché nel suo piccolo anche Branduardi ha trovato un personaggio che vive una situazione analoga: l’aspirazione a un traguardo meraviglioso solo intravisto nell’apparizione di un momento. Nella storia di Novalis il fiore azzurro è solo sognato attraverso i racconti di uno straniero che visita la casa del protagonista, in Branduardi incontriamo invece un pescatore e un’isola che appare nella gola di una montagna:

Sereno navigava

quando all’improvviso

il fiume si nascose

in una gola scura

e si fece notte sinché il monte

non si aprì

e gli apparve allora tra le nuvole

sconosciuta una pianura…

l’isola

sconosciuta l’isola,

ora la vedeva così vicina

Eppure quella terra così carica di presagi non può essere raggiunta, una sorta di stordimento colpisce il pescatore che dimentica perfino il ricordo del suo viaggio. La visione resta un’aspirazione incompiuta per sempre nella mente e nei sogni.

A Brema: i musicanti e i precari. Una favola di oggi

A ridosso del centro storico a poche fermate di tram il parco cittadino con gli inevitabili germani reali nel laghetto centrale e gli scoiattoli che si esibiscono in poco contegnosi rosicchiamenti di qualsiasi parvenza di cibo: dai fili d’erba alle molliche offerte dai bimbi. Le biciclette qui volano ancora più convinte e sicure a fianco dei passanti che ci fanno appena caso; bambini con zaini pesanti sulle spalle tagliano per il verde tornando da scuola. Lungo un’insenatura del parco dove il laghetto si trasforma in un corso d’acqua , una lingua sottile, la strada che costeggia si apre in una piazza, e che piazza, la Goethe Platz. Al centro, ovviamente, il Goethe Theater, possente e spudoratamente neoclassico edificio di un bianco che lascia presagire un restauro recente e dal tetto del quale cala un ampio manifesto: prossimamente il Requiem tedesco di Brahms e il Cavaliere della rosa della coppia Hoffmanstahl-Richard Strauss, due diverse interpretazioni di germanesimo, lontane nella sensibilità e nella geografia culturale del paese, dalle brume amburghesi sublimate da un Brahms che si affaccia dolorosamente alla maturità artistica e umana alle sinuose, ammanierate e saporose schermaglie viennesi fin de siecle.  C’è anche una giovane signora, rossa di capelli, che sistema una statuetta raffigurante il Rosenkavalier sopra una balaustra: esattamente lì dove finisce la zona teatro e la strada si rituffa verso il parco. Ha in mano una macchina fotografica e cerca l’angolazione migliore; le consiglio di spostarsi verso destra per evitare i raggi frontali. Sorride e sorride ancora più compiaciuta quando le sussurro i nomi della coppia Strauss-Hoffmanstahl assieme a Rosenkavalier: l’animus germanico si compiace sempre quando un rappresentante del Paese dei limoni, quell’Italia che a calcio li sconfigge da sempre ma che stenta nello spread e nel rinverdire le antiche glorie culturali, insomma quando un latino dimostra di masticare qualcosa della loro cultura: un po’ per antico complesso di inferiorità tramutatosi negli anni in un più moderno atteggiamento di superiorità politica e organizzativa.  Che poi questo accada in un’antica città anseatica ma fuori dalle grandi correnti politiche e culturali europee assume coloriture di sano orgoglio provinciale. Il che non guasta. Si alza soddisfatta , si sistema un fermaglio molto etnico tra i capelli, mordendosi il labbro inferiore quasi per accompagnare la difficoltà del fermaglio a farsi strada in quella selva purpurea. Voltandosi mi dispensa un ultimo sorriso di maniera e un cenno della mano appena sollevata, la fugace complicità storico-musicale svanisce non appena dà le spalle alla facciata, con la statuetta stretta al seno.

Tutto questo però c’entra poco con i musicanti che invece hanno molto a che fare con quello che sta accadendo dentro il teatro dove un via vai di operai tecnici e maestranze si arrabatta tra cambi luce, quinte e scenografie talmente eterogenee che sembra di stare davanti al carosello di porte del finale di Toy Story. Si avvicina la pausa pranzo che qui cade alle 12 in punto. Ma quella che agli occhi meridionali sembra frenesia segue invece un ritmo concertato. Su un lato la luce color capodanno della fiamma ossidrica sprizza  come verso la platea. Ci dicono di farci da parte C’è da risistemare tutta una parte della scena Eh sì, perché tra un requiem e un Cavaliere della Rosa c’è spazio anche per ‘AltArmArbeitslos’ che in italiano perdendo la triplice allitterazione assai germanica diventa Anziani, poveri e disoccupati: una fiaba moderna senza lieto fine, una storia assolutamente contemporanea che mette in scena il destino di quattro anziani che a pochi anni dalla pensione perdono il proprio lavoro. La rappresentazione è in programma per alcuni giorni del mese ma ha già riscosso ampi consensi di critica. Ci sono quattro attori, più vicini alla terza età che a quella di mezzo, un coro con le maschere dei quattro animali della fiaba, personaggi che vanno vengono e raccontano storie di licenziamento, povertà, perdita degli affetti, e nel mezzo i quattro che non si arrendono alle altre maschere che, come in un’allegoria medievale rappresentano la concorrenza, l’efficienza, la meritocrazia. Tra una testimonianza e l’altra si racconta la fiaba dei musicanti di come invece quelle quattro bestie coraggiose hanno vinto la battaglia contro il tempo e il cinismo dei padroni e gli attori, i protagonisti sembrano come trarre forza dalle parole dell’antica fiaba.

Lena è una dei quattro. Fa il gatto, mi dice. E qui mi viene in mente Montale, ‘non il grillo ma il gatto del focolare or ti consiglia’. Strano binomio il gatto col focolare, lui che ama la casa principalmente per i suoi comodi…del resto anche nella fiaba dei Grimm pare come un po’ più distaccato dagli altri, meno compagnone e più indipendente. Non è nemmeno scritto ma lo si intuisce, lo vediamo leggendo: è un po’ più cinico, ha il piglio di chi la sa lunga e potrebbe comunque cavarsela anche da solo. Ma la sua presenza garantisce buoni artigli e sfrontatezza alla compagnia. Lei lena gli artigli ce li ha spuntati dagli anni ma soprattutto dalle vicissitudini professionali.  Come gli altri attori si è ritrovata senza lavoro in prossimità della soglia dei 60 anni. Lo racconta con una voce sottile e ferma, senza inflessioni, e mi fissa coi suoi occhi severi color verde pallido al centro di un volto tondo come una luna piena che mostra nitidamente le asperità della superficie e i lineamenti minuti, la fronte di rughe lì meno marcate, il naso piccolo e appuntito il giusto, le dipingono una reminiscenza infantile, che me la rende dolce. MI dice delle difficoltà di riciclarsi a una certa età, e poi vergognandosene come fossero banalità, l’idea di svegliarsi senza aver nulla cui pensare, ed è cos’ anche per molti che hanno diversi anni di meno, perché la disoccupazione qui morde il tessuto sociale da parecchio tempo. Strano ascoltare questo discorso nella Germania settentrionale che qualsiasi altro abitante dell’Europa dei 26 associa a un’idea di efficienza incrollabile, di welfare previdente, di pianificazione ineccepibile delle risorse. E invece lena ha perfettamente ragione La disoccupazione a Brema raggiunge cifre assai rilevanti per la media tedesca. Costantemente sopra l’11% nel 2012, più del doppio ad esempio della regione della Renania, un terzo in più della vicina Amburgo.

Ora le si avvicina Karl, che nella piece recita nella parte dell’asino, ma è molto meno determinato dell’originale. Non lo aiuta il maglione a zip di un grigio melange che ha visto molti lavaggi a secco e  che fa a gara col pallore della pelle, scavata in più punti dall’acne. Un riporto dei capelli completa l’opera. Scuote la testa e mi fa capire di avere poco da aggiungere anche se si capisce che la complicità con la donna lo rende meno insicuro. La guarda quasi con riconoscenza mentre Lena riprende a parlare e parla di solidarietà. L’arte, dice, per quanto non possa oggettivamente cambiare le cose, può aiutare a porre domande, le questioni con cui la società deve misurarsi e trasportarle su un altro piano, proprio come fa questa fiaba

L’arte rende più chiaro e tangibile anche se su un piano diverso ciò con cui la gente ha a che fare nella vita, spiega senza esitazioni, e il paragone con la fiaba aiuta a comprendere le situazioni in modo ancora più chiaro…questa mancanza di vie d’uscita… per noi in quanto attori ci aiuta a capire e a elaborare quanto ci accade . Lo sappiamo benissimo che dopo questa rappresentazione non è che ci concederanno occasioni ulteriori per il lavoro, per avere altre parti, ma abbiamo la consapevolezza di aver affrontato le nostre questioni, assieme ad altra gente che condivide il nostro stesso destino. Questa è la solidarietà, soprattutto quando siamo in scena e la gente ci applaude non solo per quello che facciamo ma perché abbiamo portato in scena questi problemi, e questo è un concetto davvero solidale.

Le rappresentazioni continueranno per tutto il mese di aprile e maggio a intervalli piuttosto irregolari: ma è lavoro, penso, mentre siedo alla mensa del teatro di fronte a un quarto di pollo accompagnato da verdure pallide quanto il maglione dell’asino. Al tavolo di fronte due musicisti accompagnano il pasto con la lettura di una partitura fitta di indicazioni. Ne discutono animatamente. Bello, la Germania è uno dei pochi paesi dove occuparsi di cose artistiche viene ancora considerato un lavoro utile, pratico e importante  quanto sistemare un defibrillatore in un centro sportivo, per dire. C’è animazione nella sala mensa che occupa una piccola fetta del seminterrato. Dal fondo del corridoio si sente un corno francese che intona alcune note, forse del cavaliere della Rosa. C’è molta gioventù intorno e mi immagino l’effetto strano di un incontro nell’atrio tra loro e gli anziani che fanno la parte dei musicanti della fiaba e in fondo quasi avventizi da queste parti, la testa ingombra di pensieri e scadenze, ma con uno spazio lasciato libero per la fiaba per quello che insegna e per quello che ancora può mettere in moto nella realtà, per le cose che ci insegna a vedere in altro modo anche se non si avverano anche se quel ‘e vissero felici e contenti’ difficilmente da queste parti si avvera.

Ma ripensando alle parole di Lena, all’idea che qualcuno oggi, nonostante le crisi ancora dica che l’arte rende più chiare e tangibili le cose della realtà mi viene in mente quel pensiero di Leopardi, uno che certo aveva contratto numerosi anticorpi contro gli eccessi della sensibilità…eppure diceva «All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbiettivi sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione.» La fiaba ancora una volta ci ha insegnato a indossare questa specie di magici occhiali.

Brema: musicanti di ieri e di oggi

Che poi, forse non ce lo ricordavamo, ma a Brema i musicanti non ci sono mai arrivati, anche se la loro storia è perfetta, equilibrata, allusiva, ma scorrevolissima come la strada che a Brema ci porta davvero.

Una storia che racconta di quattro animali: l’asino, il cane, il gatto e il gallo divenuti oramai  da vecchi un ingombro per i rispettivi padroni che studiano così, più o meno crudelmente,  la maniera migliore di eliminarli. Il primo a fiutare la mal parata è l’asino che, in fuga dalla sua stalla incontra casualmente e uno per volta gli altri tre reietti. Lui, del resto è già partito con una bella idea: andare a Brema per aggregarsi alla banda municipale. La strada da fare, a quanto sembra, non è così lunga e l’entusiasmo della conquistata libertà gli raddoppia le forze.
Ma, dicevamo, i quattro a Brema non ci arrivano perché sul far della sera, girovagando nei boschi giungono davanti a una casa dove dei briganti stanno allegramente banchettando.  I quattro amici, affamati, si piazzano davanti a una finestra e organizzano un bel contrappunto di urla e schiamazzi, così atroce e lugubre da far fuggire gli inquilini. Entrati, spazzolano via ogni bendidio e rintuzzano pure un tentativo notturno di riconquista dei briganti sfruttando il fatto che al buio morsi, artigli e zampate li fanno sembrare un’orda di indemoniati.

Di elementi notevoli la fiaba abbonda: c’è il tema dell’abbandono, del rifiuto di chi invecchia, c’è l’idea di cercare una ragione di vita attraverso la musica, anche se non si è naturalmente dotati, c’è poi il senso della compagnia, del gruppo che supera l’avversità, il paradosso del piccolo che vince, delle identità celate nel buio, e c’è sovranamente silenzioso il bosco dove come al solito si può avere paura ma in mezzo al quale c’è sempre una luce che  dice casa.

Tra l’altro ci risulta che da quella casa i musicanti non se ne siano mai andati, rinunciando almeno nel tempo della fiaba  a qualsiasi velleità musicale e… alle attrattive della città, anche se oggi a Brema proprio a destra del Duomo e di fronte allo splendido municipio sono immobilizzati definitivamente nel bronzo, nella stessa posa assunta di fronte alla casa quella sera persa lontano lontano nel c’era una volta. L’asino ritto sulle quattro zampe, e in groppa il cane che sostiene il gatto che a sua volta ospita le zampe del gallo pronto all’occorrenza a svolazzare via.

Il povero asino tra l’altro è quello che maggiormente ha sofferto l’ingiuria del tempo e delle mani dei turisti che ne strofinano la punta del nasone in cerca di fortuna. Un po’ come si fa con l’alluce di San Pietro in Vaticano…

Anzitutto però sarebbe da appurare una cosa: come mai all’Asino venne proprio il desiderio di unirsi a una banda municipale e per giunta di Brema? Cosa aveva di attraente musicalmente la gloriosa città anseatica, più nota per i traffici mercantili che per il bel canto?  Che la musica trovi casa a Brema lo dimostra anche un fatto recente. Nei vecchi uffici della dogana, appena fuori dal centro storico da qualche anno si è installata una comunità di ragazzi che di quei locali ne fatto delle  sale prove con tutto l’occorrente per chi voglia far musica – c’anche un distributore automatico di corde di ricambio, jack, spinotti e altri attrezzi che pare quello della pausa caffè – e a prezzi assai modici. Si suona di tutto, raccontano, pop, jazz folk, metal perché l’ambizione è di far crescere musicalmente e a tutto tondo  ragazzi che difficilmente avrebbero possibilità di misurarsi ed esibirsi altrove. Pensate attualmente girano attorno all’iniziativa un’ottantina di nuove band…ma questa è una storia da approfondire e di cui si parlerà molto a breve

 

Biancaneve: tante storie e una speranza

Che un film renda giustizia a una fiaba come Biancaneve e al suo significato lascia perlomeno allibiti. L’affermazione sulla versione online del Corriere della Sera di Paolo Mereghetti – noto e competentissimo critico cinematografico – ci fa anche capire quanto ciascuno debba fare il suo mestiere  e quantomeno averne coscienza prima di fare certe osservazioni. Perché quello di stabilire la verità di una fiaba è già un mestiere che riesce difficile, per non dire impossibile a chi dal versante filologico, critico testuale o antropologico se ne interessa; se poi parliamo di Biancaneve allora dobbiamo anzitutto partire dal presupposto che ci si sta infilando in un ginepraio di tradizioni orali e testuali, varianti e adattamenti nonché di simbologie e richiami che possono giustificare volumi e volumi di testi accademici. Cosa che ovviamente in questa sede ci e vi risparmiamo, limitandoci ad alcune doverose noterelle.

La fiaba di Biancaneve venne narrata inizialmente ai fratelli Grimm da una delle sorelle Hassenpflug attorno al 1808 durante uno dei pomeriggi nei quali accompagnandosi con un tè le brave borghesi della città di Cassel si intrattenevano con i giovani filologi a caccia di storie tradizionali. Tra l’altro la famiglia Hassenpflug era d’origine ugonotta e portava in dote molta immaginazione non propriamente germanica.

Wilhelm Grimm rielaborò più volte la stesura della storia apportando notevoli correzioni in senso mistico e allegorico accentuando le simbologie religiose. Il principe che porta la sposa al casetllo del ‘Padre’, i tre volatili che vegliano la bara e che richiamano rispettivamente: la mitologia classica, la civetta di Atena; quella nordica, il Corvo di Odino; la narrazione evangelica, la colomba figura dello Spirito santo.

Lo stesso Grimm mutò alcuni passaggi del testo esemplandoli su testi della tradizione medievale germanica e antico nordica: la saga di Snaefrid, in cui c’è già un principe che veglia per tre anni il corpo della bella avvelenata, il Parzival in cui si menzionano le tre gocce di sangue nella neve che, lo ricordiamo, aprono la fiaba nella versione finale grimmiana. Wilhelm Grimm, tra l’altro, amava del Parzival la dimensione di ricerca mistica e anche quello spirito di rispetto delle altre religioni che per l’epoca è di una sconcertante modernità

L’intento della stesura dei  Grimm non era quello di suscitare paura, né semplicemente di educare la gioventù borghese (anche se molti ne hanno adoperato le storie in questo senso) ma di comporre un testo in cui il desiderio di immortalità espresso dolorosamente e nel dubbio nella tradizione pagano-germanica fosse trasfigurato dalla speranza cristiana nella risurrezione dei corpi, come si deduce chiarissimamente dal finale, che non è lo happy end disneyano ma l’apertura di una porta verso ‘l’al di là del tempo’ per usare un’espressione di Tolkien

I nani, infine. Non sono lì per carineria o per nascondere metafore sessuali. Sono un pezzo importato direttamente nel testo dall’iconografia germanica dove prevalentemente appaiono come lavoratori del sottosuolo, abili nelle arti magiche e spesso, ma non sempre, datori di doni per quelli che sono gentili verso di loro. Creature misteriose, hanno lasciato traccia di sé in tutte le lingue e le letterature antico-germaniche differenziandosi secondo i contesti. Ma ci torneremo

C’è ovviamente molto molto altro, ma la fiaba non si può capire se non ci si dispone ad ascoltare il testo per quello che oggettivamente è e secondo l’intento per cui originariamente è nato e cioè la ricerca di quel nocciolo misterioso nascosto in ogni storia che ci proietta verso un passato remoto, pieno di malia e che riflette gli sguardi, le sensazioni, i desideri, possibili o inattuabili, di uomini che hanno provato a guardare il mondo con gli occhi dell’immaginazione e, come abbiamo detto, mossi dalla speranza che tutto non finisca qui e ora.

A Weimar riapre il Goethe und Schiller Archiv

In Germania riapre al pubblico il più prestigioso e più antico archivio della letteratura tedesca. Parliamo del Goethe und Schiller Archiv di Weimar, città simbolo della cultura e della turbolenta, utopistica e sfortunata stagione politica tra le due guerre mondiali. L’Archivio ora comprende anche la parte sotterranea dell’edificio inserito dicono gli architetti che hanno lavorato al progetto come un cassetto all’interno della struttura. Qui ora sono disponibili nuovi spazi per gli uffici, un moderno sistema per il deposito, e un’area di lavoro per il restauro dei manoscritti.

Fino al 28 settembre sarà possibile contemplare numerose rarità del fondo tra le quali le correzioni di Goethe al faust II, nonché manoscritti di Schiller e Herder, ma anche alcune lettere di Mozart e Beethoven.

L’opera di restauro dell’edificio, durata due anni, è stata portata a termine grazie all’investimento di oltre dieci milioni di Euro per i quali hanno contribuito il Governo centrale, il Land della Turingia e anche l’Unione Europea. Forse anche questo spiega lo spread tra i nostri titoli e quelli di chi ha il coraggio di investire forte sulla cultura e sul proprio patrimonio.

Una delle più belle musiche mai scritte

Partitura di Geschichte aus dem Wienerwald

Sarà perché sono ancora in quella atmosfera o perché ho sentito un musicista di strada con il suo zither in Kaertner Strasse, ma mi è tornato in mente questo che è secondo me uno dei più bei walzer e una delle più belle melodie mai escogitate dalla mente umana. Storie del bosco viennese, Geschichte aus dem Wienerwald, che Johann Strauss figlio scrisse ed eseguì nel 1868, è una composizione straordinaria perché illustra perfettamente un pensiero musicale adatto a qualsiasi pubblico e che nella semplicità del tessuto armonico, inventa, come in un ciclo inarrestabile, nuovi discorsi musicali, sempre affini l’un l’altro ma ogni volta sorprendenti per inventiva, genialità di accostamento, craetività. Si può quasi dire che il walzer potrebbe anche non concludersi tanto sorprendenti e freschi sono i temi che si susseguono. Alla fine rimaniamo come convinti che se ne potrebbero sviluppare altrettanti, che non ci stancheremmo certo di ascoltare.

Infine, e con buona pace dei detrattori, ricorderei che da Brahms a Schoenberg – che ne fece straordinarie trascrizioni per orchestra da camera e per diletto personale – tutti i grandi musicisti di ogni epoca e genere hanno idolatrato questo stesso Strauss che tanti critici spocchiosi di ieri e oggi, grigi e tetri nonché ammantati di intellettualismo, denigrano come autorucolo di musica da “tonica e dominante”. Ma adesso basta con le chiacchiere…godetevelo

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