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se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

Archivi per il mese di “ottobre, 2012”

La strada delle fiabe. Il prologo (con vista sui Grimm)

E’ oramai in bozze il mio nuovo libro. La strada delle fiabe, dedicato ai fratelli Grimm alla loro opera, la poetica, il lavoro linguistico e letterario e soprattutto ai luoghi in cui le Fiabe per bambini e del focolare hanno preso  forma. Il testo uscirà dall’editore Giulio Perrone, nella collana Passaggi di dogana. Qui vi anticipo i primi capoversi del prologo, tanto per cominciare a respirarne insieme l’atmosfera

L’importante è che ci siano fiori. Molti fiori nei vasi sul davanzale. E che la finestra sia ampia e lasci entrare il sole e il verde del paesaggio. Tra i fiori. Viole, violacciocche, caprifogli e gigli. Sono quelli che ama di più. Mai però quanto le primule che portano con sé la promessa rinnovata della primavera. Gliene regalano sempre un mazzo ad ogni compleanno , il 24 febbraio. Jacob invece riceve sempre un paio di pantofole e una montagna di uvette. Ne va matto. Piacciono anche a lui, ma la sua salute non gli concede di esagerare. Non può neanche camminare troppo a lungo senza sentire quell’oppressione al torace, il respiro che manca, la paura di morire che gli ha fatto vegliare tante notti ad aspettare l’allodola.
Wilhelm guarda fuori dalla finestra, lo sguardo si alza dal testo che ha sotto gli occhi e raggiunge il tiglio, lì di fronte, appena davanti alla staccionata che li separa dal parco. Gli scappa un sorriso. Si ricorda di quella governante che al fratello aveva raccontato la storia per cui il mondo stava appeso a una serie di assi di legno e così ogni volta che Jacob vedeva un cancello, una staccionata o qualcosa di simile pensava che al di là non ci fosse più mondo. Né sole, né fiori, né verde.
Ha sempre preso le cose alla lettera Jacob. Lui ossessionato dalle parole, dal testo, dalla sua autorità. Assoluta. Ecco perché mentre Wil sta perdendo qualche minuto a guardare fuori, Jacob insiste a grattare con la penna d’oca sul foglio. Mentre quella di Wil è perfetta la sua è sempre consumata: perfino le piume sull’asticella sono tutte arruffate. Ma questo ardore non va mai a scapito della concentrazione, della dedizione sacerdotale di Jacob che ora si alza a riporre un volume sullo scaffale. Lo solleva come il prete il lezionario domenicale, come una mamma il bambino al primo bagnetto. E’ un rispetto che sconfina nell’amorevolezza paterna.
Tutto questo nel silenzio. Frattanto i bambini di casa guardano dentro la stanza e non osano disturbare, anche se sanno che al più quei due topi di biblioteca che non sono altro gli rivolgerebbero il canonico gesto del dito sulle labbra accompagnato da un contegnoso sussurro, un leggero scrollare di spalle e dalla tosse di Jacob.
Non hanno idea di cosa quei due stiano leggendo ora; ci sono molti tomi sulle scrivanie, spessi come mattoni  e tanto pesanti che qualche volta hanno fatto fatica a sollevarli per guardare cosa c’era scritto dentro. Lunghi elenchi di parole, nella loro e in altre lingue, lettere con strane crocette davanti, frecce che puntano verso altre parole più corte, legandole come con un filo. E’ meraviglioso, incomprensibile anzi, che quelle scie di inchiostro divengano sulle labbra dei due topacci di biblioteca storie incantate, misteriose, paurose anche, ma che vanno sempre a finire da qualche parte. Quasi sempre bene.
Non possono neanche immaginarlo: non sanno di essere dei privilegiati. I primi di una serie lunghissima di bambini di ogni tempo e geografia. Sono i primi ad ascoltare e dal vivo, in presa diretta  le Fiabe per bambini e del focolare dei fratelli Grimm: quella coppia di folli compilatori che passano il loro tempo a rincorrere parole antiche di tante lingue strane, perdute, che non parla più nessuno.
Jacob e Wilhelm Grimm amano le parole quanto il verde e quanto i fiori. Per questo ne lasciano spesso seccare di variopinti e profumati tra le pagine dei libri che stanno leggendo. Così le parole fanno compagnia a quel segno della natura.
E amano i boschi, anche se una volta Jacob si perse in una macchia che somigliava a una foresta tenebrosa per il bambino che era e che da lì cominciò a pensarsi  Hansel oppure Pollicino e se fosse stato una bambina avrebbe portato in testa un cappuccetto rosso.
Una delle prime riviste che fondarono si chiamava proprio ‘Antichi boschi tedeschi’. Durò poco però: solo un paio di anni.

Ora, come sempre, come ogni momento della loro vita, studiano, sospesi nel regno delle parole, un paese di significati nascosti  che rimandano a sensazioni lontane, impressioni di uomini, idee e nomi per i quali per la prima volta qualcuno trovò quel suono particolare. E’ lì che loro vogliono arrivare. Al momento in cui le parole nascono e dalle parole si formano le storie. Perché se non c’è qualcosa da raccontare di quello che vediamo e viviamo è inutile trovare la parola giusta. Studiano per questo. Praticamente da sempre.

 

La luna esatta e lussureggiante di Calvino

Quando, il giorno dopo l’allunaggio, una fitta schiera di intellettuali saggisti romanzieri  cominciò ad innalzare inenarrabili lamenti sulla violazione, lo stupro del beneamato satellite – secolare fonte di ispirazione e struggimento poetico – affermando in sostanza che nessuno più avrebbe potuto scagliare l’immaginazione là dove un piede umano reale si era posato, Calvino ribadì che nulla era cambiato: anzi, la sfida ora era più grande e posta alla capacità dello sguardo di congetturare, presumere, andare al di là delle immagini convenzionali, perché come aveva scritto qualche tempo prima rivolgendosi ad un’apocalittica Anna Maria Ortese “chi ama la luna davvero non si contenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più”

E il suo fu sempre uno sguardo che puntava a “dire di più”: appassionato ma lucido; fedele, freddo ma soprattutto  capace di isolare e far emergere la potenzialità narrativa negli oggetti, anche come in questo celebre passo tratto da la distanza della luna, in cui l’assurdo di una ricotta tratta dal latte lunare diventa un dato di fascinosa surrealtà , eppure descritto con tale esattezza, asciuttezza e rigore da essere perfettamente credibile. E tanto più credibile quanti più aggettivi accorrono in soccorso della mente che legge e finisce quasi travolta da questa ricchezza lussureggiante e chirurgica di immaginazione. Dati fantastici ma perfettamente coerenti con questa disciplina rigorosa ma rutilante dell’immaginazione. Arte in cui Calvino è forse inarrivabile.   

“Ora voi mi chiederete cosa diavolo andavamo a fare sulla Luna, e io ve lo spiego. Andavamo a raccogliere il latte, con un grosso cucchiaio ed un mastello. Il latte lunare era molto denso, come una specie di ricotta. Si formava negli interstizi tra scaglia e scaglia per la fermentazione di diversi corpi e sostanze di provenienza terrestre, volati su dalle praterie e foreste e lagune che il satellite sorvolava. Era composto essenzialmente di: succhi vegetali, girini di rana, bitume, lenticchie, miele d’api, cristalli d’amido, uova di storione, muffe, pollini, sostanze gelatinose, vermi, resine, pepe, sali minerali, materiale di combustione. Bastava immergere il cucchiaio sotto le scaglie che coprivano il suolo crostoso della Luna e lo si ritirava pieno di quella preziosa fanghiglia. Non allo stato puro, si capisce; le scorie erano molte: nella fermentazione (attraversando la Luna le distese di aria torrida sopra i deserti) non tutti i corpi si fondevano; alcuni rimanevano conficcati lì: unghie e cartilagini, chiodi, cavallucci marini, noccioli e peduncoli, cocci di stoviglie, ami da pesca, certe volte anche un pettine. Così questa purè, dopo raccolta, bisognava scremarla, passarla in un colino. Ma la difficoltà non era quella: era come mandarla sulla Terra. Si faceva così: ogni cucchiaiata la si lanciava in su, manovrando il cucchiaio come una catapulta, con due mani. La ricotta volava e se il tiro era abbastanza forte s’andava a spiaccicare sul soffitto, cioè sulla superficie marina. Una volta là, restava a galla e tirarla su dalla barca era poi facile. Anche in questi lanci mio cugino il sordo dispiegava una particolare bravura; aveva polso e mira; con un colpo deciso riusciva a centrare il suo tiro in un mastello che gli tendevamo dalla barca. Invece io certe volte facevo cilecca; la cucchiaiata non riusciva a vincere l’attrazione lunare e mi ricadeva in un occhio.”

Le fiabe come “gli occhi di un bambino”

Avvolta in un’atmosfera blu come i cieli artificali dei presepi, da una luce soffusa, teatrale, come una carezza della buonanotte che si accompagna al c’era una volta: ecco la prima edizione, la copia originale delle Fiabe per bambini e del focolare, proclamata tardivamente solo nel 2006 patrimonio dell’umanità dall’Unesco e ora custodita in una teca di vetro antiproiettile a Kassel nel museo dedicato ai Grimm. Il volume è aperto proprio alla pagina iniziale dove sotto al titolo c’è scritto “gesammelt durch die Bruder Grimm”, cioè (fiabe) raccolte dai fratelli grimm,

Il tedesco usa la preposizione durch che vuol dire ‘attraverso’, ‘mediante’, ‘tramite’ quando si cosrtuisce il passivo ma qui ratifica alla perfezione l’idea che gli autori sono soprattutto coloro attraverso i quali è passato il grano delle storie, sono i mediatori tra il passato e l’oggi di tutti gli anni futuri, e lo hanno fatto come hanno scritto nella prefazione “perché quelli che dovrebbero conservare le fiabe sono sempre più rari”

Quindi le fiabe nascono come lavoro ‘culturale’, di conservazione di un patrimonio ma trovano poco a poco la dimensione divulgativa. Un processo di apertura progressiva al pubblico e ai bambini che si può seguire nelle diverse edizioni, dal 1812 fino al 1857. Stilisticamente e contenutisticamente.

I testi non sono annotati, ma i Grimm realizzano un volume di appendici in cui riportano le varianti scartate , motivando di volta in volta le scelte. Ma la loro fiducia nel potere  evocativo delle storie è illimitata.“Dove le fiabe sono ancora vive – scrivono nella prefazione dell’edizione del 1819 – vivono in maniera tale che non si pensa se siano buone o cattive, poetiche o adattate per gente di gusti sofisticati: semplicemente le si conosce e le si ama, perché così le si hanno ricevute e danno piacere, senza che ci sia una ragione. “

Per questo non c’è bisogno di magnificarle, dicono, o difenderle contro opinioni avverse. Il loro puro essere basta per proteggerle. Amanti della metafora romantica, ma sempre motivata, né mai espressa per puro compiacimento i Grimm  collegano la “purezza” del materiale fiabesco agli occhi dei bambini: le storie posseggono il loro stesso azzurro splendore, uno splendore senza macchia ancora più prezioso perché l’organo della vista è l’unico nel corpo che non crescerà più.

Questa purezza ricercano i Grimm, e per questo a partire dalla seconda edizione, hanno espunto ogni espressione inadatta ai più piccoli. C’è im questa scelta come abbiamo visto in precedenza anche una determinata strategia editoriale che alla lunga si rivelerà vincente. Ma credere che sia stata l’unica motivazione sarebbe fare un torto all’appassionata tensione verso l’ideale narrativo dei Grimm: la ricerca dell’incanto, di una sintassi avvolgente, di un lessico e di un ritmo che diano un’idea di sospensione, di mondo altro, di uno spazio raggiungibile con la fantasia dove il lettore può trovare ristoro ed energie per tornare poi alla vita reale.

Camminando, camminando…(non è solo una canzone)

Lo vedete quell’uomo tra il campo e il bosco? E’ una delle immagini più belle del mio viaggio in Germania sulla strada dei Grimm. E non è un sogno a occhi aperti di chi ha in mente i quadri di Caspar David Friedrich, quelli dove uomini e donne, quasi sempre da soli, talvolta in coppia, sono in piedi di fronte a un mare di nebbie o immersi nel crepuscolo a guardare la luna dopo un lungo, lunghissimo viaggio; non sembra neppure la stessa sensazione di ammirata incredulità nell’osservare il turista tedesco in birkenstock che alla fine di una assolata giornata romana ancora trova le energie per camminare, rosso come un peperone, tra i sarcofagi dell’Appia Antica.

Apparentemente non ha ragion d’essere quell’ uomo solo, in fondo a un campo d’orzo con le spighe basse, che si staglia sullo sfondo di un bosco sbucando apparentemente dal nulla. Un quadro reale, mi dico, assolutamente degno di essere dipinto o quantomeno fotografato. E’ domenica mattina, sono in macchina sulla provinciale che taglia in due l’Assia e questa apparizione si concretizza quasi impastata sul fondale grigioperla del cielo.

Lo seguo finché me lo consente lo specchietto retrovisore. E penso a Calvino quando spiegava agli automobilisti del boom economico la straordinarietà di uno strumento che ci consente di guardar dietro senza voltarci. E di conservare uno sguardo sul passato in un piccolo riquadro comodo e utile di fronte agli occhi, ricordandosi semmai di mantenere un po’ d’attenzione anche per il futuro che è comunque davanti.

Per l’uomo che cammina invece non c’è questo pericolo. Non deve controllare nulla, di fronte ha solo il futuro e può immergersi serenamente in quel paesaggio. Farsi assorbire dalle cose. Offrirsi a delle possibilità, a quello che può accadere e che può permettersi di aspettare camminando tranquillamente. Cammina tra i boschetti radi come un passaparola tra le radure e le casupole pudicamente distanti dalla strada. Gli alberi sono alti ma non fitti e ancora spelacchiati dall’inverno che stenta a cedere il passo a una primavera ancora incerta..

Camminare: c’è una parola in tedesco, “wandern”, che non significa semplicemente camminare, andarsene in giro. E non si riesce neanche a spiegarla del tutto riferendosi a una filosofia di vita. Si tratta di una forma culturale, un rapporto con la natura e un attitudine all’aperto che inizia nella realtà, nella vita quotidiana e si propaga alla poesia, il racconto, il romanzo, la filosofia, la storia dell’arte, la musica. La passeggiata è un racconto di Robert Walser in cui non c’è trama ma negli occhi del viandante tutto il mondo osservato diventa possibilità, ed ogni cosa assume significati diversi, evocati però nella semplicità, in modo che potresti quasi dirlo prosaico. Joseph von Eichendorff, da buon romantico scrisse il romanzo Vita di un perdigiorno, in cui il protagonista  non fa altro che andarsene in giro all’aria aperta, convinto che nelle cose ci sia una musica segreta, che bisogna decifrare. Insomma un’occupazione non proprio faticosa. Schubert regalò alla cerchia dei suoi affezionati fan di primo Ottocento un ciclo di sonate chiamate Wanderer Phantasie, un set di musiche per melomani viaggianti.

Quanta gente che cammina c’è nelle Fiabe dei Grimm…abbiamo già visto il piccolo sarto, ma il lettore italiano pensa anche a Pollicino che minuscolo se ne va in giro per il mondo, o ai vari principi che sbucano sempre al momento giusto nel posto giusto, ma hanno l’aria di aver fatto parecchia strada per trovarsi da quelle parti. Anche Cappuccetto Rosso cammina quel tanto di troppo che basta per mettersi nei guai.

Fateci attenzione, difficile trovarli fermi; questi personaggi sono naturalmente viandanti. Compaiono per qualche istante nella fiaba e se ne vanno, tornando dentro al gran calderone di storie dal quale sono emersi. Un grande studioso svizzero, Max luthi, dice che sono come illuminati da un raggio di luce trasversale. Rapido. Passa di là ma non crea chiaroscuri, non si proietta nella profondità. La luce scorre, li rischiara e se ne va.

La fiaba e il senso della casa

I Grimm dicevano che le fiabe sono ovunque ‘come a casa propria’. Ma per loro casa rimase sempre e solo l’Assia. I primi anni di scuola superiore sempre richiamati alla mente e poi l’acqua, quella del fiume Fulda. Qui è per così dire il centro di irradiazione delle storie, la loro culla. Tra il 1808 e il 1812 i Grimm avviano una specie di salotto letterario dove passano molte persone con le loro fiabe, le loro storie da condividere. C’è la famiglia Hassenpflug, uno dei cui componenti diventerà cognato dei fratelli, poi la signorina Friederike Mannel con una pregressa esperienza di raccoglitrice di storie per penne altrui, la famiglia del farmacista Wild, per l’esattezza le sue tre figlie. Prevalentemente donne, dunque, e di buona cultura, non propriamente tedesche come ascendenze visto che le ultime due menzionate erano ugonotte di origine. Ma di Kassel era anche l’unico mascheitto della rosa, il militare Krause, già guardia del reggimento dei dragoni. Alla sua creatività e memoria si devono però solo 4 delle duecento fiabe. Persone tutte reali, anche se spesso i Grimm si spingono un po’ oltre con l’idealizzazione delle loro radici e dei looro talenti. Wilhelm Grimm nella prefazione alla seconda edizione decanterà come modello assoluto le starordinarie capacità narrative di un certa frau Viehmaninn, perfetto esempio di valligiana, immortalata anche dal fratello con un’incisione presente in quella stessa edizione, senza aggiungere però che anche le sue origini non erano propriamente germaniche. Che importa del resto? Parlava e raccontava tedesco meglio di ogni altro e questo è quanto basta per il loro scopo di innamorati delle antiche storie E a proposito d’amore, una delle figlie del farmacista, Dorothea Wild, diventerà anche la signora Grimm e forse non è un caso che tra le contributrici è una delle più assidue…

Hermann Grimm, nato proprio da questa fiabesca unione, così racconterà qualche anno dopo l’amore respirato da sempre in famiglia per la regione di Kassel “mai in me si è affievolita la sensazione di sentirmi a casa in Assia, da nessuna parte le montagne, le valli il panorama in lungo e in largo mi è apparso così bello, Ciò che Voglio dire è che lì io respiravo un’altra aria. Il suono poi di quella parlata ha sempre per me un che di entusiasmante. E dalle fiabe, mi sembra che risuoni in ogni cosa che Jacob e Wilhelm hanno scritto.

Jacob, invece, che non si sposò, ha della sua terra dei flash retrospettivi legati anzitutto alla figura materna. Racconta di aver vissuto gli istanti più belli della sua vita, il giorno in cui la donna, oramai anziana, si trasferì a Kassel definitivamente e lui in qualità di figlio maggiore la portò in giro a conoscere la città, tenendola per mano.

In ogni immagine della sua autobiografia c’è il senso di un legame, di un tenere stretto un filo che lega assieme la visione del passato e il presente. L’idea che la bellezza e l’amore non debbano andare perduti. Che un ‘resto’ vada salvato, sia da salvare. L’idea di conservare quella limatura spirituale attaccata alle cose, ai ricordi. C’è il giorno della prima comunione in cui Jacob ripensa con commozione alla percezione di camminare sulla lapide della chiesa dove riposava il corpo del nonno, che lì era stato pastore per diversi decenni. ‘L’immaginazione sa – spiega – come decorare le cose – E questa è una frase che il fratello Wilhelm sa portare fino alle estreme conseguenze, in quella zona d’ombra e reverie in cui la realtà trasfigura nell’immagine del desiderio. Tornando a Hanau, diretto alla stessa chiesa ma molti anni dopo, Wil prenderà nota delle nuove costruzioni, commenterà la diversità del paesaggio ma con un velo di serena malinconia e soprattutto dirà di rivedere con gli occhi dell’immaginazione il giardino dietro casa con appeso l’abito bianco della madre ad asciugare, aggiungendo: ogni volta che tornavamo da scuola e lo vedevamo lì avevamo l’impressione che mamma stesse fluttuando sul prato.

 

 

 

La Musica è altrove su Avvenire

Non solo per l’amicizia, né per la prossimità ideale e spirituale, ma la recensione di Alessandro Zaccuri, giornalista ma soprattutto scrittore eccellente, coglie in pieno i punti centrali della mia lettura dell’universo branduardiano. Per chi vuole, si può leggere integralmente qui

La Nona di Bruckner inaugura la stagione di Santa Cecilia

Una sinfonia titanica, di slanci smisurati, melodie avvolgenti e sinuose e di passaggi armonici di grande fascinosissima asprezza e sorprendente modernità. Di più, momenti che veramente sembrano consegnare l’ispirazione dell’anziano maestro alle dimensioni metafisiche dell’eternità. Parliamo della Nona sinfonia di Anton Bruckner che aprirà assieme ai Quattro pezzi sacri di Verdi la stagione 2012-2013 dell’Accademia di santa Cecilia.
La sinfonia che rimase incompiuta, anche alla luce della notoria e proverbiale indecisione del compositore nel venire a patto con i mille scrupoli che lo attanagliavano nel congedare i propri lavori, dura comunque attorno all’ora e racchiude dei momenti di lirismo assoluto capaci di deliziare l’appassionato ma anche di sorprendere al primo ascolto chi si accosti per la prima volta al mondo sonoro del musicista austriaco scomparso proprio l’11 ottobre del 1896.
Uomo di profonda religiosità, di una fede elementare nel vero senso della parola, perché aveva i tratti della devozione contadina e di un rigore gregoriano, Bruckner lottò tutta la vita con l’establishment musicale della sua epoca, incapace com’era di scrollarsi di dosso la scorza contadina, di imbastire rapporti umani col bon ton necessario nella capitale austriaca, di coniugare la devozione musicale ad un briciolo di pratico savoir faire.
Al termine delle prove di una sua sinfonia fu capace di regalare un tallero al grande direttore Artur Nikisch per complimentarsi per l’esecuzione, un’altra volta cacciò fuori dall’aula universitaria – dove insegnava contrappunto – un allievo reo di aver scritto due quinte parallele in un compito di armonia. In genere non riuscì a legare con l’entourage che ruotava attorno a Johannes Brahms, artista colto, di credo protestante che lo considerava alla stregua di un bonario valligiano col cervello imbevuto di superstizioni. Ci fu anche chi organizzò un pranzo di riconciliazione tra i due musicisti ma alcune battute intempestive di Bruckner fecero fallire miseramente il tentativo.
Ci fu anche però il momento della rivincita, quando al termine della prima esecuzione dell’Ottava Sinfonia – dedicata non senza una punta di sana ruffianeria a Francesco Giuseppe – il compositore fu sommerso da applausi, tre chiamate in scena, corone d’alloro al collo con le quali cercò di raggiungere la carrozza che riportava a casa Brahms e il critico Hanslick, il più ostile alla sua persona. In questo caso provvidenziali intermediari impedirono che la situazione degenerasse.
Rivincita che ora Bruckner conosce anche nel nostro paese dove l’intellighentsia musicale lo ha sempre ostracizzato, con l’accostamento delirante all’ideologia nazista solo perché musicologi nazisti tentarono di stravolgerne il senso dell’opera e perfino la fede religiosa e soprattutto perché alla morte di Hitler la Radio tedesca diffuse nell’etere le note dell’adagio della sua Settima Sinfonia (magistralmente usata anche da Luchino Visconti per il suo film Senso). Perfino Enzo Siciliano qualche anno fa nel suo spazio sul venerdì del quotidiano La repubblica tornò a ripetere l’infamante accusa.
Questa inaugurazione ufficiale del programma annuale di Santa Cecilia ha quindi anche un po’ il sapore di una riparazione e non a caso va in scena proprio la Nona: la più tersa, devota, complessa ma appagante delle sue creazioni, un lascito scritto nel mondo di qua con la testa e il cuore già in contemplazione di un Altrove, mai così distintamente evocato dai suoni umani. Forse addirittura meglio di Bach. Sicuramente con un cuore più puro.

…e Disney aveva (qualche volta) ragione

La critica è nota: le versioni fiabesche targate Disney hanno insistito troppo su bellurie, quadretti edulcorati, musichine accattivanti, per dare della fiaba un’idea melliflua e commercialmente sfruttabile strizzando l’occhiolino a un pubblico familiare e accondiscendente.

Osservazioni nelle quali c’è più di una verità ma con qualche, e spesso decisiva, eccezione legata ad alcune intuizioni forse estemporanee ma assolutamente significative. Per onestà intellettuale devono essere evidenziate con la stessa puntualità.  

Ne citiamo solo tre, ma tra le più trasparenti nel valorizzare elementi centrali inseriti dai Grimm nelle loro versioni: lo sbarramento di rovi che ostacola il principe nel raggiungere il castello di Rosaspina che enfatizza in senso drammatico e adatto alla rappresentazione filmata l’interdetto grimmiano. La scena conclusiva di Biancaneve, dove il castello del principe sistemato sullo sfondo su una sommità include e sintetizza l’idea di ascesa verso un Altro mondo che era deliberatamente la scelta programmatica di Wilhelm Grimm nella redazione definitiva della fiaba. Il balletto di uccelli e topolini nel confezionare l’abito di Cenerentola che riprende scene analoghe degli originali grimmiani, come il fuso, la spola, e l’ago in cui gli oggetti si animano per vestire a nuovo l’abitazione della loro padrona, la ragazza che aspira timidamente alla mano del principe o tantissime altre storie in cui gnomi, nani, e animali si danno materialmente da fare per soccorrere il protagonista. Una su tutti la fiaba natalizia degli gnomi che di notte completano il lavoro del ciabattino.

Con tutte le sue criticabili trovate insomma il buon Walt aveva però centrato uno dei capisaldi della fiaba e della fiaba grimmiana in particolare: l’idea che la miracolosità della vita, la scintilla di un’idea di solidarietà, di un gesto gratuto, di immedesimazione e amore per l’altro  appartiene a tutto il mondo e a tutte le cose, animate e inanimate, visibili e invisibili.

La terra di Cappuccetto Rosso esiste davvero. Oppure no?

Un po’ per il gusto topografico di localizzare la fiaba, un po’ per interesse di marketing i tedeschi hanno individuato la Rotkappchen Land, la terra di Cappuccetto Rosso. Proprio nella zona scandagliata fin qui, nel nord dell’Assia tra Marburg e Kassel, spostati però un po’ più verso est. Il legame tra la fiaba e la zona è l’abito caratteristico nello Schwalm, una piccola area che si trova tra i borghi di Neukirchen e Willingshausen: il gonnellone nero con due robusti bretelloni, la blusa bianca e in testa il cappuccio, ovviamente rosso. Certo la zona attorno al fiume Meno che secondo i Grimm è la culla della storia è qualche decina di chilometri più a sud ma si può lavorare tranquillamente per approssimazione. Non sono filologi gli operatori turistici

Che sono invece estremamente abili nel confezionare il pacchetto fiaba/fitness/cultura. Nella zona ci sono percorsi per il footing e trekking, piste ciclabili, nonché visite guidate ed escursioni sulle tracce del…lupo. Ogni estate a luglio si tiene la Settimana di Cappuccetto rosso che prevede tra l’altro un breve giro ciclistico tra le località più caratteristiche, una passeggiata alcolica con visita ad alcune birrerie di campagna; nel parco naturale dei monti Knull, l’ambiente più selvaggio ed evocativo della zona i bambini incontrano poi streghe e folletti, mentre le serate sono animate dai reading di attori che reinterpretano le fiabe dei Grimm. Una festa in costume e un concerto concludono la kermesse. Ma in Germania difficilmente si dimentica il contenuto e il cote artistico anche nelle operazioni più commerciali. Per cui tra i fiori all’occhiello della zona c’è la Colonia dei pittori di Willingshausen, fondata nel 1830 dal terzo Grimm, il fratello pittore Ludwig. Ancora oggi l’associazione ospita artisti provenienti da tutto il mondo cui offre delle borse di studio ed organizza corsi estivi ed escursioni tra gli innumerevoli scorci panoramici dei dintorni. Con tavolozza e cavalletto, ovviamente.

La penna e la vanga

Da Virgilio fino a Seamus Heaney ci sono versi, liriche o interi poemi in cui la poesia che muove dalla terra riesce a combinare profondità di speculazione e originalità di sguardo con un senso reale di vita vissuta a contatto con il suolo, con i suoi ritmi, le stagioni,  dando al lettore la certezza che quelle parole lì’ siano veramente segno di vita, di impegno, di conoscenza della materialità del lavoro, del sudore. Non c’è profumo d’Arcadia quando la penna è credibile quanto la vanga, perché la stessa mano l’ha incontrata, perché chi scrive ha vissuto la vita della terra. Un esempio nitido viene dai versi del grandissimo poeta irlandese Patrick Kavanagh che così conclude la poesia Inniskeen Road.

Le otto e mezza e non si vede nulla
Nel raggio di un miglio, neanche lo straccio di un’ombra
Che potrebbe mutarsi in un uomo o una donna, neanche
Un’orma a saggiare i segreti della pietra.
Qui possiedo tutto ciò che i poeti detestano in vece
Di quelle chiacchiere solenni di contemplazione (…)
Una strada, un regno che misura un miglio. E sono re
Di terrapieni, pietre e di ogni cosa che sboccia”

E il bello è che questa fedeltà agli elementi naturali, questa osmosi regale nulla toglie alla forza dell’immaginazione, della metafora: diventa la piattaforma da cui l’esecuzione verbale prende slancio e non si pone più limiti perché conserva la memoria della radice, del luogo di partenza.  Così ancora Kavanagh ne ‘L’uomo dietro all’erpice’

Ora lascia che si allentino le redini
I semi oggi volano lontano –
I semi come stelle contro la nera
Eternità del fango d’aprile.
Questo è un seme potente come il seme
Della conoscenza nel libro degli Ebrei.
Così guida i tuoi cavalli nel credo
Di Dio padre come un fascio di grano.
Dimentica gli uomini sulla collina di Brady.
Dimentica ciò che il garzone di Brady potrà mai dire
Perché il destino non si compierà
finché non lasci che l”erpice vada.

 

La lettura di un evento ricorrente e in fondo semplice scagliata sullo sfondo biblico che rende ogni gesto gravido si significati è assolutamente immediata, plausibile, vigorosa.

Nessuna poesia però più di Digging, opera d’esordio programmatico di Seamus Heaney, rende questi concetti, argomenta e spiega credibilmente questa immedesimazione tra il lavoro dell’artista e quello di chi lavora la terra. Universi recisi da una certa idea urbana, intellettualistica di cultura, ma tra i quali non è così difficile andare e venire ; basta aver messo piede in un campo, aver seminato un orto, aver preso in mano gli strumenti antichi del lavoro della terra, anche solo una volta.

 

Quatta quatta con il colpo in canna
Fra medio e pollice sta la penna.
Sotto la finestra un raspo netto all’internarsi
Della vanga nel terreno ghiaioso:
È mio padre che dissoda. Guardo in basso,
Finché sotto sforzo, a groppa curva
Sulle aiuole, torna venti anni indietro
Piegandosi a tempo per i solchi
Di patate che vangava.
A posto sul vangile lo scarpone,
Saldo fulcro del manico il ginocchio,
Cavava gambi, ficcava a fondo la lucente lama
Per spargere patate nuove che noi raccattavamo
Adorandone fresca la durezza nella mano.
Per Dio, il vecchio ci sapeva fare
Con la vanga. Come il suo vecchio.

Mio nonno in una giornata tagliava più torba
Di chiunque altro nella torbiera di Toner.
Una volta gli portai il latte in una bottiglia
Sciattamente turata con la carta.
Si raddrizzò per bere e subito riprese
Con cura a fare tacche e fette, spalandosi le zolle
Dietro le spalle, sempre più a fondo
A cercare quella buona. Scavando.
Il freddo afrore di terriccio di patate, risucchio e stacco
Da torba in guazzo, secco taglio della lama
Nelle radici vive, mi si risvegliano in testa.
Ma non ho vanga per seguire uomini come loro.
Fra medio e pollice
Quatta quatta sta la penna.
Sarà la mia vanga.

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