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se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

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C’era una volta l’autunno

Questa non è una favola. Non è l’inizio di una storia. Sono due parole a corredo di questa immagine d’autunno dove le foglie trascolorano e non ce n’è una uguale all’altra. E’ l’opulenza di una tavolozza di colori che ti comunica la variopinta irriducibile varietà della natura quando segue il suo corso e si annuncia perfino ad un incrocio cittadino, piuttosto anonimo, tra due strade che non brillano di particolari bellezze architettoniche. E’ l’autunno. Sarebbe l’autunno.

Guardi quest’albero e i tuoi sensi si riempiono e vorresti lodare la bellezza, la fortuita evenienza di un’immagine reale di un angolo urbano qualunque  che pure conquista lo sguardo e mette in moto un senso di riconoscenza. Sarebbe questa la sensazione.

Poi pensi alla piena dei fiumi, agli argini travolti, alla gente evacuata, ai morti; pensi alle pianure devastate dalle esondazioni di corsi d’acqua altrimenti docili, pensi a un Paese ancora una volta in ginocchio.

Questo è diventato l’autunno. Questa somma impazzita di eventi estremi per cui la bilancia tra vita reale ed emozioni personali non può più essere oramai  alla pari.

Ma non riesco a togliermi dagli occhi quello spettacolo di bellezza. Un albero di città che non è stato travolto, che accompagna sereno le foglie placide che si ingialliscono una ad una e cadono nella quiete indisturbata perfino dalle macchine, dai cani, dai bambini dell’asilo che è poco più avanti sulla stessa via. Nessuno sarà mai risarcito da quest’attimo di bellezza solitaria, da questa percezione mia quasi imbarazzante, superflua. Eppure penso che anche nella devastazione dei terreni, dopo che l’acqua si sarà ritirata, dopo il tempo degli affanni e del dolore, qualcuno potrà tornare a guardarsi intorno con un briciolo di esausta speranza. E forse potrà trovare un albero simile. Una bellezza che resiste. Superflua, forse, eppure esiste.

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La luna esatta e lussureggiante di Calvino

Quando, il giorno dopo l’allunaggio, una fitta schiera di intellettuali saggisti romanzieri  cominciò ad innalzare inenarrabili lamenti sulla violazione, lo stupro del beneamato satellite – secolare fonte di ispirazione e struggimento poetico – affermando in sostanza che nessuno più avrebbe potuto scagliare l’immaginazione là dove un piede umano reale si era posato, Calvino ribadì che nulla era cambiato: anzi, la sfida ora era più grande e posta alla capacità dello sguardo di congetturare, presumere, andare al di là delle immagini convenzionali, perché come aveva scritto qualche tempo prima rivolgendosi ad un’apocalittica Anna Maria Ortese “chi ama la luna davvero non si contenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più”

E il suo fu sempre uno sguardo che puntava a “dire di più”: appassionato ma lucido; fedele, freddo ma soprattutto  capace di isolare e far emergere la potenzialità narrativa negli oggetti, anche come in questo celebre passo tratto da la distanza della luna, in cui l’assurdo di una ricotta tratta dal latte lunare diventa un dato di fascinosa surrealtà , eppure descritto con tale esattezza, asciuttezza e rigore da essere perfettamente credibile. E tanto più credibile quanti più aggettivi accorrono in soccorso della mente che legge e finisce quasi travolta da questa ricchezza lussureggiante e chirurgica di immaginazione. Dati fantastici ma perfettamente coerenti con questa disciplina rigorosa ma rutilante dell’immaginazione. Arte in cui Calvino è forse inarrivabile.   

“Ora voi mi chiederete cosa diavolo andavamo a fare sulla Luna, e io ve lo spiego. Andavamo a raccogliere il latte, con un grosso cucchiaio ed un mastello. Il latte lunare era molto denso, come una specie di ricotta. Si formava negli interstizi tra scaglia e scaglia per la fermentazione di diversi corpi e sostanze di provenienza terrestre, volati su dalle praterie e foreste e lagune che il satellite sorvolava. Era composto essenzialmente di: succhi vegetali, girini di rana, bitume, lenticchie, miele d’api, cristalli d’amido, uova di storione, muffe, pollini, sostanze gelatinose, vermi, resine, pepe, sali minerali, materiale di combustione. Bastava immergere il cucchiaio sotto le scaglie che coprivano il suolo crostoso della Luna e lo si ritirava pieno di quella preziosa fanghiglia. Non allo stato puro, si capisce; le scorie erano molte: nella fermentazione (attraversando la Luna le distese di aria torrida sopra i deserti) non tutti i corpi si fondevano; alcuni rimanevano conficcati lì: unghie e cartilagini, chiodi, cavallucci marini, noccioli e peduncoli, cocci di stoviglie, ami da pesca, certe volte anche un pettine. Così questa purè, dopo raccolta, bisognava scremarla, passarla in un colino. Ma la difficoltà non era quella: era come mandarla sulla Terra. Si faceva così: ogni cucchiaiata la si lanciava in su, manovrando il cucchiaio come una catapulta, con due mani. La ricotta volava e se il tiro era abbastanza forte s’andava a spiaccicare sul soffitto, cioè sulla superficie marina. Una volta là, restava a galla e tirarla su dalla barca era poi facile. Anche in questi lanci mio cugino il sordo dispiegava una particolare bravura; aveva polso e mira; con un colpo deciso riusciva a centrare il suo tiro in un mastello che gli tendevamo dalla barca. Invece io certe volte facevo cilecca; la cucchiaiata non riusciva a vincere l’attrazione lunare e mi ricadeva in un occhio.”

La magia ‘logica’ di una fiaba perfetta

Ecco il metodo Grimm, di cui tanto avrebbero bisogno molti scrittori contemporanei anche se di genere diverso. La costruzione, con gli strumenti della lingua, di una magia tutta filo-logica, razionale eppure come fatata.

La ricerca di questo effetto a suo modo magico, si può ravvisare ad esempio nei tre diversi incipit di una delle fiabe più celebri : il principe ranocchio. Nella prima versione, quella del 1812, l’inizio è giusto una porta di ingresso sulla storia. Sbrigativo, quasi fosse una formalità, senza cura per l’atmosfera

C’era una volta la figlia di un re, che andò nel bosco e si sedettevicino a una fontana d’acqua fresca. In mano aveva una palla d’oro, che era il suo gioco preferito. La buttava in alto e la riprendeva nell’aria, e così si divertiva

Già nella versione del 1819 la caratterizzazione trova qualche spunto e qualche particolare in più. Il ritmo prende a dilatarsi, ma i passaggi sono ancora molto meccanici.

C’era una volta la figlia di un re, che non sapeva che fare per la noia. Allora prese una palla d’oro con la quale aveva già spesso giocato e se ne andò nel bosco. Lì nel mezzo del bosco, c’era una fontana limpida e fresca, vicino alla quale si sedette, gettò in alto la palla e la riprese, perché questo era il suo passatempo.

Ed ecco quella definitiva, l’ultima versione datata 1857. Qui la mano di Wilhelm ha raggiunto al perfezione di quello che sarà il ‘marchio’ Grimm, la norma per chiunque scriverà fiabe da allora in poi.

Nei tempi antichi, quando il desiderio era ancora d’aiuto, c’era un re le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava quando le brillava in volto. Vicino al castello del re c’era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio c’era una fontana: e nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel boco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente; e quando si annoiava prendeva una palla d’oro, la buttava in alto e la riprendeva; e questo era il suo gioco preferito”

Qui siamo davvero entrati gradualmente nel ‘senza tempo’ della fiaba. Le prime righe sono come dei gradini, e dentro ci attende l’altra dimensione, dove ‘ancora è efficace il desiderio’. Ci son più elementi, il lettore si abitua gradualmente a visitare quel paesaggio a vivere dentro il suo mistero. La storia si sviluppa di frase in frase e la congiunjzione ‘e’ che le lega non crea gerarchie tra le espressioni ma le accumula una sull’altra avvolgendo personaggi e concetti.

Lo stesso ritmo ipnotico, incantatorio ottenuto con la congiunzione all’inizio di ogni frase, si ritrova in un altro capolavoro di sospensione come l’incipit di Biancaneve, anche qui nella versione finale del 1857

Una volta, nel cuore dell’inverno, mentre i fiocchi cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva, seduta accanto a una finestra dalla cornice d’ebano. E così, cucendo e alzando gli occhi per guardare la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, che ella pensò: “Avesi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!” Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue, e dai capelli neri come l’ebano; e la chiamarono Biancaneve. E quando nacque, la regina morì

Frasi semplici ancora una volta senza subordinate, ed ognuna è articolata in modo elementare, c’è un grande uso delle ripetizioni, anche queste a scopo incantatorio, ipnotico, ancora più evidente quando la ripetizione è relativa a colori primari o a un non colore come il nero. Tutto il testo evita le sfumature, ‘il nero è nero’ il rosso si taglia sul bianco, la morte segue la nascita. Domina un senso di esperienza primaria, di stupore infantile di fronte a una realtà immensa, austera, colossale. Per rinforzare l’idea di arcaicità Grimm usa la tecnica dell’allitterazione, normativa nei poemi epici germanici, lavorando sulla consonante ‘f’ Flocker per fiocchi fallen per cadere Feder per piume.

Così può riassumersi allora il metodo Grimm: lessico popolare, struttura elementare, sintassi e ritmo incantatorio, elementi stilistici e della narrazione mutuati della poesia medievale che così bene conoscevano e che così perfettamente conserva quell’idea di antichità, di autorevolezza proveniente da un passato profondo che vale per loro come ‘autenticatore’ dei motivi, dei temi, delle storie stesse.

E a proposito di medioevo, c’è un’altra particolarità nell’incipit di Biancaneve nella quale si legge lo zampino dei filologi. Nella primissima stesura della fiaba, che risale a prima della pubblicazione della prima edizione, ae cioè a un manoscritto redatto attorno al 1807, a proposito del sangue si legge ‘numerose gocce’ che poi nel testo ‘ufficiale’ diventano tre, esattamente come nel Parzival, celebre poema medievale sulla ricerca Graal, in cui il protagonista prima di un duello ne vede proprio tre sulla neve. Il fatto che questa correzione non sia casuale è confermato dalla doppia sottolineatura a matita rossa di questo preciso passo del poema nella copia posseduta da Wilhelm Grimm e oggi conservata nella Biblioteca universitaria di Berlino.

E’ un’erudizione appassionata, partecipe e selettiva; il bagaglio di dati, quella montagna di evidenze accumulate che a volte confondevano gli interlocutori, nella testa di Grimm sono un reticolato perfetto di riferimenti, una dimostrazione dell’efficacia della filologia per la creazione di un mondo di storie. Il dispiegarsi, come abbiamo visto, della forza del significato originario che si articola nella storia, sia nelle creazioni popolari sia nei testi colti che in questo uso dei fratelli perfettamente si sposano.

Questa tensione fecondissima tra filologia e creatività, tra rigore e incanto ha accompagnato tutta la vita dei fratelli e ne ha segnato le discussioni teoriche fin dall’inizio, come testimoniato da una lettera di Jacob indirizzata a Savigny, il loro maestro ai tempi dell’Università a Marburg.

“Non posso dimenticare di informarvi circa i lavori che abbiamo in mente di scrivere. Su alcuni punti non siamo d’accordo e le nostre discussioni al propoito sono senza fine. Riguardano il processo di modernizzazione dell’antica poesia che Wilhelm ritiene possibile e necessario per mezzo della semplice traduzione e che io invece considero del tutto irrealizzabile”.

Discussioni senza fine che mai però minarono il rapporto di confidenza assoluta, di simbiosi tra i due. Come scrive ancora Jacob, molti anni dopo, nel 1860 ‘nei primi anni di scuola ci accolsero uno stesso letto e una setssa cameretta, lavoravamo seduti allo stesso tavolo (…) in seguito abbiamo avuto due scrivanie e due stanze, ma fino alla fine abbiamo lavorato sotto lo stesso tetto, in indiscussa e indisturbata comunità di tutto, dei nostri averi e dei nostri libri”.

Sulle fiabe comunque sarà Wilhelm a prevalere e a consegnare ai posteri questo prodotto ibrido, un prodotto diverso e uguale dalle storie originali, fedele nello spirito agli intenti delle origini, un ponte levatoio verso quell’oscura età di passaggio tra paganesimo e cristianesimo dove condurre i lettori di ogni tempo educando la loro immaginazione graze all’immersione in un mondo di elementi primordiali, di fiducia e astuzie, di paure, incantesimi ed eroismi, di soccorsi improvvisi e maledizioni da neutralizzare, di spazi sterminati che restano ignoti per una vita ma si possono percorrere in una sola giornata. Un mondo di possibilità, dove al bosco più impenetrabile fa seguito una radura di sole che si apre come la speranza nella notte più tetra. Un mondo che solo così forse poteva essere comunicato. Se Wilhelm non avesse” rivisto e rilavorato i testi – scrive lo studioso americano Donald Ward – solo un gruppetto di studiosi di folklore e di narratologia oggi li ricorderebbe”. Ma per fortuna le cose sono andate come sappiamo.

La torre dove non osano i critici

In un celebre saggio sul Beowulf, il famoso poema epico in inglese antico, Tolkien contravvenne ad una delle sue massime di vita e scrisse un’allegoria, lui che cordialmente le detestava. Ma detestava molto di più chi fa a pezzi un’opera d’arte perdendone il senso di insieme per andare a caccia di particolari irrilevanti, componenti ed elementi che appartengono più alle interpretazioni che al senso di ciò che si sta analizzando. Perché un’opera letteraria deve parlare come dal futuro. Deve esser studiata certamente nei suoi elementi ma per metterne in luce la capacità progressiva, di ampliare lo sguardo del lettore e dire solo a lui qualcosa di sé che ancora non sapeva. Qui si incontrano filologi (che studiano la parola per liberarne i sensi profondi e produttivi) e fruitori (che quelle parole accolgono per piacere godimento estetico). E da qui si può guardare avanti, dove c’è per Tolkien il mare. Ecco la sua riflessione

Un uomo ereditò un campo in cui si ergeva un cumulo di vecchie pietre, parte di un antico edificio. Alcune di queste pietre erano già state usate per costruire la casa in cui egli viveva, non lontano dall’antica dimora dei suoi padri.
Delle restanti, egli ne prese una parte per costruire una torre. Ma i suoi amici si accorsero a un certo punto (e senza preoccuparsi di salire le scale) che queste pietre in precedenza erano state parte di un edificio più antico.
Così essi gettarono la torre a terra, non senza fatica, per cercare incisioni e iscrizioni nascoste, o per scoprire da dove i remoti antenati dell’uomo si erano procurati il materiale da costruzione. Alcuni, sospettando l’esistenza di un deposito sotterraneo di carbone, cominciarono a scavare per cercarlo, dimenticando anche le pietre.
Tutti quanti dicevano: «La torre è estremamente interessante». Ma dicevano anche (dopo averla rasa al suolo): «Che disordine c’è qui!»
E anche gli stessi discendenti dell’uomo, che avrebbero ben potuto considerare quel che egli era stato sul punto di fare, furono uditi mormorare: «È un tipo così strambo! Pensa, usare queste antiche pietre solo per costruire una torre del tutto insensata! Perché non ha restaurato la vecchia casa? Non aveva il senso delle proporzioni!»
Ma dalla cima di quella torre l’uomo era stato in grado di spingere lo sguardo sino al mare.

Ancora banalità sulle fiabe al cinema

Errare è umano perseverare diabolico. E in questo caso l’aggettivo è eloquente. Continua il tam tam mediatico sulla variante moderna e filmica  delle fiabe antiche, spacciando per unica via comunicativa possibile quella di renderle horror e dark. ‘Basta smancerie – dice Chiara Ugolini sul Repubblica – non piacciono più’. E ‘soprattutto – insiste-  torniamo agli originali che erano già quasi noir, dimenticando il “buonismo disneyano”.

A parte il tono francamente fastidioso e supponente nel suo dilettantismo apodittico, colpisce il fatto che si esalti come un bene per la godibilità di opere di finzione quella virata verso la violenza che umanamente si condanna in qualsiasi altro ambito della vita pubblica e privata. Ma tant’è: questa volta si magnificano degli Hansel e Gretel con kalashnikov e che cresciuti, quindici anni dopo l’avventura grimmiana, vanno a caccia di streghe armati come una squadra di teste di cuoio. Ma, pare, ci attende anche una versione noir del mago di Oz e tornerà pure la bella e la bestia e un Pinocchio più ‘oscuro’.

Pare allora inutile anche se doveroso tornare a precisare la ricchezza del simbolismo di una fiaba, le innumerevoli pieghe nascoste nella trama, la valenza trascendente di eventi, scelte e fatti narrati. L’idea che ci rimandino a un passato dove la meraviglia conta molto più di un terrore  forzatamente indotto  per strizzare l’occhio a un’idea di contemporaneità. Banale dirlo, ma è questo il motivo per cui sono nate. Colpisce infine che ancora una volta la nostra presunta divulgazione culturale non faccia altro che accodarsi a uno e un solo elemento alla moda amplificandolo ed esaltandolo in maniera appunto dilettantistica, piatta, volgare, non documentata.

Un solo consiglio ci permettiamo di dare: prima di accollare stavolta la colpa alla versione disneyana, andatevi a rileggere cosa c’è  dietro veramente alla vicenda di Biancaneve. Concetti e allegorie che il buon Walt con la sua pur eccessiva idealizzazione ha  perfettamente illustrato.  Poi ne riparliamo, intanto però non confondiamo i lettori.

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