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se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

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Kavanagh:in memoria del padre

Nel giorno dei defunti, questa lirica di Patrick Kavanagh, grande poeta irlandese, tratta dall’antologia ‘Andremo a rubare in cielo’ (Ancora editrice) che ho pubblicato un paio d’anni fa e che raccoglie una quarantina di poesie di questo artista così poco noto da noi.
Per chiunque abbia perso una persona cara, l’idea che il suo volto, i suoi modi di essere e di fare, la sua andatura siano rintracciabili da qualche parte nel mondo, anche in un incontro casuale, avvenuto per qualche fortuita coincidenza o per uno scherzo del caso

Ogni anziano che vedo

Mi ricorda mio padre

Quando si innamorò della morte

Al tempo in cui si raccoglieva il grano.

Ne vidi uno a Gardiner Street

mentre inciampava sul marciapiede,

mi diede una mezza occhiata:

avrei potuto essere suo figlio

E mi ricordo del musicista

Esitante sul suo violino

A Bayswater, Londra,

lui pure mi ha posto quell’enigma.

Ogni anziano che vedo

Nel tempo che ha i colori di ottobre

Sembra dirmi:

una volta fui tuo padre

La penna e la vanga

Da Virgilio fino a Seamus Heaney ci sono versi, liriche o interi poemi in cui la poesia che muove dalla terra riesce a combinare profondità di speculazione e originalità di sguardo con un senso reale di vita vissuta a contatto con il suolo, con i suoi ritmi, le stagioni,  dando al lettore la certezza che quelle parole lì’ siano veramente segno di vita, di impegno, di conoscenza della materialità del lavoro, del sudore. Non c’è profumo d’Arcadia quando la penna è credibile quanto la vanga, perché la stessa mano l’ha incontrata, perché chi scrive ha vissuto la vita della terra. Un esempio nitido viene dai versi del grandissimo poeta irlandese Patrick Kavanagh che così conclude la poesia Inniskeen Road.

Le otto e mezza e non si vede nulla
Nel raggio di un miglio, neanche lo straccio di un’ombra
Che potrebbe mutarsi in un uomo o una donna, neanche
Un’orma a saggiare i segreti della pietra.
Qui possiedo tutto ciò che i poeti detestano in vece
Di quelle chiacchiere solenni di contemplazione (…)
Una strada, un regno che misura un miglio. E sono re
Di terrapieni, pietre e di ogni cosa che sboccia”

E il bello è che questa fedeltà agli elementi naturali, questa osmosi regale nulla toglie alla forza dell’immaginazione, della metafora: diventa la piattaforma da cui l’esecuzione verbale prende slancio e non si pone più limiti perché conserva la memoria della radice, del luogo di partenza.  Così ancora Kavanagh ne ‘L’uomo dietro all’erpice’

Ora lascia che si allentino le redini
I semi oggi volano lontano –
I semi come stelle contro la nera
Eternità del fango d’aprile.
Questo è un seme potente come il seme
Della conoscenza nel libro degli Ebrei.
Così guida i tuoi cavalli nel credo
Di Dio padre come un fascio di grano.
Dimentica gli uomini sulla collina di Brady.
Dimentica ciò che il garzone di Brady potrà mai dire
Perché il destino non si compierà
finché non lasci che l”erpice vada.

 

La lettura di un evento ricorrente e in fondo semplice scagliata sullo sfondo biblico che rende ogni gesto gravido si significati è assolutamente immediata, plausibile, vigorosa.

Nessuna poesia però più di Digging, opera d’esordio programmatico di Seamus Heaney, rende questi concetti, argomenta e spiega credibilmente questa immedesimazione tra il lavoro dell’artista e quello di chi lavora la terra. Universi recisi da una certa idea urbana, intellettualistica di cultura, ma tra i quali non è così difficile andare e venire ; basta aver messo piede in un campo, aver seminato un orto, aver preso in mano gli strumenti antichi del lavoro della terra, anche solo una volta.

 

Quatta quatta con il colpo in canna
Fra medio e pollice sta la penna.
Sotto la finestra un raspo netto all’internarsi
Della vanga nel terreno ghiaioso:
È mio padre che dissoda. Guardo in basso,
Finché sotto sforzo, a groppa curva
Sulle aiuole, torna venti anni indietro
Piegandosi a tempo per i solchi
Di patate che vangava.
A posto sul vangile lo scarpone,
Saldo fulcro del manico il ginocchio,
Cavava gambi, ficcava a fondo la lucente lama
Per spargere patate nuove che noi raccattavamo
Adorandone fresca la durezza nella mano.
Per Dio, il vecchio ci sapeva fare
Con la vanga. Come il suo vecchio.

Mio nonno in una giornata tagliava più torba
Di chiunque altro nella torbiera di Toner.
Una volta gli portai il latte in una bottiglia
Sciattamente turata con la carta.
Si raddrizzò per bere e subito riprese
Con cura a fare tacche e fette, spalandosi le zolle
Dietro le spalle, sempre più a fondo
A cercare quella buona. Scavando.
Il freddo afrore di terriccio di patate, risucchio e stacco
Da torba in guazzo, secco taglio della lama
Nelle radici vive, mi si risvegliano in testa.
Ma non ho vanga per seguire uomini come loro.
Fra medio e pollice
Quatta quatta sta la penna.
Sarà la mia vanga.

W.B. Yeats: la mente di un vecchio diventa poesia

Guarda dietro di sé e accumula dubbi,  ma non può dimenticare la sua forza che è quella dell’immaginazione, anche se sembra non regalargli certezza. Di fronte al decadere del corpo e delle facoltà di un fisico che si incammina verso la fine, la riscossa della mente può essere solo rianimata dalla volontà del cuore , da una ‘frenesia’ che si volge attorno: un prato, un quadro, l’umiltà e il nonnulla naturale  di un topolino.  In questa poesia Yeats dà prova di tutta la sua fiducia nella capacità di guardare le cose in modo più pieno anche a fronte dell’idea della fine e del confronto sempre impari con una verità che può essere inseguita ma forse solo donata

Quadro e libro rimangono,
Un campo d’erba verde
Per prendere un po’ d’aria,
Ora che le forze del corpo se ne vanno;
Mezzanotte, una vecchia casa
In cui solo un topo si muove.

La mia tentazione è la quiete.
Qui al termine della vita
Né la sbrigliata immaginazione,
Né la macina della mente
Che ne consuma cenci e ossa,
Riescono a render nota la verità.

Mi sia concessa la frenesia di un vecchio,
Devo rifare me stesso
Fino ad essere Timone o Lear
O quel William Blake
Che bussò sul muro
Tanto che la Verità rispose al suo richiamo;

Una mente quale la conobbe Michelangelo
Tale da penetrare le nuvole,
O ispirata dalla frenesia
Da scuotere i morti nei sudari;
Del resto dimenticata dal genere umano:
La mente d’aquila di un vecchio.

La Musica è altrove in TV

Certo, il libro gioca in casa, perché mercoledì 11 luglio attorno alle ore 10.00 si parlerà di Angelo Branduardi nello spazio estivo ‘Nel cuore dell’estate’, il contenitore quotidiano di Tv2000 dove il sottoscritto lavora. Per l’occasione presenteremo la Musica è altrove e riproporremo un’intervista ad Angelo Branduardi in cui il musicista lombardo parla di letteratura e dei suoi autori preferiti in una puntata incentrata peraltro sul  rapporto tra poesia e vita con numerosi altri spunti di interesse come un approfondimento dedicato ad Alda Merini.

Branduardi e i…classici

Musicando il Notturno di Alcmane, poeta greco del VII secolo avanti Cristo, Angelo Branduardi ha iniziato una lunga personale carriera di frequentazione con testi della classicità greco-latina (certo, Alcmane appartiene a un periodo preclassico, obietteranno i grecisti, ma ci prendiamo la libertà di inserirlo in quel retaggio che l’istruzione liceale ha reso compatto e unitario per legioni di studenti) . Tra le altre spiccano queste due allusioni,  citate nel libro La Musica è altrove

Due allusioni ai classici si ritrovano nel disco Cogli la prima mela, a ulteriore conferma dell’ampiezza di interessi della coppia Branduardi-Zappa; anzitutto ne la Raccolta dove si fa riferimento a  un  frammento  della poetessa greca Saffo che a proposito di una donna nubile si esprime con questa metafora

Come la mela sul ramo più alto/la dimenticarono i raccoglitori/anzi, non poterono ragiungerla,

che nella canzone diventa

Sei la spiga più bella che hanno scordato di tagliare/sei la mela più alta che nessuno mai raggiungerà./Passato è il tempo della Raccolta/la calda estate è finita di già/ e cutriosa ancora tu/aspeti chi ti coglierà

Mentre i cani del Signore di Baux che “gemon nel sonno/sognando della caccia” rimandano al De rerum natura del poeta latino Lucrezio che nel secondo libro del poema affrontando il tema del sogno si sofferma anche su alcuni animali:

Vedrai infatti forti cavalli, le cui membra giaceranno distese,

tuttavia irrorarsi di sudore nel sonno e ansar senza posa

e tender le forze all’estremo, quasi fossero in gara per la vittoria (…)

E spesso i cani dei cacciatori, pur mollemente addormentati,

tuttavia dimenano d’improvviso le zampe e emettono d’un tratto

latrati e aspirano frequentemente con le nari l’aria,

come se avessero scoperto tracce di fiere e le seguissero (…)

Ma la carezzevole prole dei cuccioli, avvezza a vita domestica,

in fretta scuote via e solleva da terra il corpo,

quasiché vedesse figure e facce ignote.

E quanto più una razza è feroce,

tanto più nel sonno essa deve infuriare.

L’immagine è di tale impatto che se ne è ricordata anche Doris Lessing, Nobel per la letteratura nel 1997. Nella sua autobiografia la scrittrice richiama direttamente il testo lucreziano

“Come i cani che se ne stavano lunghi distesi a guaire e uggiolare di eccitazione ogni volta che sognavano di dare l caccia a una lepre o un coniglio”

Una cucciolata di cani, come abbiamo visto, è protagonista de la Canzone canina di Esenin, che Branduardi ha musicato col titolo “La Cagna”

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