vocisullaluna

se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

Archivi per il mese di “maggio, 2012”

Branduardi il progressivo?

Il primo album di Branduardi, che mostra  in copertina il suo nome assieme ad un volto emaciato, bambinesco, di una timidezza consapevole però di poter dire qualcosa di importante, questo album dicevo, che tra l’altro presenta pezzi notevolissimi come Lentamente, Per creare i suoi occhi e Il tempo che verrà, viene catalogato su alcuni siti come ‘rock progressivo’.

Definizione in parte azzardata, ma visto che si tratta di un concept album secondo la voga del tempo e che nel lato B offre lunghe improvvisazioni strumentali, non del tutto arbitraria. Siamo nella prima metà degli anni ’70, la scena internazionale è dominata da gruppi come Genesis, Yes, King Crimson, Emerson lake and Palmer che osano coniugare la pulsazione del rock con strutture ampie, sinfoniche, cura strumentale, armonizzazioni impervie e sorprendenti; insomma fanno di quella che veniva considerata una musica di protesta, radicata nelle dodici battute del blues, un prodotto d’arte, studiato, molto occidentale e non troppo black. Pensate, proprio gli ELP con Tarkus, disco assolutamente sperimentale e atratti di grande complessità arrivarono in cima alle classifiche di vendita e si permisero il lusso di musicare pezzi di autori americani coltissimi come il Copland della Fanfare for the common man.

Branduardi dal canto suo apprezza molto questa musica e lo dice in diverse interviste, recentemente rispondendo a  una mia domanda ricordava alla perfezione il nome del bassista degli Yes, il grandissimo Chris Squire, ma citava anche il grande Robert Fripp, leader dei King Crimson. Ma soprattutto Angelo  ha suonato con musicisti come i fratelli Nocenzi, colonne del Banco del mutuo Soccorso, sia in studio che live. Steve Hackett poi, chitarrista dei Genesis, è a lui molto affine in certe atnmosfere, che Branduardi ha dimostrato di apprezzare con una citazione particolarissima.

Insomma anche se il concetto, soprattutto ideologicamente, non gli si attaglia alla perfezione, possiamo dire che c’è del progressive nella sua musica, come confermato ad esempio dall’atmosfera onirica e liquida della celebre intriduzione live all’Uomo e la Nuvola nel disco Concerto.

Saverio Simonelli

Branduardi e i…classici

Musicando il Notturno di Alcmane, poeta greco del VII secolo avanti Cristo, Angelo Branduardi ha iniziato una lunga personale carriera di frequentazione con testi della classicità greco-latina (certo, Alcmane appartiene a un periodo preclassico, obietteranno i grecisti, ma ci prendiamo la libertà di inserirlo in quel retaggio che l’istruzione liceale ha reso compatto e unitario per legioni di studenti) . Tra le altre spiccano queste due allusioni,  citate nel libro La Musica è altrove

Due allusioni ai classici si ritrovano nel disco Cogli la prima mela, a ulteriore conferma dell’ampiezza di interessi della coppia Branduardi-Zappa; anzitutto ne la Raccolta dove si fa riferimento a  un  frammento  della poetessa greca Saffo che a proposito di una donna nubile si esprime con questa metafora

Come la mela sul ramo più alto/la dimenticarono i raccoglitori/anzi, non poterono ragiungerla,

che nella canzone diventa

Sei la spiga più bella che hanno scordato di tagliare/sei la mela più alta che nessuno mai raggiungerà./Passato è il tempo della Raccolta/la calda estate è finita di già/ e cutriosa ancora tu/aspeti chi ti coglierà

Mentre i cani del Signore di Baux che “gemon nel sonno/sognando della caccia” rimandano al De rerum natura del poeta latino Lucrezio che nel secondo libro del poema affrontando il tema del sogno si sofferma anche su alcuni animali:

Vedrai infatti forti cavalli, le cui membra giaceranno distese,

tuttavia irrorarsi di sudore nel sonno e ansar senza posa

e tender le forze all’estremo, quasi fossero in gara per la vittoria (…)

E spesso i cani dei cacciatori, pur mollemente addormentati,

tuttavia dimenano d’improvviso le zampe e emettono d’un tratto

latrati e aspirano frequentemente con le nari l’aria,

come se avessero scoperto tracce di fiere e le seguissero (…)

Ma la carezzevole prole dei cuccioli, avvezza a vita domestica,

in fretta scuote via e solleva da terra il corpo,

quasiché vedesse figure e facce ignote.

E quanto più una razza è feroce,

tanto più nel sonno essa deve infuriare.

L’immagine è di tale impatto che se ne è ricordata anche Doris Lessing, Nobel per la letteratura nel 1997. Nella sua autobiografia la scrittrice richiama direttamente il testo lucreziano

“Come i cani che se ne stavano lunghi distesi a guaire e uggiolare di eccitazione ogni volta che sognavano di dare l caccia a una lepre o un coniglio”

Una cucciolata di cani, come abbiamo visto, è protagonista de la Canzone canina di Esenin, che Branduardi ha musicato col titolo “La Cagna”

Branduardi e quel Natale di un Futuro Antico

 Eccovi un altro breve estratto dal libro: La Musica è altrove

 Un  battesimo particolare per l’operazione sulla musica antica Branduardi lo trova allo Stadio Olimpico nel giugno dello stesso anno quando chiude con un concerto diquasi tre ore la festa dei giovani dell’Azione cattolica Nazionale succedendo sul palco all’allora presidente della Repubblica Luigi Scalfaro e a Rita Borsellino sorella del magistrato trucidato in Via D’Amelio pochi anni prima.

Del resto la prossimità a certi valori dei giovani dei movimenti cattolici non nasce in quel momento – la pulce d’acqua cantata in un campo scout è praticamente un rituale – ma viene in qualche modo fissatoasulla carta nel Natale successivo quando Branduardi firma l’editoriale della Vigilia sul quotidiano Avvenire ponendo con qualche audacia in relazione lo sguardo dell’artista al di là della “porta chiusa” con l’evento dell’Incarnazione. Così scrive:

Non so se a pensarla così sono ortodosso, ma il fatto che il Mistero si sveli, che si sia fatto carne, a me sembra una cosa più semplice di quanto si creda. Egli è venuto in carne ed ossa, con tutto ciò che implica il funzionamento di questa nostra carne. Ma proprio questo implica che in questa stessa nostra povera carne ci sia qualcosa di divino (…) Io ho una grande fortuna: faccio l’artista di mestiere e l’arte è sempre uno sguardo al di là della porta chiusa verso l’Oltre, verso il Mistero.  Guardare al Mistero mette anche paura, risveglia l’adrenalina. E l’adrenalina ti mette in movimento, fa venire voglia di rischiare. Per questo il natale, il Mistero che si è svelato, che si è reso conoscibile, sperimentabile è innanzitutto rischio, avventura.  Il contrario del cinico buonismo di oggi di un’Europa che pare intenzionata solo a difendersi , mentre gli unici che rischiano, che fanno figli sono gli extracomunitari, oggi forse la categoria più “natalizia”. (…)

In fondo ricominciare è semplice. Mi ha sempre impressionato molto l’aneddoto, vero, che si racconta di Arnold Schoenberg, il compositore che inventò la dodecafonia, l’ultima estrema rivoluzione della musica occidentale dopo Wagner. Lui, Schoenberg, l’intellettuale per eccellenza,. Lo sperimentatore per vocazione, il demolitore di linguaggi precostituiti scriveva ad un amico pochi giorni prima di morire ‘però quanta bella musica si potrebbe ancora scrivere in Do maggiore!’. Tutto, insomma, si può ricostruire, tutto può ricominciare. Basta correre il rischio e l’avventura, là dove ci porta il Mistero. “

Branduardi e Yeats: io mi ricordo…

Le sagome di Branduardi e Fabrizio che emergono nel buio al primo arpeggio dei Cigni di Coole. Teatro Quirino. Roma E’ il 1986, ci sono i Mondiali del Messico: quelli del goal di maradona all’Inghilterra. Per fortuna il fuso orario aiuta e così posso godermi il concerto in pace con la prospettiva pallonara notturna.

Ma a quell’arpeggio lì, dimentcio ogni scadenza oraria  e mi perdo in quella suggestione. Le  chitarre  che sembrano  sospingere fisicamente in avanti la melodia con gli accenti spostati sulle note finali di ogni battuta, comea  imitare l’andamento dei cigno sull’acqua, proteso in avanti ma con olimpica compostezza.  
Non vedi le zampe del cigno. Vedi solo la sua sagoma che avanza e pare non fare alcuna fatica.

Poi ci sono stato a Coole. E’ vicino a Galway costa ovest dell’Irlanda. Nel libro descrivo così l’impressione del paesaggio. Leggetevela, ma se programmate un viaggio nell’Isola di Smeraldo andateci di corsa, ve lo garantisco: è uno spettacolo magnifico

Coole Park: chi lo ha visitato mantiene negli occhi l’idea di una cattedrale di verde, l’ingresso attraverso una navata dove alberi giganteschi si piegano a formare quella che sembra la volta a crociera di una chiesa gotica. E’ un viale lungo qualche centinaio di metri che immette in una radura più ampia. Di lì un dedalo di sentieri più stretti che attraversano sette boschi di specie arboree differenti. In fondo a uno dei percorsi lo specchio di un piccolo lago allungato e stretto, dalle rive fangose punteggiate di canne e vegetazione bassa. Silenzio. Rotto soltanto dai colpi d’ala di una frotta di cigni selvatici che di preferenza nidificano su uno degli isolotti adiacenti alla sponda opposta.

Ma Coole Park non è soltanto un incanto naturale. Qui lady Augusta Gregory, una delle madrine del Rinascimento Celtico ospitava in una villa in stile vittoriano artisti, scrittori e poeti impegnati nel suo stesso programma culturale: valorizzare il patrimonio di storie racconti e immaginazione del popolo irlandese, facendosi voce di una tradizione sopita ed accompagnare così la presa di coscienza di una nazione sottomessa allo straniero e condurla meglio sulla strada dell’indipendenza anche politica dall’Inghilterra. Siamo verso la fine dell’Ottocento, il secolo dei popoli che si risvegliano, e il giovane Yeats aderisce al programma soprattutto perché ha bisogno di interlocutori e di un riferimento storico al proprio fantasticare.

Ma la politica e il revanscismo restano per lui in fondo dei gusci vuoti, in ogni momento Yeats si sente provocato dalla sfida con il reale, che attaverso la natura ispira nell’uomo un senso di bellezza fragile, costantemente messo in pericolo dallo scorrere del tempo, da una materia che sembra proseguire per le sue vie di mutazione e abbandono incurante dello sguardo dell’uomo che – come i discepoli sul Tabor – vorrebbe fissare la sua emozione di meraviglia per sempre

Io le ho viste creature di luce/ così ora è triste il mio cuore/tutto è cambiato da quando io /per la prima volta su questa spiaggia/potei udire sul capo/come campane il battito delle loro ali/e ascoltando allora io camminavo/con passo più leggero/

E l’illuminazione di un momento che deve fare i conti con gli anni che passano: infatti secondo le parole stesse del poeta è il diciannovesimo autunno dal giorno in cui contò quei cigni per la prima volta e ora il sentore di perderli è più forte dell’incanto che ancora contempla

Navigando risalgono nell’acqua/ i loro cuori non sono cambiati/passione conquista li accompagnano/ovunque essi vadano vagando/ma ora lenti scivolano sull’acqua/misteriosi e belli./Tra quali giunchi faranno il nido/presso la sponda di quale lago/porteranno delizia agli occhi degli uomini/il giorno in cui mi sveglierò/ e scoprirò che se ne sono volati via

La polifonia, l’intarsio delle chitarre di Branduardi e Fabrizio traduce in musica il  senso di uno spettacolo che si dipana davanti agli occhi del poeta ma sembra scivolare via, allontanarsi, perché ubbidisce a una legge di natura di cui l’uomo contempla esclusivamente il riflesso sul piano dell’emozione. E’ uno spettacolo, d’accordo, ma che inesorabilmente imbocca la via dell’abbandono per abitare solo la memoria. Così l’arpeggio della chitarra principale ha l’accento costantemente spostato sul tempo debole della battuta, come se trascinasse via la melodia che la seconda accenna solo con qualche nota. Per tutta la durata del brano anche le percussioni  in controtempo rispetto al canto non fanno altro che spingere costantemente le parole in avanti fino all’ultima strofa solo musicale che si spegne glissando sull’accordo conclusivo.

Un contest per la Musica è altrove

Da domani, 23 maggio si apre un ‘contest’ una gara di branduardiana competenza articolata in una serie di domande a risposta multipla. saranno disponibili sul profilo facebook dell’editrice Ancora a questo indirizzo  https://www.facebook.com/pages/Ancora-Editrice

Nel frattempo per cominciare a darvi qualche istruzioncella eccovi un mio breve testo sul mitico LP Concerto del 1980…magari dentro c’è qualche dato che può aiutare…

Un anno mirabile per Angelo Branduardi quel 1980. Il triplo LP Concerto, con tanto di film proiettato nelle sale, sugellava in estate il tour del disco Cogli la prima mela, uscito nell’autunno del ‘79: oltre due ore di musica a riassumere fin lì la carriera dell’artista lombardo che proprio in quei mesi aveva compiuto trent’anni e aveva già in cascina cinque album dei quali almeno altri tre di altissimo livello musicale: la Luna, Alla Fiera dell’est, la Pulce d’Acqua. Di più: in un’epoca in cui i concerti oceanici sono avvenimento raro, Angelo raduna quasi duecentomila francesi giubilanti alla festa del quotidiano “l’Humanite” a Parigi, ma anche in Italia il pubblico dei concerti del “menestrello elettrico”, come lo avevano ribattezzato per l’occasione i francesi – popolo non propriamente incline ai complimenti ai cugini cisalpini – si conta in decine di migliaia. Basti pensare che a Roma solo due mesi dopo il concerto di apertura del tour – bagnato da un fortunale che fece ripiegare il pubblico atteso a Villa Pamphili in un teatro tenda ridotto, come disse Angelo a “vasca da bagno” – il Palaeur viene stipato – è il 19 novembre – da oltre ventimila persone. E cifre analoghe si registrano anche nella prediletta Germania, il Paese europeo che da sempre tributa a Branduardi il giusto omaggio ad ogni esibizione.

“Concerto” a risentirlo esattamente a trent’anni di distanza è un disco che incanta, stupisce e commuove. Non c’è quasi nessun brano di qualsiasi altro cantautore o musicista pop/rock dell’epoca che in una piega dell’arrangiamento, nei timbri, nelle soluzioni melodiche, nella scelta degli strumenti non si porti dietro lo spirito di quegli anni, non abbia la sigla indelebile di certo gusto oramai mutato. Branduardi no. I 22 brani di Concerto (di cui sei in lignua inglese) potrebbero essere stati pubblicati l’altro ieri e non si sentirebbe. O meglio. Si sentirebbe la differenza. Con tutto il resto. Oggi come ieri.

Qui c’è anzitutto una festa di musica, una celebrazione di creatività che si impone artigiana e spavalda assieme. Le diverse tracce ad ogni passaggio risultano rivissute e rimodellate. Dal torso del brano così come è inciso negli LP, il gruppo ricava spazi nuovi, mutamenti armonici, svolte melodiche imprevedibili. L’impressione è che sul palco possa semopre accadere qualcosa di nuovo. E questo è quanto fa la musica. A qualsiasi livello. Quando è anzitutto vera.

Il cast è eccellente: Maurizio Fabrizio, anzitutto. Arrangiatore di Angelo, “l’altrà metà della sua mela”, ma anche chitarrista finissimo e inventivo, sebbene fagottista di formazione e direttore d’orchestra. Franco di Sabatino alle tastiere, Gigi cappellotto al Basso, Roberto Puleo alla seconda chitarra e al bouzouki. E ancora un quartetto d’archi più flautisti e cornisti che si alternano. Da ultimo, ma non da meno, il gruppo popolare sardo di Luigi Lai alle launeddas, strumento a fiato antichissimo valorizzato da Angelo nel disco la Pulce d’Acqua nel 1977, quando Peter Gabriel doveva ancora pensare a sparare alle scimmie e non produceva etichette di world music: sintagma ancora ignoto ai vocabolari e ai media.

Proprio sul versante dei media e della cosiddetta critica musicale – qualcosa di penoso nel nostro Paese quando si abbandona il versante classico o il jazz – Angelo Branduardi paga dazio per la sua inattualità. Difficile collocarlo: cos’altro è il termine menestrello se non un mieloso e infantile escamotage per chi non riesce a trovare la nicchia giusta, per chi pensa che giudicare musicalmente un musicista faccia scappare il pubblico e che un “vero critico non debba sapere troppa teoria altrimenti perde il giusto mood”?

La sua musica è troppo articolata e complessa per il pop, non ha la timbrica, l’aggressività preconfezionata, la melodia a riff del rock di consumo di allora che ha appena abbandonato la sontuosa stagione del progressive, non sfrutta gli stilemi del canatutorato classico, ed ha chitarre che non si umiliano ad arpeggiare l’accordo come fanno all’epoca De André (Creuza de Ma, in cui finalmente l’artista supererà la sua autodefinita balbuzie melodica, è datato 1984) e Guccini, ma divengono voci autonome nella tessitura della canzone. Nello stesso tempo per quanto piena di echi, la sua musica rifugge l’idea di arte: “sono un artigiano – dirà in un’intervsita Branduardi – Artista è Bach”.

Ecco allora che per spiegarsi questo musicista riccioluto si indulge al biografismo – il piccolo genietto che frequenta il conservatorio di Genova ma è gracilino e curvo sul violino – o al sociologismo – uno dei pochi libri dedicati a Branduardi si intitola significativamente Vita da fan e segue le dinamiche della musica come oggetto di culto più che espressione artistica – . Più facile ancora il ricorso all’intervista su questo o quel settimanale che lo inquadra come un’eccezione genialoide e si rifugia nelle confessioni o nell’idillio bozzettistico – che bello l’artista che veste di musica i testi di sua moglie!.

Qualcuno, più cattivo, lo accusa di plagiare brani popolari che Angelo peraltro regolarmente cita nelle note dei suoi dischi e che mai disconoscerà in tutta la sua carriera; ma torneremo in un prossimo pezzo su questo concetto di creatività come artigianto, come qualcosa che non nasce spontaneamente ma parafrasa cita e amplia quanto di buono sia stato già espresso.

Ci resta ancora un po’ di spazio per fare noi allora un po’ di informazione di servizio, anche se a trent’anni di distanza, e provare a fare da tramite tra quella musica e i potenziali ascotatori di oggi, anche se il miglior consiglio è inserire il Cd, oggi doppio, in un lettore e lasciarsi portare dalla pura ebbrezza musicale. Sì, perché “Concerto” inizia con una ipnotica introduzione di tastiere che cedono il passo al faluto dolce accompagnato da due chitarre acustiche che a loro volta  lentamente modulano tra tonalità distanti e verso la tonica della canzone d’apertura “L’Uomo e la Nuovola”, riletta con grande impatto espressivo senza farsi mancare neanche un watt. A quersto punto siete già immersi nel mondo di quella musica e l’artigiano vi sta dandfo le coordinatye giuste per parteciparvi. Rigore esecutivo e sogno. Segue una versione similcountry di “Tanti Anni fa” con la chitarra di Randy Jackson, virtuoso inglese di grande inventiva. Potete poi, perché è un evergreen da riascoltare comunque, spostarvi più avanti fino alla quinta traccia: una versione de Alla Fiera dell’Est registrata all’Arena di Verona dove forse però l’improvvisazione al violino è più povera di altre occasioni così come l’acustica non è proprio da strapparsi i capelli. Riuscitissimo invece, ma non è una novità, il duetto con Maurizio Fabrizio per “Confessioni di un malandrino”. Proprio in questo brano come ne “Gli alberi sono alti” o ne “Il Ciliegio” è un piacere, dopo un po’ di pratica d’ascolto, seguire le parti delle due o più chitarre:un intarsio rigoroso ma fortemente espressivo di vie melodiche da esplorare a proprio piacimento. La musica che si fa commento di se stessa seguendo i modi antichi del contrappunto.

Opulente e concentrate le versioni de “La Pulce d’Acqua” e “Ballo in fa diesis minore”. Strumentazione meno ricca, ma ci si rifà sulla forza espressiva. Dove non manca la delicatezza e le sottigliezze è nella struggente versione de La Luna, introdotta da un lungo dialogo tra chitarre elettriche suonate come fossero classiche flauto dolce e piano elettrico che pare una celesta. E ancora: In “Re di speranza”, che tra l’altro è la canzone d’apertura del primo disco di Branduardi datato ’74. l’accompagnamento “live” è del Banco del Mutuo Soccorso storica colonna assieme alla PFM del “progressive” nostrano. Ne Il Poeta di Corte che chiude come primo bis l’album, c’è un godibilissimo interplay tra il violino di Angelo e le Launeddas di Lugi Lai per un finale in crescendo dove la musica sommerge anche la voce arrochita dalle tra ore di concerto di un menestrello oramai stremato.

Saverio Simonelli

La musica è altrove

E’ il titolo del mio nuovo libro dedicato a musica e poetica di Angelo Branduardi e pubblicato dall’editrice Ancora. Eccovi un assaggio: il risvolto di copertina…fatemi sapere se stimola curiosità e domande…sono qui per questo

 

Ma avete mai pensato a quante storie, quanti volti e quanti mondi si possono trovare mettendo in fila un po’ di canzoni? Mica  parlano  solo d’amore. Ci potreste trovare bambini, anziani, animali piccoli come pulci e orizzonti più grandi dei vostri sguardi. Signori di castelli medievali, viaggiatori del futuro e donne in attesa davanti al mare, ciliegi che piegano i rami, mele ancora da cogliere e lepri che vanno finire sulla luna. Vi sembra incredibile? C’è un artista che queste cose le ha sempre cantate, viaggiando con la fantasia tra cielo e terra. Con una chitarra e un violino, anzitutto. E lo possiamo seguire in questo viaggio meraviglioso dove ogni cosa se ne tira dietro un’altra. Come le ciliegie, appunto. Come fanno tutte le storie, quando sono raccontate perché anche chi ascolta ci finisca dentro. Non ve ne eravate accorti? Anche voi potreste andare a finire dentro una canzone o forse ci siete già. Se l’ha scritta uno come Angelo Branduardi e se voi provate a chiudere gli occhi e immaginare. Musica. E racconto.

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