vocisullaluna

se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

Archivio per il tag “Romanticismo”

Come dirlo meglio di Schelling?

Forse per molti fruitori, lettori, conoscitori interessati questa frase potrà sembrare portare con sé la magniloquenza dell’Ottocento, il secolo romantico – e romantico soprattutto nella prima metà – per cui per ogni aspetto o tema della cultura e della vita ci si librava fino alla definizione più aerea, emotivamente appagante, e giustificabile da una logica razionale sì ma che era anche logica della passione; e però non riesco a trovare a tutt’oggi e a valle di molte, forse troppe letture, una definizione del lavoro di qualsiasi artista migliore e più reale di questa del grande filosofo tedesco Friedrich Schelling

Se ogni prodotto della natura «possiede per un solo istante la vera bellezza perfetta, possiamo allora dire anche che possiede per un solo istante la pienezza dell’esistenza. Esso è in questo istante ciò che è in tutta l’eternità: al di fuori di quell’istante lo attende solo il divenire ed il perire. L’arte, rappresentando l’essenza in quell’istante, la sottrae al tempo; la fa apparire nel suo puro essere, nell’eternità della sua vita

E lo ripeto: come dirlo meglio?

Annunci

Sulla strada dei Grimm: le case a graticcio di Alsfeld

Entrando ad Alsfeld, un’ora e mezza dopo, penso a quanti falegnami, carpentieri, geometri avranno contribuito a creare abitazioni uniche, inattuali e fiabescamente assurde come una casa a graticcio: uno dei simboli della Germania, la testimonianza di come il guizzo della creatività gratuita possa soccorrere un bisogno materialissimo e mettere d’accordo la necessità di un tetto sulla testa con la virtù da esteti del mosaico, perché non si può dire altro di chi abbia iniziato un migliaio di anni fa a costruire facciate fitte di rombi e losanghe di legno,  e sopra cornici e cornicioni colorati, bovindi e torrette a punta, ma anche, volendo, piani sporgenti, intrecci imprevedibili di assi che fanno delle facciate di queste case un reticolato irragionevole che somiglia molto a un quadro di Mondrian oppure a quei disegni tracciati casualmente ma inseguendo una propria immaginaria regolarità da qualsiasi studente durante un’ora di buco.

E hanno come detto la stessa età degli artigiani tirocinanti visto che le prime costruzioni risalgono al 1200, anche se il periodo di massimo splendore corrisponde al nostro Rinascimento con la borghesia rampante e sempre più sensibile al verde dell’erba del vicino che gareggiava nell’evocare nel proprio circondario questi reperti di gusto medievale. Chi abbia viaggiato anche una sola volta in Germania le avrà fotografate, archiviate, postate sui social network, sistemate nel proprio magazzino della memoria, perché è impossibile non rimanere stregati dall’assoluta improponibilità di una casa a graticcio. Per questo dal 1990 c’è anche un itinerario turistico che collega tutte le città tedesche che possono vantarne una copiosa rappresentanza – e sono quasi cento dal Nord al Sud del Paese – attraversando ben 6 Laender: Bassa Sassonia, Sassonia-Anhalt, Turingia, Assia, Baden-Wurttemberg, Baviera.

Ma come veniva costruita una casa del genere? Anzitutto ci voleva una base in muratura con bassi e tozzi montanti verticali per reggere le travi orizzontali che formano il pavimento. Poi, sopra, dei tronchi lunghi da dieci fino a trenta metri ed una serie di travi orizzontali e oblique, per realizzare l’intelaiatura; ma era anche possibile che ogni piano avesse delle travi autonome per cui si veniva a creare  quella forma ancora più strana con sporgenze irregolari e aggettanti che contribuiscono al fascino sghembo e surreale della costruzione. Ma la vera particolarità si realizza nella facciata. Realizzata con la tecnica della calettatura, utilizzando fango ed erba lasciata a seccare e poi con la travatura esterna ecco le forme simil geometriche: quadrati, triangoli, poligoni, molto irregolari.

Tra il Quattro e il Cinquecento fu proprio la borghesia dell’Assia a promuovere le  architetture più originali. L’uso del legno si fece sempre più sofisticato e per ottenere certi effetti si utilizzarono addirittura dei rami storti. E c’è da pensare che i costruttori si sbizzarrirono anche troppo se nel 1568 il duca del Wurttemberg dovette emettere addirittura un editto per regolamentare certi eccessi di quello che veniva definito lo ‘stile alemanno’.

Entrando nel centro di Alsfeld venendo dalla Grunberger Strasse si ha l’impressione di camminare a ritroso nel tempo, perché le case a graticcio si fanno sempre più fitte fino ad arrivare nella piazza del Municipio dove spicca l’edificio del Rathaus con le due celebri torrette immortalate in tante fotografie. E’ mattina e nonostante la giornata festiva la piazza è occupata da grandi camion che stanno allestendo una piccola fiera., una donna con grembiule e coda di cavallo tiene una specie di vendita all’asta di piante e nell’aria si diffondono le note di una musica andina. Eppure l’effetto è di essere tornati al medioevo germanico, troppo forte l’impatto dell’architettura che cinge l’intrusione moderna in modo quasi sprezzante.

Dall’epicentro della piazza si irradia una serie di stradine che accrescono la magia. Risalendo a sinistra di un centinaio di metri si incontra la Sackgasse ‘vicolo del sacco’ o vicolo a cul de sac’ dove spicca la Casa delle Fiabe, la Maerchenhaus, perfettamente in equilibrio tra evocazione e kitsch. Ovviamente a graticcio, la Casa, seicentesca, ospita al secondo piano una raccolta ricchissima di bambole dell’Otto e Novecento, curatissime, vestite con i diversi costumi del Paese, mentre all’esterno la facciata mette in mostra i personaggi più amati delle fiabe sistemati ad hoc su piccoli davanzali. C’è Cappuccetto Rosso e il lupo, Biancaneve con i sette nani, i Musicanti di Brema e da una finestra penzola la treccia di Rapunzel.  Rientrando verso la piazza la Rittergasse assicura l’effetto più originale con le case che qui sembrano pendere verso il centro della carreggiata come una multipla torre di Pisa. Se ci si mette in piedi all’imbocco l’impressione è come  di mani che si protendono a raccogliere qualcosa.

A metà della strada spicca uno straordinario portale cinquecentesco: quattro scalini rossi e un portone a doppio battente e come stipiti due colonne doriche rosse con fregi e bassorilievi lignei di stucco dorato. Angioletti, putti e volti si alternano lungo il rinforzo verticale che divide i due battenti. Gli angeli si ripetono anche all’angolo dell’edificio bianco ghiaccio con le travature verdi

Ma questo è solo un esempio di rosoni e fregi che sbucano un po’ a ogni angolo: omoni baffuti, stemmi, scudi, leoni rampanti e colorati. In sostanza non c’è una casa uguale a un’altra ed ogni angolo prova a sorprendere il passante. Un insieme di edifici che sembra cresciuto come una foresta. Irregolare, capriccioso ma naturale nel suo accumularsi casuale e libero. Sarà il materiale ligneo sarà stata la volontà di originalità dei costruttori, ma qui sembra davvero che le abitazioni siano un tutt’uno con la vita organica del borgo, siano davvero vive.

Da la musica è altrove: l’amore per i luoghi lontani

Il luogo lontano, indistinto, fascinoso e in questo autenticamente romantico può anche avere una collocazione immaginaria, un nome fantastico, dai contorni sfuggenti, o una risonanza storica che facilmente perde i contorni oggettivi per trascolorare nel mito, come la Xanadu del grande poeta romantico Samuel Coleridge, autore della Ballata del vecchio marinaio, uno tra i più potenti e riusciti manifesti di questa sensibilità.

Per esprimere questa aspirazione, questa tensione verso mete lontane Branduardi si serve anche della poesia altrui, come è il caso de La ballata del Fiume Blu, direttamente ispirata a una poesia del cinese Li Po. Qui un giovanissimo sposo, costretto a stare lontano dalla moglie, mentre cammina su un tappeto d’erba che copre i suoi passi esprime un desiderio che ha lo stesso piglio di certezza della donna del marinaio e la stessa apparente impossibilità di adempimento:

Avevo sedici anni e mi mandarono lontano

fino alle rapide del Fiume Blu.

Può essere così duro affrontare il mese di Maggio

e l’erba copre i miei passi.

Sei rimasta sola… stai perdendo i tuoi colori,

ma verrà il giorno che ti scriverò

e alle Sabbie del Grande Vento io ti incontrerò.

Il Fiume Blu, un toponimo che potrebbe fare a gara con quelli di Tolkien pur provenendo da una cultura enormemente distante e difficilmente paragonabile, ma che possiede la stessa ampiezza di significato e ricchezza di richiami, che attira come un magnete l’immaginazione di chi ascolta. Un luogo talmente lontano e vasto da poter contenere ogni nostro desiderio e ogni nostra speranza.

Ma la più nota delle canzoni dell’artista lombardo che traduce questo desiderio di compimento, assieme anche alla nostalgia per qualcosa che si è irrimediabilmente perduto ed è oramai addirittura al di là della portata dei sogni, è La favola degli aironi, seconda traccia dell’album Alla fiera dell’est, introdotta da un clarinetto che sviluppa il suo canto sinuoso, vago e malinconico, su un arpeggio di accordi ampi e alterati. Subito all’inizio il primo arpeggio introduce un accordo di nona, in cui c’è grande distanza tra la nota del basso e quella più acuta, per cui l’impressione è istantaneamente di qualcosa che trascina verso un paesaggio che si dilata, un orizzonte smisurato dove la melodia che si fa spazio lì dentro è come una scia visibile, ma intessuta di una luce tenue che finisce nel tutto.

È là che la terra si è chinata

a raccogliere ogni cosa

che il tempo ha abbandonato

lasciato dietro sé

e il vento senza fine

che logora le dune

di spiagge così grigie

Anche i colori contribuiscono all’atmosfera dove ogni cosa pare illimitata e dove ogni esemplare di natura sembra per davvero rappresentare tutti i propri simili, sembra esistere nella canzone come da sempre: così come il tempo, il vento, la terra, tutto è sospeso in un momento immobile dove ricordo, aspirazione, desiderio e rimpianto dimorano nello stesso spazio.

È là che l’ultimo dei fiori

non ha lasciato frutto

e la terra ha ormai scordato

che tanti anni fa

a un vento profumato

distesero gli aironi

le ali colorate

e i corvi dell’inverno si sono ormai posati

è là dove svanisce

l’orizzonte

C’è in tedesco un termine perfetto che esprime questa disposizione d’animo, una parola intraducibile in italiano perché somma in sé molti significati: Sehnsucht, a dire tensione ricerca desiderio, che è anche struggimento e quasi dipendenza psicologica da quello che si sogna. È inevitabilmente uno dei capisaldi della sensibilità romantica e la sua espressione perfetta è il fiore azzurro, cercato, desiderato, inseguito da Heinrich von Ofterdingen, protagonista dell’omonimo romanzo incompiuto di Novalis, icona del romanticismo anche per la sua morte precoce all’età di 29 anni e per l’ardore del suo culto per la poesia e l’immaginazione fantastica. Qui la parola e il sentimento espresso dal romanzo ci servono come modello perché nel suo piccolo anche Branduardi ha trovato un personaggio che vive una situazione analoga: l’aspirazione a un traguardo meraviglioso solo intravisto nell’apparizione di un momento. Nella storia di Novalis il fiore azzurro è solo sognato attraverso i racconti di uno straniero che visita la casa del protagonista, in Branduardi incontriamo invece un pescatore e un’isola che appare nella gola di una montagna:

Sereno navigava

quando all’improvviso

il fiume si nascose

in una gola scura

e si fece notte sinché il monte

non si aprì

e gli apparve allora tra le nuvole

sconosciuta una pianura…

l’isola

sconosciuta l’isola,

ora la vedeva così vicina

Eppure quella terra così carica di presagi non può essere raggiunta, una sorta di stordimento colpisce il pescatore che dimentica perfino il ricordo del suo viaggio. La visione resta un’aspirazione incompiuta per sempre nella mente e nei sogni.

Branduardi e Richard Strauss

Attenzione: non è quello del Walzer, del Bel Danubio Blu che tanto  ingolosiva Brahms. Lo Strauss amato da Angelo Branduardi è Richard, l’ultimo probabilmente dei grandi della scuola austro-tedesca, uomo sopravvisuto a se stesso, alle macerie dell’Europa e del nazismo, artista che ebbe il coraggio negli anni ’40 di scrivere un brano, le Metamorfosi in cui esprimeva se stesso, esprimeva pieghe nuove della sua creatività, senza alterare di una virgola il patrimonio lingusitico “classico” della musica che aveva ricevuto in eredità  nel secolo precedente.

Branduardi  cita spesso Strauss  nei suoi concerti con un’improvvisazione solistica al violino che riprende il primo lussureggiante tema della Sinfonia delle Alpi, composta da Strauss nei primi anni del Novecento e che, nello spirito della musica a programma, riflette una giornata di vita e contemplazione della montagna, dall’irrompere dell’alba fino alla malinconia del crepuscolo. In questo video, attorno al 1′ – 1’30” riportiamo un momento dell’ improvvisazione.

Un altro brano ‘straussiano’ del repertorio branduardiano è sicuramente la Ninna nanna op. 41,  rielaborata in Prima di Ripartire (nell’album Si può fare) e ne L’Ambasciata a Shiragi (Altro e Altrove). 

Ma ascoltando bene la canzone di Momo si nota che il tema è genialmente ricavato ancora dalla AlpenSymphonie con una sapiente riscrittura che ‘rivolta’ in qualche modo la melodia originale. Del resto, pensando a Momo, Branduardi mi disse di aver cercato qualcosa che suonasse assieme molto ‘tedesco’ e mediterraneo insieme: ecco perché Strauss, suonato però all’occorrenza da un’orchestra di mandolini…

Saverio Simonelli

Navigazione articolo