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se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

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I Grimm a ‘Più Libri più liberi’

Il 9 dicembre alle ore 18.00 il Paese delle fiabe sarà presentato nel corso della tradizionale kermesse romana ‘Più libri più liberi’ dedicata alla piccola e media editoria. Con tre ‘ospiti’ e amici d’eccezione. Ne parlerò infatti con Marcello Fois, grande narratore e recente finalista in cinquina al premio Strega, Luisa Mattia, notissima per i suoi libri per ragazzi (l’ultimo è Il Grande Albero di Case Basse) e per essere tra le coautrici della Melevisione, Susanne Hoehn, direttrice del Goethe Institut Italia, madrina d’onore di questo libro e di tutta l’avventura che mi ha portato sulle tracce dei Fratelli Grimm. Il libro sarà a disposizione presso lo stand dell’editore Giulio Perrone.

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Hansel e Gretel: cosa significa la fiaba

Cosa voleva dire Jacob Grimm quando affermava che le fiabe seguono le leggi della natura? E come è possibile dirlo di storie in cui le pietre vengono scagliate nel cielo finché spariscono, le case si tramutano in castelli, bambine e nonne rimangono vive dentro la pancia di un lupo mentre i morti risuscitano in quantità? Certo non può essere in questo il rispetto delle leggi della natura.

La frase, però, ha un senso più profondo: molto spesso chi vive secondo natura, magari ingenuamente, ma più a contatto con gli elementi, è più facilmente destinatario del miracolo, riceve cioè la ricompensa soprannaturale come una conseguenza ovvia e meritata della sua vita. E vivere secondo natura significa dire sì al ritmo dell’esistenza, preoccuparsi dell’altro, amare secondo l’istinto e la forza del sangue per poi crescere e superare addirittura la limitatezza del proprio io. È a quel punto che il mistero ti premia.

Emblematico è il caso di una delle storie più note dell’immaginario grimmiano: Hansel e Gretel.
La vicenda è nota. Stremati dalla carestia e da una povertà insostenibile due genitori decidono di disfarsi dei propri figli. La madre, fredda calcolatrice, è la più determinata nell’esaminare la situazione e propendere per l’abbandono dei piccoli, tanto che il padre non riesce a far prevalere le sue obiezioni morali. Per ben due volte i bambini vengono abbandonati nel bosco: nella prima occasione ritrovano il sentiero grazie alle briciole che hanno lasciato dietro di sé, mentre la seconda volta sembrano spacciati perché alcuni uccelli gliele divorano. Si tratta però di una felix culpa, perché l’evento è il primo di una serie di sventure provvidenziali che finiscono col porre i bambini di fronte al proprio destino, alla propria maturazione personale che mai prescinderà dall’amore reciproco. Il terzo giorno, come dal nulla, si manifesta una colomba bianchissima che attira la loro attenzione. I bimbi per quanto stremati dalla fatica, dal sonno e della fame la seguono finché l’uccello non si posa sul tetto di una casetta e vi rimane immobile, proprio come la banderuola della piazza di Hanau. La casetta è di marzapane e i bambini la addentano avidamente; dentro però c’è una strega malvagia che li cattura, imprigiona il maschietto per metterlo all’ingrasso mentre la bimba è costretta a sbrigare i lavori domestici. Ancora una volta la casa nel bosco è lo spazio della tentazione e della prova: i bambini mentre si sfamavano hanno sentito una vocina che diceva loro di non toccare quel cibo, ma l’hanno ignorata, cedendo al loro istinto primario. Ma la casa della tentazione è anche la casa del riscatto, il luogo in cui si mettono in moto risorse superiori all’istinto. E infatti ambedue i fratelli si ingegnano per ingannare la strega: Hansel gli porge un osso fuori dalla gabbia per farle intendere che lui è ancora troppo magro per essere mangiato e Gretel fa anche di più riuscendo a sbatterla dentro al forno destinato al fratello.

Qui terminava la versione originaria della storia, con i bambini che ritornano a casa con i gioielli appartenuti alla strega. Lì il padre sopravvissuto alla perfida moglie li accoglie in lacrime. Ma anche Hansel e Gretel è una delle fiabe che si sono arricchite negli anni e sviluppate grazie alla mano di Wilhelm che, nell’edizione del 1819, inserì un nuovo finale più esteso e sicuramente più carico di simbologie. Non sembrava sufficiente per il suo modo di pensare che i bambini si fossero tratti in salvo con le proprie forze. Bisognava inserire una nuova transizione, meglio, un intervento esterno, il consueto evento imprevisto e miracoloso. E allora ecco che si inventa un fiume ampio e profondo che sbarra la strada del ritorno ai ragazzini. L’ispirazione viene dal vissuto personale. A Steinau, dove i Grimm hanno vissuto alcuni anni, il retro della loro casa dava sul fiume Kinzig separato dall’abitazione da quello che i ragazzi chiamavano il giardino delle api. Nella fiaba il testo parla di una gran distesa d’acqua, amplificando come al solito il dato di realtà e sfumandolo nell’indistinto più fascinoso e impressivo. Ed è così ampio questo fiume misterioso che i bambini hanno bisogno per solcarlo dell’aiuto di un’anitra bianca che chiamano a sé con una lievissima filastrocca, resa in italiano con un magistrale tocco di sgrammaticatura dalla traduzione di Clara Bovero

Anatrino, corri!

Hansel e Gretel qui soccorri

Nessun ponte passa il fiume,

prendici dunque sulle bianche piume.

 

Superare il fiume è secondo lo psicanalista Bruno Bettelheim il segno dell’ingresso in una nuova fase della vita, un nuovo inizio, tanto è vero che quando i bambini si erano addentrati nel bosco, all’andata, non c’era stata acqua da attraversare. Il fiume è così comparso nella storia, ingiustificabile da un punto di vista logico, ma perfettamente incastonato in una vicenda di crescita interiore che supera la logica fredda del calcolo e della misura. Quella era la logica della madre che di fronte all’estrema indigenza non interrogava il cuore ma stabiliva con freddezza una sottrazione. La bambina, che ora ha invece superato le sue prove, è capace di fare ancora di più. Si rifiuta di salire sul dorso dell’anitra assieme al fratello per non gravare di troppo peso l’animale, dimostrando così da subito la maturità e l’altruismo pienamente raggiunto. La solidarietà con la natura che la circonda viene prima addirittura della paura e del bisogno. Un finale che conferma l’idea iniziale: la vera crescita umana è andare al di là dell’io e non solo perché ti accade davanti un fatto imprevedibile ma perché questi doni del destino possono mettere in moto una nuova consapevolezza di te stesso e del mondo. L’immaginazione, il saper riconoscere l’incommensurabilità delle cose ha allargato il cuore e la mente e ora il personaggio è in grado, lui, di fare autonomamente quello che sembrava impossibile.

Roberto Denti su Il Paese delle Fiabe: “orgoglioso di averlo presentato”.

Per chi non lo conoscesse Roberto Denti è il pioniere, il punto di riferimento, nonché uno dei migliori autori di letteratura per ragazzi del nostro Paese. Per dirne solo una: negli anni ’50 aprì a Milano la prima libreria di settore italiana. Oggi a Cuneo ci ha intrattenuti per una buona mezz’ora parlando della poetica dei Grimm, del senso delle fiabe, dell’importanza dello sguardo che ci comunicano, della necessità soprattutto per il nostro Paese di collocarle nel loro contesto culturale, nel definirne la portata storica, ma anche nel saperne gustare ancora il fascino e l’incanto della narrazione. Per concludere: “tutto questo si può trovare nel libro che avete qui davanti e che spero sia il testo cui fare riferimento per avviare un dibattito vero sul valore della fiaba qui da noi. Il paese delle fiabe mi è piaciuto molto – ha aggiunto – perché mi ha spiegato molte cose dei Grimm che non conoscevo, e anche perché non è scritto in maniera da farti venire il mal di testa come molti saggi pure importanti, ma è scorrevole e piacevole nella lettura. Un libro così serve per capire che quando leggiamo una fiaba c’è tutto un mondo di significati importanti per la nostra vita così come erano importanti quando le fiabe sono nate, quando i cacciatori di ventimila anni fa descrivevano a chi restava nelle grotte come erano fatte le tracce degli animali ai quali davano la caccia. La fiaba serve per la vita. Non insegna, non si mette in cattedra, ma racconta verità profonde”.

Ecco, qualsiasi altra parole è superflua. Voglio dire solo grazie alla maestria, al calore, alla gentilezza, alla competenza di un grandissimo, immenso maestro. Grazie Roberto Denti (che tra l’altro mi ha anche detto, diamoci del tu…)

I Nani: Dal Medioevo a Disney, passando per i Grimm

Così come nel caso di altre creature mitologiche, anche i nani sono personaggi stimolanti per la mente e la scienza del filologo, soprattutto per quelli come i Grimm che nelle storie amano verificare certe caratteristiche, nature e comportamenti di questi autentici pezzi dell’immaginazione degli antichi popoli germanici. 
L’origine del termine resta oscura, anche se la presenza di parole etimologicamente affini nelle principali lingue germaniche antiche sottintende che la credenza in questi esseri soprannaturali fosse quasi uniformemente diffusa.
Nell’Edda poetica, la raccolta di poemi tra i più antichi della letteratura nordica, c’è un carme, detto della Veggente, in cui scopriamo in un dovizioso catalogo molti nomi dei nani; se ne ricorderà Tolkien nello Hobbit per identificare i compagni di Bilbo nella spedizione verso la montagna solitaria. E’proprio la letteratura antico nordica ad offrire il maggior numero di attestazioni delle loro caratteristiche: quasi sempre si tratta di creature del sottosuolo, sopraffini artigiani soprattutto nella lavorazione dei metalli più nobili, avidi ma saggi e spesso detentori di una sapienza che fa invidia agli dei. Ce n’è un altro di questi carmi, lo Alvissmal, dove il dio Thor, stupito dalla conoscenza del nano Alvis (che già nel nome indica le sue qualità di onnisciente, colui che tutto sa ‘Al-wis’) finisce per toglierselo di torno. Ci sono poi anche anelli preziosissimi e catene che tengono a freno i lupi più selvaggi. Tutti opera di questi esseri. Che sono poi bravissimi a forgiare spade utili all’eroe di turno. Nella Saga di Egil il monco è proprio un nano, grato per un dono di Egil, a curare la ferita del guerriero e a fissare in cima al moncherino del suo braccio una spada che possa consentirgli di tornare a combattere. Altre volte però il nano non è così riconoscente e si dimostra inaffidabile e imbroglione.
In Gran Bretagna invece di nani si parla poco eccetto il caso di antichi testi magici o di tipo medico, dove si fa riferimento a piante utili per curare il tremore degli arti causato dai loro malefici influssi
In Germania il caso è curioso, perché nei poemi epici, di più alta ispirazione i nani fanno a malapena capolino, mentre sono onnipresenti nelle narrazioni a carattere maggiormente ‘fiabesco’. L’incontro con una di queste creature viene menzionato per la prima volta nel Ruodlieb, un poema incompiuto e scritto in latino poco dopo l’anno Mille. Qui c’è un nano che, dopo essere stato catturato dall’eroe, gli offre preziosi consigli in cambio della libertà: se Ruodlieb ne terrà conto potrà entrare in possesso di un tesoro e ottenere in sposa la bella Heriburg: promessa di tesori e d’amore a colpi di estenuanti trattative. Una serie di motivi che tornerà spessissimo, sia nelle leggende che nelle fiabe.
Nei Nibelunghi, il più famoso tra i poemi germanici, l’incontro con i nani possessori del tesoro per quanto importante nello sviluppo della trama non viene raccontato direttamente ma solo ricordato da Hagen nella terza ‘avventura’ del poema. Ma gli elementi convenzionali anche qui abbondano: la spada magica, l’anello che moltiplica le forze del portatore, la cappa che dona l’invisibilità.  L’atmosfera fiabesca domina nel più tardo Lied vom Huernen Seyfried (del quale abbiamo solo copie a stampa risalenti al sedicesimo e diciassettesimo secolo) in cui il nano Eugel aiuta il giovane eroe nella lotta con un gigante sputafuoco e, dopo aver  salvato dalla morte Crimilde con una pianta miracolosa, informa il protagonista del tesoro nascosto ‘sotto la montagna’ e ne profetizza il futuro. E’ un nano questo che riassume un po’ tutte le caratteristiche della sua ‘specie’: abilità nel lavoro artigianale e nella custodia di oggetti preziosi, capacità profetiche, miracolose, possibilità di essere donatore o istigatore al male. Le sperimenterà anche il Teodorico delle più tarde leggende dove i nani lo accompagnano un po’ dovunque: c’è per esempio l’episodio del ‘Re Laurin’ in cui Teodorico si trova all’interno di un reame governato e popolato interamente da nani, il cui re dopo aver piantato una meravigliosa  rosa nel suo giardino minaccia di morte chiunque ne oltrepassi il confine. Inutile aggiungere che Teodorico accetterà la sfida…
Nel libro dei Grimm i nani rivestono un ruolo importante all’interno di almeno una dozzina delle 200 fiabe. I più celebri sono ovviamente quelli di Biancaneve: in loro gli autori condensano alcune caratteristiche apparentemente contrastanti del repertorio conosciuto: sono infatti estrattori di metalli dal monte e sono consiglieri buoi ma, a differenza di altri contesti, non sono affatto attratti dall’oro che il principe offre loro per avere la bara di Biancaneve apparentemente morta: cedono infatti solo dopo avere ben meditato le sue parole e si impietosiscono avendo valutato la saldezza e la sincerità del suo amore.  La seconda fiaba per notorietà che vanta un eroe dalle dimensioni minute, è quella di Tremotino, il nano che rientra invece perfettamente nel cliche del donatore che propone un patto scellerato: aiuterà la figlia del mugnaio a filare oro dalla paglia solo in virtù di ricompense sempre più esose fino a giungere a farsi promettere il primo figlio della donna una volta andata sposa al re. Allo stesso modo anche l’omino nero della fiaba Il re del monte d’oro sottopone al mercante un patto con una formula enigmatica e indecifrabile ma che si rivelerà esiziale: la fortuna commerciale in cambio del figlio appena nato. La frase in sé ricorda molto gli enigmi dei poemi antichi anche se termina con una nota decisamente più popolare

            “Non t’affliggere – disse l’omino – se mi prometti di portare qui tra dodici anni quel che a casa ti viene fra le gambe per primo avrai denaro a volontà”. Il mercante pensò “Non potrà essere che il mio cane”. Non pensò al suo piccino e acconsentì; gliene rilasciò promessa scritta, con tanto di sigillo, e andò a casa

Ne I tre omini del bosco, nella splendida L’acqua della vita e ne L’oca d’Oro i nani invece remunerano con favolose ricompense chi ha buon cuore e li aiuta nel momento del bisogno, accanendosi invece contro chi rifiuta loro l’aiuto. Singolare il caso della prima storia de Gli gnomi in cui l’aiuto e la ricompensa sono vicendevoli tra il calzolaio e i misteriosi esserini, che col loro inatteso e notturno soccorso lo salvano dalla miseria. Accortosi un giorno del loro contributo, l’artigiano gli fa trovare nottetempo degli abiti nuovi e perfetti, per cui i nani

            “a mezzanotte arrivarono saltellando e vollero mettersi subito al lavoro; ma invece del cuoio, trovarono quelle graziose vesti: prima si stupirono, poi dimostrarono una gran gioia.”

Il Paese delle fiabe ‘sta nascendo’

Il mio libro sui fratelli Grimm, le fiabe, la storia e la geografia della loro Germania tra passato e presente è ormai in stampa. Per intanto ecco l’immagine di un particolare della copertina che mostra una casetta che ci ricorda tanto…che cosa? Se non vi viene in mente aspettate ancora qualche giorno…

I Grimm e le fiabe: ormai è una battaglia culturale

Anche se ovviamente una battaglia persa, come dimostra la recensione pubblicata ieri su La Lettura del Corriere della Sera che presenta una nuova antologia delle fiabe realizzata dallo studioso americano Jack Zipes (Donzelli editore).  

Si tratta di 41 fiabe selezionate a partire dall’edizione del 1812, quella cioè che i Grimm si affrettarono a rivedere dopo i magri risultati editoriali e alla luce di una reciproca chiarificazione del proprio lavoro filologico, e che venne quindi rivista per ben sei volte fino ad arrivare a quella definitiva del 1857. L’antologia, di fatto parziale, parzialissima, che riguarda meno di un terzo dell’opera, un quinto se si tiene conto dell’edizione definitiva, viene rilanciata sul quotidiano ponendo l’enfasi sui seguenti motivi: le abitudini sessuali di Rapunzel, la cui gravidanza diventa titolo a tutta pagina, la presenza di una fiaba in cui i bambini giocano a fare i macellai, il fatto che nella prima edizione di Biancaneve la matrigna sia in realtà una madre naturale. I Grimm, infine, vengono, in modo quantomeno parziale, definiti folkloristi.

Il sommarietto dell’articolo poi è tutto un programma, celebrando una versione delle Fiabe  finalmente “senza censure”. Non male neanche una parte dell’intervista di Zipes che seraficamente sostiene come “le fiabe continuino ad interessarci perché sono drammi in cui gli esseri umani mettono in scena desideri, odio, invidia, speranza”. Il che probabilmente vale per almeno il 95% della buona e cattiva letteratura, fiabe e miti inclusi.

Il problema dell’articolo non sta comunque nella veridicità dell’informazione, che è acclarata, ma nella parzialità di quanto si fornisce ai fruitori di un così prestigioso strumento culturale. E’ vero che l’edizione del 1812 era assai più macabra delle successive, ma l’operazione dei Grimm sui loro testi non ebbe nulla a che fare con un atteggiamento censorio da bravi borghesi ossequiosi della morale comune.

Spiegarlo è molto facile. Basta aver letto con la mente sgombra ad esempio i diari dei fratelli. Jacob e Wilhelm credevano che tra gli intenti della mente umana che aveva inventato le fiabe non ci fosse “la rappresentazione dei drammi umani” ma l’idea che nel mondo ci fossero all’opera forze misteriose, venerande e terribili, ma spesso anche provvidenziali. Un’idea che secondo loro e per molti romantici dell’epoca risaliva agli albori del medioevo, all’epoca di passaggio dalla spiritualità pagana a quella cristiana. La fiaba quindi doveva rappresentare un mondo anarchico, imprevedibile, minaccioso, dove a un certo punto avviene un atto di salvezza. Umana, sgangherata, rabberciata, ottenuta con l’imbroglio o con la santità. Non importa. Ma accadeva. Ed era questo il dato fondamentale.

Come spiega Max Luthi, studioso vero di quel mondo, la “fiaba è l’espressione poetica del fatto che ci si trova in un mondo non privo di senso e al quale possiamo adattarci e viverci anche se non siamo in grado di afferrarlo fino in fondo. Per questo l’eroe viene condotto in salvo attraverso i pericoli.  Anche il lettore allora, immedesimandosi nel personaggio e nelle sue progressive tappe verso il lieto fine, vive una specie di battesimo della propria immaginazione”.

Wilhelm quindi lavorò sulle fiabe per raggiungere questo incanto, questo luogo lontano che, citando Tolkien, offre alla mente di chi legge ristoro e consolazione; dove il male non è escluso, gioca un ruolo fondamentale, ma il più delle volte è vinto e l’uomo redento.

Un altro esempio: la madre di Biancaneve diventa matrigna certo anche per non turbare lettori e custodi di morale, ma molto di più perché l’idea di ua ragazza che rimane orfana, scagliata da sola al cospetto del grande mondo, è molto più funzionale allo sviluppo di una storia in cui il protagonista è quasi sempre sciolto da legami, in un contesto minaccioso e dove conta molto più il ‘fare’ che l’essere’. Alla fiaba, come ha ricordato di recente Philip Pullman, non interessa l’introspezione, interessa la velocità dell’azione, il suo fulmineo svolgersi per sorprendere i lettori. Basta rileggersi Biancaneve nella versione finale del 1857 ( a proposito, strano il caso, quasi unico nella ricezione di un’opera letteraria in cui si criticano degli autori per aver rivisto una propria opera, ma i promessi Sposi in che forma li leggiamo?), basta rileggere, dicevamo, l’inizio di questa fiaba letterariamente perfetta per capire quanto cresca l’ effetto tragico nel far morire la madre all’inizio della storia con la stupenda simbologia della finestra, dell’attesa e dell’inverno, certo motivi letterariamente più efficaci di una lubrica storia di invidia. In Biancaneve, come in ogni favola, conta la redenzione finale di un atto d’amore che vince sulla cattiveria, non lo scandalo di una madre omicida, quello magari va meglio in una fiction della domenica serà. Almeno questo è quello che interessava i Grimm e li muoveva a scrivere e rivedere e infine a pubblicare la versione definitiva delle loro fiabe. Si può essere d’accordo o meno ma è  fuorviante e culturalmente scorretto presentare altri elementi, reali, ma assolutamente parziali e non definitivi, come il motivo di interesse di una nuova pubblicazione.

Auguriamo alla Rapunzel della prima versione di essersi appagata a sufficienza nella torre, ma a noi interessa la sua salvezza, non un test di gravidanza. Perché la fiaba non è un reality.

La strada delle fiabe. Il prologo (con vista sui Grimm)

E’ oramai in bozze il mio nuovo libro. La strada delle fiabe, dedicato ai fratelli Grimm alla loro opera, la poetica, il lavoro linguistico e letterario e soprattutto ai luoghi in cui le Fiabe per bambini e del focolare hanno preso  forma. Il testo uscirà dall’editore Giulio Perrone, nella collana Passaggi di dogana. Qui vi anticipo i primi capoversi del prologo, tanto per cominciare a respirarne insieme l’atmosfera

L’importante è che ci siano fiori. Molti fiori nei vasi sul davanzale. E che la finestra sia ampia e lasci entrare il sole e il verde del paesaggio. Tra i fiori. Viole, violacciocche, caprifogli e gigli. Sono quelli che ama di più. Mai però quanto le primule che portano con sé la promessa rinnovata della primavera. Gliene regalano sempre un mazzo ad ogni compleanno , il 24 febbraio. Jacob invece riceve sempre un paio di pantofole e una montagna di uvette. Ne va matto. Piacciono anche a lui, ma la sua salute non gli concede di esagerare. Non può neanche camminare troppo a lungo senza sentire quell’oppressione al torace, il respiro che manca, la paura di morire che gli ha fatto vegliare tante notti ad aspettare l’allodola.
Wilhelm guarda fuori dalla finestra, lo sguardo si alza dal testo che ha sotto gli occhi e raggiunge il tiglio, lì di fronte, appena davanti alla staccionata che li separa dal parco. Gli scappa un sorriso. Si ricorda di quella governante che al fratello aveva raccontato la storia per cui il mondo stava appeso a una serie di assi di legno e così ogni volta che Jacob vedeva un cancello, una staccionata o qualcosa di simile pensava che al di là non ci fosse più mondo. Né sole, né fiori, né verde.
Ha sempre preso le cose alla lettera Jacob. Lui ossessionato dalle parole, dal testo, dalla sua autorità. Assoluta. Ecco perché mentre Wil sta perdendo qualche minuto a guardare fuori, Jacob insiste a grattare con la penna d’oca sul foglio. Mentre quella di Wil è perfetta la sua è sempre consumata: perfino le piume sull’asticella sono tutte arruffate. Ma questo ardore non va mai a scapito della concentrazione, della dedizione sacerdotale di Jacob che ora si alza a riporre un volume sullo scaffale. Lo solleva come il prete il lezionario domenicale, come una mamma il bambino al primo bagnetto. E’ un rispetto che sconfina nell’amorevolezza paterna.
Tutto questo nel silenzio. Frattanto i bambini di casa guardano dentro la stanza e non osano disturbare, anche se sanno che al più quei due topi di biblioteca che non sono altro gli rivolgerebbero il canonico gesto del dito sulle labbra accompagnato da un contegnoso sussurro, un leggero scrollare di spalle e dalla tosse di Jacob.
Non hanno idea di cosa quei due stiano leggendo ora; ci sono molti tomi sulle scrivanie, spessi come mattoni  e tanto pesanti che qualche volta hanno fatto fatica a sollevarli per guardare cosa c’era scritto dentro. Lunghi elenchi di parole, nella loro e in altre lingue, lettere con strane crocette davanti, frecce che puntano verso altre parole più corte, legandole come con un filo. E’ meraviglioso, incomprensibile anzi, che quelle scie di inchiostro divengano sulle labbra dei due topacci di biblioteca storie incantate, misteriose, paurose anche, ma che vanno sempre a finire da qualche parte. Quasi sempre bene.
Non possono neanche immaginarlo: non sanno di essere dei privilegiati. I primi di una serie lunghissima di bambini di ogni tempo e geografia. Sono i primi ad ascoltare e dal vivo, in presa diretta  le Fiabe per bambini e del focolare dei fratelli Grimm: quella coppia di folli compilatori che passano il loro tempo a rincorrere parole antiche di tante lingue strane, perdute, che non parla più nessuno.
Jacob e Wilhelm Grimm amano le parole quanto il verde e quanto i fiori. Per questo ne lasciano spesso seccare di variopinti e profumati tra le pagine dei libri che stanno leggendo. Così le parole fanno compagnia a quel segno della natura.
E amano i boschi, anche se una volta Jacob si perse in una macchia che somigliava a una foresta tenebrosa per il bambino che era e che da lì cominciò a pensarsi  Hansel oppure Pollicino e se fosse stato una bambina avrebbe portato in testa un cappuccetto rosso.
Una delle prime riviste che fondarono si chiamava proprio ‘Antichi boschi tedeschi’. Durò poco però: solo un paio di anni.

Ora, come sempre, come ogni momento della loro vita, studiano, sospesi nel regno delle parole, un paese di significati nascosti  che rimandano a sensazioni lontane, impressioni di uomini, idee e nomi per i quali per la prima volta qualcuno trovò quel suono particolare. E’ lì che loro vogliono arrivare. Al momento in cui le parole nascono e dalle parole si formano le storie. Perché se non c’è qualcosa da raccontare di quello che vediamo e viviamo è inutile trovare la parola giusta. Studiano per questo. Praticamente da sempre.

 

Le fiabe come “gli occhi di un bambino”

Avvolta in un’atmosfera blu come i cieli artificali dei presepi, da una luce soffusa, teatrale, come una carezza della buonanotte che si accompagna al c’era una volta: ecco la prima edizione, la copia originale delle Fiabe per bambini e del focolare, proclamata tardivamente solo nel 2006 patrimonio dell’umanità dall’Unesco e ora custodita in una teca di vetro antiproiettile a Kassel nel museo dedicato ai Grimm. Il volume è aperto proprio alla pagina iniziale dove sotto al titolo c’è scritto “gesammelt durch die Bruder Grimm”, cioè (fiabe) raccolte dai fratelli grimm,

Il tedesco usa la preposizione durch che vuol dire ‘attraverso’, ‘mediante’, ‘tramite’ quando si cosrtuisce il passivo ma qui ratifica alla perfezione l’idea che gli autori sono soprattutto coloro attraverso i quali è passato il grano delle storie, sono i mediatori tra il passato e l’oggi di tutti gli anni futuri, e lo hanno fatto come hanno scritto nella prefazione “perché quelli che dovrebbero conservare le fiabe sono sempre più rari”

Quindi le fiabe nascono come lavoro ‘culturale’, di conservazione di un patrimonio ma trovano poco a poco la dimensione divulgativa. Un processo di apertura progressiva al pubblico e ai bambini che si può seguire nelle diverse edizioni, dal 1812 fino al 1857. Stilisticamente e contenutisticamente.

I testi non sono annotati, ma i Grimm realizzano un volume di appendici in cui riportano le varianti scartate , motivando di volta in volta le scelte. Ma la loro fiducia nel potere  evocativo delle storie è illimitata.“Dove le fiabe sono ancora vive – scrivono nella prefazione dell’edizione del 1819 – vivono in maniera tale che non si pensa se siano buone o cattive, poetiche o adattate per gente di gusti sofisticati: semplicemente le si conosce e le si ama, perché così le si hanno ricevute e danno piacere, senza che ci sia una ragione. “

Per questo non c’è bisogno di magnificarle, dicono, o difenderle contro opinioni avverse. Il loro puro essere basta per proteggerle. Amanti della metafora romantica, ma sempre motivata, né mai espressa per puro compiacimento i Grimm  collegano la “purezza” del materiale fiabesco agli occhi dei bambini: le storie posseggono il loro stesso azzurro splendore, uno splendore senza macchia ancora più prezioso perché l’organo della vista è l’unico nel corpo che non crescerà più.

Questa purezza ricercano i Grimm, e per questo a partire dalla seconda edizione, hanno espunto ogni espressione inadatta ai più piccoli. C’è im questa scelta come abbiamo visto in precedenza anche una determinata strategia editoriale che alla lunga si rivelerà vincente. Ma credere che sia stata l’unica motivazione sarebbe fare un torto all’appassionata tensione verso l’ideale narrativo dei Grimm: la ricerca dell’incanto, di una sintassi avvolgente, di un lessico e di un ritmo che diano un’idea di sospensione, di mondo altro, di uno spazio raggiungibile con la fantasia dove il lettore può trovare ristoro ed energie per tornare poi alla vita reale.

Camminando, camminando…(non è solo una canzone)

Lo vedete quell’uomo tra il campo e il bosco? E’ una delle immagini più belle del mio viaggio in Germania sulla strada dei Grimm. E non è un sogno a occhi aperti di chi ha in mente i quadri di Caspar David Friedrich, quelli dove uomini e donne, quasi sempre da soli, talvolta in coppia, sono in piedi di fronte a un mare di nebbie o immersi nel crepuscolo a guardare la luna dopo un lungo, lunghissimo viaggio; non sembra neppure la stessa sensazione di ammirata incredulità nell’osservare il turista tedesco in birkenstock che alla fine di una assolata giornata romana ancora trova le energie per camminare, rosso come un peperone, tra i sarcofagi dell’Appia Antica.

Apparentemente non ha ragion d’essere quell’ uomo solo, in fondo a un campo d’orzo con le spighe basse, che si staglia sullo sfondo di un bosco sbucando apparentemente dal nulla. Un quadro reale, mi dico, assolutamente degno di essere dipinto o quantomeno fotografato. E’ domenica mattina, sono in macchina sulla provinciale che taglia in due l’Assia e questa apparizione si concretizza quasi impastata sul fondale grigioperla del cielo.

Lo seguo finché me lo consente lo specchietto retrovisore. E penso a Calvino quando spiegava agli automobilisti del boom economico la straordinarietà di uno strumento che ci consente di guardar dietro senza voltarci. E di conservare uno sguardo sul passato in un piccolo riquadro comodo e utile di fronte agli occhi, ricordandosi semmai di mantenere un po’ d’attenzione anche per il futuro che è comunque davanti.

Per l’uomo che cammina invece non c’è questo pericolo. Non deve controllare nulla, di fronte ha solo il futuro e può immergersi serenamente in quel paesaggio. Farsi assorbire dalle cose. Offrirsi a delle possibilità, a quello che può accadere e che può permettersi di aspettare camminando tranquillamente. Cammina tra i boschetti radi come un passaparola tra le radure e le casupole pudicamente distanti dalla strada. Gli alberi sono alti ma non fitti e ancora spelacchiati dall’inverno che stenta a cedere il passo a una primavera ancora incerta..

Camminare: c’è una parola in tedesco, “wandern”, che non significa semplicemente camminare, andarsene in giro. E non si riesce neanche a spiegarla del tutto riferendosi a una filosofia di vita. Si tratta di una forma culturale, un rapporto con la natura e un attitudine all’aperto che inizia nella realtà, nella vita quotidiana e si propaga alla poesia, il racconto, il romanzo, la filosofia, la storia dell’arte, la musica. La passeggiata è un racconto di Robert Walser in cui non c’è trama ma negli occhi del viandante tutto il mondo osservato diventa possibilità, ed ogni cosa assume significati diversi, evocati però nella semplicità, in modo che potresti quasi dirlo prosaico. Joseph von Eichendorff, da buon romantico scrisse il romanzo Vita di un perdigiorno, in cui il protagonista  non fa altro che andarsene in giro all’aria aperta, convinto che nelle cose ci sia una musica segreta, che bisogna decifrare. Insomma un’occupazione non proprio faticosa. Schubert regalò alla cerchia dei suoi affezionati fan di primo Ottocento un ciclo di sonate chiamate Wanderer Phantasie, un set di musiche per melomani viaggianti.

Quanta gente che cammina c’è nelle Fiabe dei Grimm…abbiamo già visto il piccolo sarto, ma il lettore italiano pensa anche a Pollicino che minuscolo se ne va in giro per il mondo, o ai vari principi che sbucano sempre al momento giusto nel posto giusto, ma hanno l’aria di aver fatto parecchia strada per trovarsi da quelle parti. Anche Cappuccetto Rosso cammina quel tanto di troppo che basta per mettersi nei guai.

Fateci attenzione, difficile trovarli fermi; questi personaggi sono naturalmente viandanti. Compaiono per qualche istante nella fiaba e se ne vanno, tornando dentro al gran calderone di storie dal quale sono emersi. Un grande studioso svizzero, Max luthi, dice che sono come illuminati da un raggio di luce trasversale. Rapido. Passa di là ma non crea chiaroscuri, non si proietta nella profondità. La luce scorre, li rischiara e se ne va.

La fiaba e il senso della casa

I Grimm dicevano che le fiabe sono ovunque ‘come a casa propria’. Ma per loro casa rimase sempre e solo l’Assia. I primi anni di scuola superiore sempre richiamati alla mente e poi l’acqua, quella del fiume Fulda. Qui è per così dire il centro di irradiazione delle storie, la loro culla. Tra il 1808 e il 1812 i Grimm avviano una specie di salotto letterario dove passano molte persone con le loro fiabe, le loro storie da condividere. C’è la famiglia Hassenpflug, uno dei cui componenti diventerà cognato dei fratelli, poi la signorina Friederike Mannel con una pregressa esperienza di raccoglitrice di storie per penne altrui, la famiglia del farmacista Wild, per l’esattezza le sue tre figlie. Prevalentemente donne, dunque, e di buona cultura, non propriamente tedesche come ascendenze visto che le ultime due menzionate erano ugonotte di origine. Ma di Kassel era anche l’unico mascheitto della rosa, il militare Krause, già guardia del reggimento dei dragoni. Alla sua creatività e memoria si devono però solo 4 delle duecento fiabe. Persone tutte reali, anche se spesso i Grimm si spingono un po’ oltre con l’idealizzazione delle loro radici e dei looro talenti. Wilhelm Grimm nella prefazione alla seconda edizione decanterà come modello assoluto le starordinarie capacità narrative di un certa frau Viehmaninn, perfetto esempio di valligiana, immortalata anche dal fratello con un’incisione presente in quella stessa edizione, senza aggiungere però che anche le sue origini non erano propriamente germaniche. Che importa del resto? Parlava e raccontava tedesco meglio di ogni altro e questo è quanto basta per il loro scopo di innamorati delle antiche storie E a proposito d’amore, una delle figlie del farmacista, Dorothea Wild, diventerà anche la signora Grimm e forse non è un caso che tra le contributrici è una delle più assidue…

Hermann Grimm, nato proprio da questa fiabesca unione, così racconterà qualche anno dopo l’amore respirato da sempre in famiglia per la regione di Kassel “mai in me si è affievolita la sensazione di sentirmi a casa in Assia, da nessuna parte le montagne, le valli il panorama in lungo e in largo mi è apparso così bello, Ciò che Voglio dire è che lì io respiravo un’altra aria. Il suono poi di quella parlata ha sempre per me un che di entusiasmante. E dalle fiabe, mi sembra che risuoni in ogni cosa che Jacob e Wilhelm hanno scritto.

Jacob, invece, che non si sposò, ha della sua terra dei flash retrospettivi legati anzitutto alla figura materna. Racconta di aver vissuto gli istanti più belli della sua vita, il giorno in cui la donna, oramai anziana, si trasferì a Kassel definitivamente e lui in qualità di figlio maggiore la portò in giro a conoscere la città, tenendola per mano.

In ogni immagine della sua autobiografia c’è il senso di un legame, di un tenere stretto un filo che lega assieme la visione del passato e il presente. L’idea che la bellezza e l’amore non debbano andare perduti. Che un ‘resto’ vada salvato, sia da salvare. L’idea di conservare quella limatura spirituale attaccata alle cose, ai ricordi. C’è il giorno della prima comunione in cui Jacob ripensa con commozione alla percezione di camminare sulla lapide della chiesa dove riposava il corpo del nonno, che lì era stato pastore per diversi decenni. ‘L’immaginazione sa – spiega – come decorare le cose – E questa è una frase che il fratello Wilhelm sa portare fino alle estreme conseguenze, in quella zona d’ombra e reverie in cui la realtà trasfigura nell’immagine del desiderio. Tornando a Hanau, diretto alla stessa chiesa ma molti anni dopo, Wil prenderà nota delle nuove costruzioni, commenterà la diversità del paesaggio ma con un velo di serena malinconia e soprattutto dirà di rivedere con gli occhi dell’immaginazione il giardino dietro casa con appeso l’abito bianco della madre ad asciugare, aggiungendo: ogni volta che tornavamo da scuola e lo vedevamo lì avevamo l’impressione che mamma stesse fluttuando sul prato.

 

 

 

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