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se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

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Michael Ende: perché gli Ebrei ci hanno insegnato l’umorismo

Michael Ende

Michael Ende

Uno stralcio della conferenza tenuta da Michael Ende nel 1985 in Giappone  sul tema: “perché si scrive per i bambini”. Concludendo le sue argomentazioni l’autore de la Storia Infinita rende calorosamente questo omaggio al popolo ebraico e al suo gusto per l’ironia paradossale, capace di fuggire il rischio di qualsiasi estremismo.

“Dovevo darvi delle spiegazioni del perché scrivo per bambini o del perché scrivo e basta. Il gioco della fantasia, libero e privo di finalità,  è stata la mia prima risposta, da cui scaturisce il crieterio della bellezza, che, a sua volta ci ha portato fino al meraviglioso e al mistero. Se mi è concesso di definire questi tre concetti come i tre punti cardinali del mio mondo poetico ecco che manca il quarto che è, per l’appunto, l’umorismo.

Vedete, signore e signori, tutto quanto ho detto finora, potrebbe condurci ad una variante del dogmatismo. Potrebbe fare dello scrittore qualcosa di simile a un guru del proprio pubblico, un maestro esoterico dei suoi lettori, ma significherebbe che la sua azione si serve di mezzi diversi da quelli puramente artistici. Lo scrittore diverrebbe a sua volta soltanto un propagandista del suo messaggio, servendosi della poesia semplicemente per confezionarlo al meglio. Ed è una cosa che dovrebbe essere assolutamente evitata.

Da questo rischio ci salva solo e unicamente l’umorismo. Va da sé che anche dell’umorismo non è possibile trovare una definizione esauriente. Non lo si può misurare né quantificare, né tantomeno sottoporre a un test. L’umorismo si sottrae a qualsiasi premeditazione, non può essere mai fanatico né dogmatico, ma è sempre umano e amichevole. E’ quell’atteggiamento interiore che ci permette di ammettere senza rancorosità la nostra inadeuguatezza, rendendoci leggeri, e di prendere coscienza dell’inadeguatezza degli altri con un sorriso. L’umorismo non è lo stesso della saggezza, ma le è parente stretto. L’umorismo, secondo me, l’hanno scoperto gli Ebrei, ed ho delle buone ragioni per dirlo. Nella maggior parte delle altre civiltà le persone sono idealiste o realiste. L’idealista rivolge lo sguardo solo all’essenziale, al sublime, al divino, trascurando le fastidiose banalità della vita. Chi invece è realista considera solo le miserie del mondo e ritiene illusoria ogni cosa più elevata. Nella loro lunga e dolorosa storia gli Ebrei hanno imparato a lasciar andare per la loro strada i due opposti estremismi, vivendo in questa tensione tra l’Alto e il Basso e sostenendola con la loro proverbiale ostinazione. Sanno come si debba camminare mangiando dolorosamente la polvere e sanno del Dio eterno. E a furia di mangiar polvere e nella modestia riescono ad arrivare fino al trono di Dio. Questo è il vero umorismo.

Dal momento che qui essenzialmente l’argomento è la letteratura per bambini o per il bambino che c’è in ognuno di noi non vi dico nulla di nuovo se aggiungo ancora che i bambini sono particolarmente ricettivi per il vero umorismo più di ogni altra cosa, perché esso gli insegna che gli errori ci sono e si fanno ma che altresì siamo amati proprio per i nostri errori”

Tratto da Michael Ende, Storie Infinite, a cura di Saverio Simonelli, Rubbettino Editore, 2010

Nel paese delle Fiabe su Rai Letteratura

copertina il paese delle fiabeComplice la conclusione del loro anno: il 2012 – non solo quello dei Maia, grazie a Dio – i fratelli Grimm hanno conosciuto una fiammata di ritorno di popolarità di cui si è ovviamente giovato anche il mio libro. Ecco qui di seguito il link all’intervista comparsa in home page – ed ora rintracciabile all’interno – del sito della rai dedicato alla letteratura

I Grimm a ‘Più Libri più liberi’

Il 9 dicembre alle ore 18.00 il Paese delle fiabe sarà presentato nel corso della tradizionale kermesse romana ‘Più libri più liberi’ dedicata alla piccola e media editoria. Con tre ‘ospiti’ e amici d’eccezione. Ne parlerò infatti con Marcello Fois, grande narratore e recente finalista in cinquina al premio Strega, Luisa Mattia, notissima per i suoi libri per ragazzi (l’ultimo è Il Grande Albero di Case Basse) e per essere tra le coautrici della Melevisione, Susanne Hoehn, direttrice del Goethe Institut Italia, madrina d’onore di questo libro e di tutta l’avventura che mi ha portato sulle tracce dei Fratelli Grimm. Il libro sarà a disposizione presso lo stand dell’editore Giulio Perrone.

Quando Jacob Grimm dissertava sul “sonno degli uccelli”

Il 6 marzo del 1862  Jacob Grimm si presenta all’accademia delle Scienze di Berlino per la consueta dissertazione annuale. E’ uno degli appuntamenti di cartello per l’ateneo dove l’anziano filologo, tra i più autorevoli in Europa, è di casa da oltre vent’anni, da quando nel novembre del 1840 venne invitato a far parte dell’accademia delle scienze: una sorta di risarcimento materiale e morale dopo che tre anni prima, assieme ad altri cinque docenti firmatari di un appello contro la politica locale, i Grimm erano stati licenziati dall’università di Gottinga e allontanati dalla regione.
Quel giorno Jacob, che da tre anni è rimasto solo dopo la morte per infarto del fratello, tiene una lunga e documentatissima prolusione sul sonno degli uccelli  e, consapevole di non poter competere sul terreno squisitamente tecnico con un uditorio di esperti in scienze naturali squaderna tutto il suo repertorio da filologo: citazioni puntuali, analisi raffinate, comparazione tra testimonianze letterarie e dati di realtà.  Anche, perché no, con quel pizzico di appassionata osservazione del dilettante innamorato dell’oggetto che affronta con le armi della propria professionalità maturata in altri campi.
Il testo consta di 14 fittissime pagine nelle quali passa in rassegna pubblicazioni recenti ma soprattutto le poche testimonianze letterarie che riporta con dottissima precisione. A partire da Aristotele, passando per un certo Antigone Caristio, un erudito Alessandrino che, ci ricorda Jacob, visse al tempo di Tolomeo Filadelfo, arrivando poi al più noto Plinio il Vecchio fino a concludere la sezione ‘classica’ e tardo antica  con Isidoro e il Cicerone del De natura Deorum. La gru, ci spiega, è l’uccello del quale si sono meglio studiate le attitudini: di lì muove il suo ragionamento che cerca di analizzare i motivi per cui gli uccelli nascondono il capo sotto l’ala e rimangono a dormire su una sola zampa. E allora, parlando di gru c’è ovviamente anche spazio per il racconto boccaccesco di Chichibio ma poi come nulla fosse ecco  che lo zoom dopo un fugace accenno a Renart si concentra, per altre questioni riguardanti rapaci, falchi e corvi, su testimonianze latinoamericane.
Jacob non si limita ai soli testi, ma, per stabilire il motivo intrinseco di questa postura che così tanto lo affascina, cita anche le osservazioni di alcuni amici ricercatori e naturalisti. Vagliate tutte le ipotesi a favore della sua naturale spontaneità, come la conservazione del calore durante il sonno, l’atteggiamento di difesa, Jacob sembra propendere per una spiegazione in senso innatista e si sofferma, citando Aristotele, sulla posizione assunta dall’embrione che costituirebbe come una premessa alla postura successiva. C’è ovviamente molto acume, condotto fino quasi ai limiti della pedanteria nel modo in cui Grimm passa in rassegna ogni minimo particolare. Quello che però più ci interessa dal punto di vista squisitamente letterario è nel finale, quando Jacob lamenta il fatto che nonostante la poeticità della postura degli uccelli dormienti così pochi scrittori abbiano fatto ricorso a questa immagine.
Particolare che non sfuggì invece agli anonimi ideatori di una fiaba come Rosaspina, in cui, nel momento dell’incantesimo dell’addromentamento, le colombe vengono descritte, correttamente, mentre sistemano la testa sotto l’ala.
Anche in questo, conclude Jacob non senza una punta d’orgoglio, traspare il primato della poesia naturale delle fiabe, testimoni della “forza e del potere della natura”.

Hansel e Gretel: cosa significa la fiaba

Cosa voleva dire Jacob Grimm quando affermava che le fiabe seguono le leggi della natura? E come è possibile dirlo di storie in cui le pietre vengono scagliate nel cielo finché spariscono, le case si tramutano in castelli, bambine e nonne rimangono vive dentro la pancia di un lupo mentre i morti risuscitano in quantità? Certo non può essere in questo il rispetto delle leggi della natura.

La frase, però, ha un senso più profondo: molto spesso chi vive secondo natura, magari ingenuamente, ma più a contatto con gli elementi, è più facilmente destinatario del miracolo, riceve cioè la ricompensa soprannaturale come una conseguenza ovvia e meritata della sua vita. E vivere secondo natura significa dire sì al ritmo dell’esistenza, preoccuparsi dell’altro, amare secondo l’istinto e la forza del sangue per poi crescere e superare addirittura la limitatezza del proprio io. È a quel punto che il mistero ti premia.

Emblematico è il caso di una delle storie più note dell’immaginario grimmiano: Hansel e Gretel.
La vicenda è nota. Stremati dalla carestia e da una povertà insostenibile due genitori decidono di disfarsi dei propri figli. La madre, fredda calcolatrice, è la più determinata nell’esaminare la situazione e propendere per l’abbandono dei piccoli, tanto che il padre non riesce a far prevalere le sue obiezioni morali. Per ben due volte i bambini vengono abbandonati nel bosco: nella prima occasione ritrovano il sentiero grazie alle briciole che hanno lasciato dietro di sé, mentre la seconda volta sembrano spacciati perché alcuni uccelli gliele divorano. Si tratta però di una felix culpa, perché l’evento è il primo di una serie di sventure provvidenziali che finiscono col porre i bambini di fronte al proprio destino, alla propria maturazione personale che mai prescinderà dall’amore reciproco. Il terzo giorno, come dal nulla, si manifesta una colomba bianchissima che attira la loro attenzione. I bimbi per quanto stremati dalla fatica, dal sonno e della fame la seguono finché l’uccello non si posa sul tetto di una casetta e vi rimane immobile, proprio come la banderuola della piazza di Hanau. La casetta è di marzapane e i bambini la addentano avidamente; dentro però c’è una strega malvagia che li cattura, imprigiona il maschietto per metterlo all’ingrasso mentre la bimba è costretta a sbrigare i lavori domestici. Ancora una volta la casa nel bosco è lo spazio della tentazione e della prova: i bambini mentre si sfamavano hanno sentito una vocina che diceva loro di non toccare quel cibo, ma l’hanno ignorata, cedendo al loro istinto primario. Ma la casa della tentazione è anche la casa del riscatto, il luogo in cui si mettono in moto risorse superiori all’istinto. E infatti ambedue i fratelli si ingegnano per ingannare la strega: Hansel gli porge un osso fuori dalla gabbia per farle intendere che lui è ancora troppo magro per essere mangiato e Gretel fa anche di più riuscendo a sbatterla dentro al forno destinato al fratello.

Qui terminava la versione originaria della storia, con i bambini che ritornano a casa con i gioielli appartenuti alla strega. Lì il padre sopravvissuto alla perfida moglie li accoglie in lacrime. Ma anche Hansel e Gretel è una delle fiabe che si sono arricchite negli anni e sviluppate grazie alla mano di Wilhelm che, nell’edizione del 1819, inserì un nuovo finale più esteso e sicuramente più carico di simbologie. Non sembrava sufficiente per il suo modo di pensare che i bambini si fossero tratti in salvo con le proprie forze. Bisognava inserire una nuova transizione, meglio, un intervento esterno, il consueto evento imprevisto e miracoloso. E allora ecco che si inventa un fiume ampio e profondo che sbarra la strada del ritorno ai ragazzini. L’ispirazione viene dal vissuto personale. A Steinau, dove i Grimm hanno vissuto alcuni anni, il retro della loro casa dava sul fiume Kinzig separato dall’abitazione da quello che i ragazzi chiamavano il giardino delle api. Nella fiaba il testo parla di una gran distesa d’acqua, amplificando come al solito il dato di realtà e sfumandolo nell’indistinto più fascinoso e impressivo. Ed è così ampio questo fiume misterioso che i bambini hanno bisogno per solcarlo dell’aiuto di un’anitra bianca che chiamano a sé con una lievissima filastrocca, resa in italiano con un magistrale tocco di sgrammaticatura dalla traduzione di Clara Bovero

Anatrino, corri!

Hansel e Gretel qui soccorri

Nessun ponte passa il fiume,

prendici dunque sulle bianche piume.

 

Superare il fiume è secondo lo psicanalista Bruno Bettelheim il segno dell’ingresso in una nuova fase della vita, un nuovo inizio, tanto è vero che quando i bambini si erano addentrati nel bosco, all’andata, non c’era stata acqua da attraversare. Il fiume è così comparso nella storia, ingiustificabile da un punto di vista logico, ma perfettamente incastonato in una vicenda di crescita interiore che supera la logica fredda del calcolo e della misura. Quella era la logica della madre che di fronte all’estrema indigenza non interrogava il cuore ma stabiliva con freddezza una sottrazione. La bambina, che ora ha invece superato le sue prove, è capace di fare ancora di più. Si rifiuta di salire sul dorso dell’anitra assieme al fratello per non gravare di troppo peso l’animale, dimostrando così da subito la maturità e l’altruismo pienamente raggiunto. La solidarietà con la natura che la circonda viene prima addirittura della paura e del bisogno. Un finale che conferma l’idea iniziale: la vera crescita umana è andare al di là dell’io e non solo perché ti accade davanti un fatto imprevedibile ma perché questi doni del destino possono mettere in moto una nuova consapevolezza di te stesso e del mondo. L’immaginazione, il saper riconoscere l’incommensurabilità delle cose ha allargato il cuore e la mente e ora il personaggio è in grado, lui, di fare autonomamente quello che sembrava impossibile.

Roberto Denti su Il Paese delle Fiabe: “orgoglioso di averlo presentato”.

Per chi non lo conoscesse Roberto Denti è il pioniere, il punto di riferimento, nonché uno dei migliori autori di letteratura per ragazzi del nostro Paese. Per dirne solo una: negli anni ’50 aprì a Milano la prima libreria di settore italiana. Oggi a Cuneo ci ha intrattenuti per una buona mezz’ora parlando della poetica dei Grimm, del senso delle fiabe, dell’importanza dello sguardo che ci comunicano, della necessità soprattutto per il nostro Paese di collocarle nel loro contesto culturale, nel definirne la portata storica, ma anche nel saperne gustare ancora il fascino e l’incanto della narrazione. Per concludere: “tutto questo si può trovare nel libro che avete qui davanti e che spero sia il testo cui fare riferimento per avviare un dibattito vero sul valore della fiaba qui da noi. Il paese delle fiabe mi è piaciuto molto – ha aggiunto – perché mi ha spiegato molte cose dei Grimm che non conoscevo, e anche perché non è scritto in maniera da farti venire il mal di testa come molti saggi pure importanti, ma è scorrevole e piacevole nella lettura. Un libro così serve per capire che quando leggiamo una fiaba c’è tutto un mondo di significati importanti per la nostra vita così come erano importanti quando le fiabe sono nate, quando i cacciatori di ventimila anni fa descrivevano a chi restava nelle grotte come erano fatte le tracce degli animali ai quali davano la caccia. La fiaba serve per la vita. Non insegna, non si mette in cattedra, ma racconta verità profonde”.

Ecco, qualsiasi altra parole è superflua. Voglio dire solo grazie alla maestria, al calore, alla gentilezza, alla competenza di un grandissimo, immenso maestro. Grazie Roberto Denti (che tra l’altro mi ha anche detto, diamoci del tu…)

Il Paese delle fiabe. E’ nato!!

Anche in quest’epoca di smaterializzazione crescente, fluida quant’altre mai, avere tra le mani fisicamente il proprio libro è ancora un’emozione che si rinnova. E non è solo la storia del profumo e del fruscio delle pagine: è la percezione tangibile che l’idea iniziale è nata, cammina di suo e se ne va in giro per il mondo. E’ comunque il senso di avere tagliato un traguardo, che è poi un altro modo per passare dal via, come a Monopoli.

E oggi ad esempio “Il Paese delle Fiabe” raggiunge Cuneo, dove alle ore 17.00 lo presento assieme a Roberto Denti, uno dei più importanti autori, esperti, divulgatori di letteratura fantastica e per ragazzi. Seguirà. ovviamente, post.

I Nani: Dal Medioevo a Disney, passando per i Grimm

Così come nel caso di altre creature mitologiche, anche i nani sono personaggi stimolanti per la mente e la scienza del filologo, soprattutto per quelli come i Grimm che nelle storie amano verificare certe caratteristiche, nature e comportamenti di questi autentici pezzi dell’immaginazione degli antichi popoli germanici. 
L’origine del termine resta oscura, anche se la presenza di parole etimologicamente affini nelle principali lingue germaniche antiche sottintende che la credenza in questi esseri soprannaturali fosse quasi uniformemente diffusa.
Nell’Edda poetica, la raccolta di poemi tra i più antichi della letteratura nordica, c’è un carme, detto della Veggente, in cui scopriamo in un dovizioso catalogo molti nomi dei nani; se ne ricorderà Tolkien nello Hobbit per identificare i compagni di Bilbo nella spedizione verso la montagna solitaria. E’proprio la letteratura antico nordica ad offrire il maggior numero di attestazioni delle loro caratteristiche: quasi sempre si tratta di creature del sottosuolo, sopraffini artigiani soprattutto nella lavorazione dei metalli più nobili, avidi ma saggi e spesso detentori di una sapienza che fa invidia agli dei. Ce n’è un altro di questi carmi, lo Alvissmal, dove il dio Thor, stupito dalla conoscenza del nano Alvis (che già nel nome indica le sue qualità di onnisciente, colui che tutto sa ‘Al-wis’) finisce per toglierselo di torno. Ci sono poi anche anelli preziosissimi e catene che tengono a freno i lupi più selvaggi. Tutti opera di questi esseri. Che sono poi bravissimi a forgiare spade utili all’eroe di turno. Nella Saga di Egil il monco è proprio un nano, grato per un dono di Egil, a curare la ferita del guerriero e a fissare in cima al moncherino del suo braccio una spada che possa consentirgli di tornare a combattere. Altre volte però il nano non è così riconoscente e si dimostra inaffidabile e imbroglione.
In Gran Bretagna invece di nani si parla poco eccetto il caso di antichi testi magici o di tipo medico, dove si fa riferimento a piante utili per curare il tremore degli arti causato dai loro malefici influssi
In Germania il caso è curioso, perché nei poemi epici, di più alta ispirazione i nani fanno a malapena capolino, mentre sono onnipresenti nelle narrazioni a carattere maggiormente ‘fiabesco’. L’incontro con una di queste creature viene menzionato per la prima volta nel Ruodlieb, un poema incompiuto e scritto in latino poco dopo l’anno Mille. Qui c’è un nano che, dopo essere stato catturato dall’eroe, gli offre preziosi consigli in cambio della libertà: se Ruodlieb ne terrà conto potrà entrare in possesso di un tesoro e ottenere in sposa la bella Heriburg: promessa di tesori e d’amore a colpi di estenuanti trattative. Una serie di motivi che tornerà spessissimo, sia nelle leggende che nelle fiabe.
Nei Nibelunghi, il più famoso tra i poemi germanici, l’incontro con i nani possessori del tesoro per quanto importante nello sviluppo della trama non viene raccontato direttamente ma solo ricordato da Hagen nella terza ‘avventura’ del poema. Ma gli elementi convenzionali anche qui abbondano: la spada magica, l’anello che moltiplica le forze del portatore, la cappa che dona l’invisibilità.  L’atmosfera fiabesca domina nel più tardo Lied vom Huernen Seyfried (del quale abbiamo solo copie a stampa risalenti al sedicesimo e diciassettesimo secolo) in cui il nano Eugel aiuta il giovane eroe nella lotta con un gigante sputafuoco e, dopo aver  salvato dalla morte Crimilde con una pianta miracolosa, informa il protagonista del tesoro nascosto ‘sotto la montagna’ e ne profetizza il futuro. E’ un nano questo che riassume un po’ tutte le caratteristiche della sua ‘specie’: abilità nel lavoro artigianale e nella custodia di oggetti preziosi, capacità profetiche, miracolose, possibilità di essere donatore o istigatore al male. Le sperimenterà anche il Teodorico delle più tarde leggende dove i nani lo accompagnano un po’ dovunque: c’è per esempio l’episodio del ‘Re Laurin’ in cui Teodorico si trova all’interno di un reame governato e popolato interamente da nani, il cui re dopo aver piantato una meravigliosa  rosa nel suo giardino minaccia di morte chiunque ne oltrepassi il confine. Inutile aggiungere che Teodorico accetterà la sfida…
Nel libro dei Grimm i nani rivestono un ruolo importante all’interno di almeno una dozzina delle 200 fiabe. I più celebri sono ovviamente quelli di Biancaneve: in loro gli autori condensano alcune caratteristiche apparentemente contrastanti del repertorio conosciuto: sono infatti estrattori di metalli dal monte e sono consiglieri buoi ma, a differenza di altri contesti, non sono affatto attratti dall’oro che il principe offre loro per avere la bara di Biancaneve apparentemente morta: cedono infatti solo dopo avere ben meditato le sue parole e si impietosiscono avendo valutato la saldezza e la sincerità del suo amore.  La seconda fiaba per notorietà che vanta un eroe dalle dimensioni minute, è quella di Tremotino, il nano che rientra invece perfettamente nel cliche del donatore che propone un patto scellerato: aiuterà la figlia del mugnaio a filare oro dalla paglia solo in virtù di ricompense sempre più esose fino a giungere a farsi promettere il primo figlio della donna una volta andata sposa al re. Allo stesso modo anche l’omino nero della fiaba Il re del monte d’oro sottopone al mercante un patto con una formula enigmatica e indecifrabile ma che si rivelerà esiziale: la fortuna commerciale in cambio del figlio appena nato. La frase in sé ricorda molto gli enigmi dei poemi antichi anche se termina con una nota decisamente più popolare

            “Non t’affliggere – disse l’omino – se mi prometti di portare qui tra dodici anni quel che a casa ti viene fra le gambe per primo avrai denaro a volontà”. Il mercante pensò “Non potrà essere che il mio cane”. Non pensò al suo piccino e acconsentì; gliene rilasciò promessa scritta, con tanto di sigillo, e andò a casa

Ne I tre omini del bosco, nella splendida L’acqua della vita e ne L’oca d’Oro i nani invece remunerano con favolose ricompense chi ha buon cuore e li aiuta nel momento del bisogno, accanendosi invece contro chi rifiuta loro l’aiuto. Singolare il caso della prima storia de Gli gnomi in cui l’aiuto e la ricompensa sono vicendevoli tra il calzolaio e i misteriosi esserini, che col loro inatteso e notturno soccorso lo salvano dalla miseria. Accortosi un giorno del loro contributo, l’artigiano gli fa trovare nottetempo degli abiti nuovi e perfetti, per cui i nani

            “a mezzanotte arrivarono saltellando e vollero mettersi subito al lavoro; ma invece del cuoio, trovarono quelle graziose vesti: prima si stupirono, poi dimostrarono una gran gioia.”

Il Paese delle fiabe ‘sta nascendo’

Il mio libro sui fratelli Grimm, le fiabe, la storia e la geografia della loro Germania tra passato e presente è ormai in stampa. Per intanto ecco l’immagine di un particolare della copertina che mostra una casetta che ci ricorda tanto…che cosa? Se non vi viene in mente aspettate ancora qualche giorno…

I Grimm e le fiabe: ormai è una battaglia culturale

Anche se ovviamente una battaglia persa, come dimostra la recensione pubblicata ieri su La Lettura del Corriere della Sera che presenta una nuova antologia delle fiabe realizzata dallo studioso americano Jack Zipes (Donzelli editore).  

Si tratta di 41 fiabe selezionate a partire dall’edizione del 1812, quella cioè che i Grimm si affrettarono a rivedere dopo i magri risultati editoriali e alla luce di una reciproca chiarificazione del proprio lavoro filologico, e che venne quindi rivista per ben sei volte fino ad arrivare a quella definitiva del 1857. L’antologia, di fatto parziale, parzialissima, che riguarda meno di un terzo dell’opera, un quinto se si tiene conto dell’edizione definitiva, viene rilanciata sul quotidiano ponendo l’enfasi sui seguenti motivi: le abitudini sessuali di Rapunzel, la cui gravidanza diventa titolo a tutta pagina, la presenza di una fiaba in cui i bambini giocano a fare i macellai, il fatto che nella prima edizione di Biancaneve la matrigna sia in realtà una madre naturale. I Grimm, infine, vengono, in modo quantomeno parziale, definiti folkloristi.

Il sommarietto dell’articolo poi è tutto un programma, celebrando una versione delle Fiabe  finalmente “senza censure”. Non male neanche una parte dell’intervista di Zipes che seraficamente sostiene come “le fiabe continuino ad interessarci perché sono drammi in cui gli esseri umani mettono in scena desideri, odio, invidia, speranza”. Il che probabilmente vale per almeno il 95% della buona e cattiva letteratura, fiabe e miti inclusi.

Il problema dell’articolo non sta comunque nella veridicità dell’informazione, che è acclarata, ma nella parzialità di quanto si fornisce ai fruitori di un così prestigioso strumento culturale. E’ vero che l’edizione del 1812 era assai più macabra delle successive, ma l’operazione dei Grimm sui loro testi non ebbe nulla a che fare con un atteggiamento censorio da bravi borghesi ossequiosi della morale comune.

Spiegarlo è molto facile. Basta aver letto con la mente sgombra ad esempio i diari dei fratelli. Jacob e Wilhelm credevano che tra gli intenti della mente umana che aveva inventato le fiabe non ci fosse “la rappresentazione dei drammi umani” ma l’idea che nel mondo ci fossero all’opera forze misteriose, venerande e terribili, ma spesso anche provvidenziali. Un’idea che secondo loro e per molti romantici dell’epoca risaliva agli albori del medioevo, all’epoca di passaggio dalla spiritualità pagana a quella cristiana. La fiaba quindi doveva rappresentare un mondo anarchico, imprevedibile, minaccioso, dove a un certo punto avviene un atto di salvezza. Umana, sgangherata, rabberciata, ottenuta con l’imbroglio o con la santità. Non importa. Ma accadeva. Ed era questo il dato fondamentale.

Come spiega Max Luthi, studioso vero di quel mondo, la “fiaba è l’espressione poetica del fatto che ci si trova in un mondo non privo di senso e al quale possiamo adattarci e viverci anche se non siamo in grado di afferrarlo fino in fondo. Per questo l’eroe viene condotto in salvo attraverso i pericoli.  Anche il lettore allora, immedesimandosi nel personaggio e nelle sue progressive tappe verso il lieto fine, vive una specie di battesimo della propria immaginazione”.

Wilhelm quindi lavorò sulle fiabe per raggiungere questo incanto, questo luogo lontano che, citando Tolkien, offre alla mente di chi legge ristoro e consolazione; dove il male non è escluso, gioca un ruolo fondamentale, ma il più delle volte è vinto e l’uomo redento.

Un altro esempio: la madre di Biancaneve diventa matrigna certo anche per non turbare lettori e custodi di morale, ma molto di più perché l’idea di ua ragazza che rimane orfana, scagliata da sola al cospetto del grande mondo, è molto più funzionale allo sviluppo di una storia in cui il protagonista è quasi sempre sciolto da legami, in un contesto minaccioso e dove conta molto più il ‘fare’ che l’essere’. Alla fiaba, come ha ricordato di recente Philip Pullman, non interessa l’introspezione, interessa la velocità dell’azione, il suo fulmineo svolgersi per sorprendere i lettori. Basta rileggersi Biancaneve nella versione finale del 1857 ( a proposito, strano il caso, quasi unico nella ricezione di un’opera letteraria in cui si criticano degli autori per aver rivisto una propria opera, ma i promessi Sposi in che forma li leggiamo?), basta rileggere, dicevamo, l’inizio di questa fiaba letterariamente perfetta per capire quanto cresca l’ effetto tragico nel far morire la madre all’inizio della storia con la stupenda simbologia della finestra, dell’attesa e dell’inverno, certo motivi letterariamente più efficaci di una lubrica storia di invidia. In Biancaneve, come in ogni favola, conta la redenzione finale di un atto d’amore che vince sulla cattiveria, non lo scandalo di una madre omicida, quello magari va meglio in una fiction della domenica serà. Almeno questo è quello che interessava i Grimm e li muoveva a scrivere e rivedere e infine a pubblicare la versione definitiva delle loro fiabe. Si può essere d’accordo o meno ma è  fuorviante e culturalmente scorretto presentare altri elementi, reali, ma assolutamente parziali e non definitivi, come il motivo di interesse di una nuova pubblicazione.

Auguriamo alla Rapunzel della prima versione di essersi appagata a sufficienza nella torre, ma a noi interessa la sua salvezza, non un test di gravidanza. Perché la fiaba non è un reality.

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