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se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

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C’era una volta l’autunno

Questa non è una favola. Non è l’inizio di una storia. Sono due parole a corredo di questa immagine d’autunno dove le foglie trascolorano e non ce n’è una uguale all’altra. E’ l’opulenza di una tavolozza di colori che ti comunica la variopinta irriducibile varietà della natura quando segue il suo corso e si annuncia perfino ad un incrocio cittadino, piuttosto anonimo, tra due strade che non brillano di particolari bellezze architettoniche. E’ l’autunno. Sarebbe l’autunno.

Guardi quest’albero e i tuoi sensi si riempiono e vorresti lodare la bellezza, la fortuita evenienza di un’immagine reale di un angolo urbano qualunque  che pure conquista lo sguardo e mette in moto un senso di riconoscenza. Sarebbe questa la sensazione.

Poi pensi alla piena dei fiumi, agli argini travolti, alla gente evacuata, ai morti; pensi alle pianure devastate dalle esondazioni di corsi d’acqua altrimenti docili, pensi a un Paese ancora una volta in ginocchio.

Questo è diventato l’autunno. Questa somma impazzita di eventi estremi per cui la bilancia tra vita reale ed emozioni personali non può più essere oramai  alla pari.

Ma non riesco a togliermi dagli occhi quello spettacolo di bellezza. Un albero di città che non è stato travolto, che accompagna sereno le foglie placide che si ingialliscono una ad una e cadono nella quiete indisturbata perfino dalle macchine, dai cani, dai bambini dell’asilo che è poco più avanti sulla stessa via. Nessuno sarà mai risarcito da quest’attimo di bellezza solitaria, da questa percezione mia quasi imbarazzante, superflua. Eppure penso che anche nella devastazione dei terreni, dopo che l’acqua si sarà ritirata, dopo il tempo degli affanni e del dolore, qualcuno potrà tornare a guardarsi intorno con un briciolo di esausta speranza. E forse potrà trovare un albero simile. Una bellezza che resiste. Superflua, forse, eppure esiste.

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Il Paese delle fiabe ‘sta nascendo’

Il mio libro sui fratelli Grimm, le fiabe, la storia e la geografia della loro Germania tra passato e presente è ormai in stampa. Per intanto ecco l’immagine di un particolare della copertina che mostra una casetta che ci ricorda tanto…che cosa? Se non vi viene in mente aspettate ancora qualche giorno…

I Grimm e le fiabe: ormai è una battaglia culturale

Anche se ovviamente una battaglia persa, come dimostra la recensione pubblicata ieri su La Lettura del Corriere della Sera che presenta una nuova antologia delle fiabe realizzata dallo studioso americano Jack Zipes (Donzelli editore).  

Si tratta di 41 fiabe selezionate a partire dall’edizione del 1812, quella cioè che i Grimm si affrettarono a rivedere dopo i magri risultati editoriali e alla luce di una reciproca chiarificazione del proprio lavoro filologico, e che venne quindi rivista per ben sei volte fino ad arrivare a quella definitiva del 1857. L’antologia, di fatto parziale, parzialissima, che riguarda meno di un terzo dell’opera, un quinto se si tiene conto dell’edizione definitiva, viene rilanciata sul quotidiano ponendo l’enfasi sui seguenti motivi: le abitudini sessuali di Rapunzel, la cui gravidanza diventa titolo a tutta pagina, la presenza di una fiaba in cui i bambini giocano a fare i macellai, il fatto che nella prima edizione di Biancaneve la matrigna sia in realtà una madre naturale. I Grimm, infine, vengono, in modo quantomeno parziale, definiti folkloristi.

Il sommarietto dell’articolo poi è tutto un programma, celebrando una versione delle Fiabe  finalmente “senza censure”. Non male neanche una parte dell’intervista di Zipes che seraficamente sostiene come “le fiabe continuino ad interessarci perché sono drammi in cui gli esseri umani mettono in scena desideri, odio, invidia, speranza”. Il che probabilmente vale per almeno il 95% della buona e cattiva letteratura, fiabe e miti inclusi.

Il problema dell’articolo non sta comunque nella veridicità dell’informazione, che è acclarata, ma nella parzialità di quanto si fornisce ai fruitori di un così prestigioso strumento culturale. E’ vero che l’edizione del 1812 era assai più macabra delle successive, ma l’operazione dei Grimm sui loro testi non ebbe nulla a che fare con un atteggiamento censorio da bravi borghesi ossequiosi della morale comune.

Spiegarlo è molto facile. Basta aver letto con la mente sgombra ad esempio i diari dei fratelli. Jacob e Wilhelm credevano che tra gli intenti della mente umana che aveva inventato le fiabe non ci fosse “la rappresentazione dei drammi umani” ma l’idea che nel mondo ci fossero all’opera forze misteriose, venerande e terribili, ma spesso anche provvidenziali. Un’idea che secondo loro e per molti romantici dell’epoca risaliva agli albori del medioevo, all’epoca di passaggio dalla spiritualità pagana a quella cristiana. La fiaba quindi doveva rappresentare un mondo anarchico, imprevedibile, minaccioso, dove a un certo punto avviene un atto di salvezza. Umana, sgangherata, rabberciata, ottenuta con l’imbroglio o con la santità. Non importa. Ma accadeva. Ed era questo il dato fondamentale.

Come spiega Max Luthi, studioso vero di quel mondo, la “fiaba è l’espressione poetica del fatto che ci si trova in un mondo non privo di senso e al quale possiamo adattarci e viverci anche se non siamo in grado di afferrarlo fino in fondo. Per questo l’eroe viene condotto in salvo attraverso i pericoli.  Anche il lettore allora, immedesimandosi nel personaggio e nelle sue progressive tappe verso il lieto fine, vive una specie di battesimo della propria immaginazione”.

Wilhelm quindi lavorò sulle fiabe per raggiungere questo incanto, questo luogo lontano che, citando Tolkien, offre alla mente di chi legge ristoro e consolazione; dove il male non è escluso, gioca un ruolo fondamentale, ma il più delle volte è vinto e l’uomo redento.

Un altro esempio: la madre di Biancaneve diventa matrigna certo anche per non turbare lettori e custodi di morale, ma molto di più perché l’idea di ua ragazza che rimane orfana, scagliata da sola al cospetto del grande mondo, è molto più funzionale allo sviluppo di una storia in cui il protagonista è quasi sempre sciolto da legami, in un contesto minaccioso e dove conta molto più il ‘fare’ che l’essere’. Alla fiaba, come ha ricordato di recente Philip Pullman, non interessa l’introspezione, interessa la velocità dell’azione, il suo fulmineo svolgersi per sorprendere i lettori. Basta rileggersi Biancaneve nella versione finale del 1857 ( a proposito, strano il caso, quasi unico nella ricezione di un’opera letteraria in cui si criticano degli autori per aver rivisto una propria opera, ma i promessi Sposi in che forma li leggiamo?), basta rileggere, dicevamo, l’inizio di questa fiaba letterariamente perfetta per capire quanto cresca l’ effetto tragico nel far morire la madre all’inizio della storia con la stupenda simbologia della finestra, dell’attesa e dell’inverno, certo motivi letterariamente più efficaci di una lubrica storia di invidia. In Biancaneve, come in ogni favola, conta la redenzione finale di un atto d’amore che vince sulla cattiveria, non lo scandalo di una madre omicida, quello magari va meglio in una fiction della domenica serà. Almeno questo è quello che interessava i Grimm e li muoveva a scrivere e rivedere e infine a pubblicare la versione definitiva delle loro fiabe. Si può essere d’accordo o meno ma è  fuorviante e culturalmente scorretto presentare altri elementi, reali, ma assolutamente parziali e non definitivi, come il motivo di interesse di una nuova pubblicazione.

Auguriamo alla Rapunzel della prima versione di essersi appagata a sufficienza nella torre, ma a noi interessa la sua salvezza, non un test di gravidanza. Perché la fiaba non è un reality.

La luna esatta e lussureggiante di Calvino

Quando, il giorno dopo l’allunaggio, una fitta schiera di intellettuali saggisti romanzieri  cominciò ad innalzare inenarrabili lamenti sulla violazione, lo stupro del beneamato satellite – secolare fonte di ispirazione e struggimento poetico – affermando in sostanza che nessuno più avrebbe potuto scagliare l’immaginazione là dove un piede umano reale si era posato, Calvino ribadì che nulla era cambiato: anzi, la sfida ora era più grande e posta alla capacità dello sguardo di congetturare, presumere, andare al di là delle immagini convenzionali, perché come aveva scritto qualche tempo prima rivolgendosi ad un’apocalittica Anna Maria Ortese “chi ama la luna davvero non si contenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più”

E il suo fu sempre uno sguardo che puntava a “dire di più”: appassionato ma lucido; fedele, freddo ma soprattutto  capace di isolare e far emergere la potenzialità narrativa negli oggetti, anche come in questo celebre passo tratto da la distanza della luna, in cui l’assurdo di una ricotta tratta dal latte lunare diventa un dato di fascinosa surrealtà , eppure descritto con tale esattezza, asciuttezza e rigore da essere perfettamente credibile. E tanto più credibile quanti più aggettivi accorrono in soccorso della mente che legge e finisce quasi travolta da questa ricchezza lussureggiante e chirurgica di immaginazione. Dati fantastici ma perfettamente coerenti con questa disciplina rigorosa ma rutilante dell’immaginazione. Arte in cui Calvino è forse inarrivabile.   

“Ora voi mi chiederete cosa diavolo andavamo a fare sulla Luna, e io ve lo spiego. Andavamo a raccogliere il latte, con un grosso cucchiaio ed un mastello. Il latte lunare era molto denso, come una specie di ricotta. Si formava negli interstizi tra scaglia e scaglia per la fermentazione di diversi corpi e sostanze di provenienza terrestre, volati su dalle praterie e foreste e lagune che il satellite sorvolava. Era composto essenzialmente di: succhi vegetali, girini di rana, bitume, lenticchie, miele d’api, cristalli d’amido, uova di storione, muffe, pollini, sostanze gelatinose, vermi, resine, pepe, sali minerali, materiale di combustione. Bastava immergere il cucchiaio sotto le scaglie che coprivano il suolo crostoso della Luna e lo si ritirava pieno di quella preziosa fanghiglia. Non allo stato puro, si capisce; le scorie erano molte: nella fermentazione (attraversando la Luna le distese di aria torrida sopra i deserti) non tutti i corpi si fondevano; alcuni rimanevano conficcati lì: unghie e cartilagini, chiodi, cavallucci marini, noccioli e peduncoli, cocci di stoviglie, ami da pesca, certe volte anche un pettine. Così questa purè, dopo raccolta, bisognava scremarla, passarla in un colino. Ma la difficoltà non era quella: era come mandarla sulla Terra. Si faceva così: ogni cucchiaiata la si lanciava in su, manovrando il cucchiaio come una catapulta, con due mani. La ricotta volava e se il tiro era abbastanza forte s’andava a spiaccicare sul soffitto, cioè sulla superficie marina. Una volta là, restava a galla e tirarla su dalla barca era poi facile. Anche in questi lanci mio cugino il sordo dispiegava una particolare bravura; aveva polso e mira; con un colpo deciso riusciva a centrare il suo tiro in un mastello che gli tendevamo dalla barca. Invece io certe volte facevo cilecca; la cucchiaiata non riusciva a vincere l’attrazione lunare e mi ricadeva in un occhio.”

La fiaba e il senso della casa

I Grimm dicevano che le fiabe sono ovunque ‘come a casa propria’. Ma per loro casa rimase sempre e solo l’Assia. I primi anni di scuola superiore sempre richiamati alla mente e poi l’acqua, quella del fiume Fulda. Qui è per così dire il centro di irradiazione delle storie, la loro culla. Tra il 1808 e il 1812 i Grimm avviano una specie di salotto letterario dove passano molte persone con le loro fiabe, le loro storie da condividere. C’è la famiglia Hassenpflug, uno dei cui componenti diventerà cognato dei fratelli, poi la signorina Friederike Mannel con una pregressa esperienza di raccoglitrice di storie per penne altrui, la famiglia del farmacista Wild, per l’esattezza le sue tre figlie. Prevalentemente donne, dunque, e di buona cultura, non propriamente tedesche come ascendenze visto che le ultime due menzionate erano ugonotte di origine. Ma di Kassel era anche l’unico mascheitto della rosa, il militare Krause, già guardia del reggimento dei dragoni. Alla sua creatività e memoria si devono però solo 4 delle duecento fiabe. Persone tutte reali, anche se spesso i Grimm si spingono un po’ oltre con l’idealizzazione delle loro radici e dei looro talenti. Wilhelm Grimm nella prefazione alla seconda edizione decanterà come modello assoluto le starordinarie capacità narrative di un certa frau Viehmaninn, perfetto esempio di valligiana, immortalata anche dal fratello con un’incisione presente in quella stessa edizione, senza aggiungere però che anche le sue origini non erano propriamente germaniche. Che importa del resto? Parlava e raccontava tedesco meglio di ogni altro e questo è quanto basta per il loro scopo di innamorati delle antiche storie E a proposito d’amore, una delle figlie del farmacista, Dorothea Wild, diventerà anche la signora Grimm e forse non è un caso che tra le contributrici è una delle più assidue…

Hermann Grimm, nato proprio da questa fiabesca unione, così racconterà qualche anno dopo l’amore respirato da sempre in famiglia per la regione di Kassel “mai in me si è affievolita la sensazione di sentirmi a casa in Assia, da nessuna parte le montagne, le valli il panorama in lungo e in largo mi è apparso così bello, Ciò che Voglio dire è che lì io respiravo un’altra aria. Il suono poi di quella parlata ha sempre per me un che di entusiasmante. E dalle fiabe, mi sembra che risuoni in ogni cosa che Jacob e Wilhelm hanno scritto.

Jacob, invece, che non si sposò, ha della sua terra dei flash retrospettivi legati anzitutto alla figura materna. Racconta di aver vissuto gli istanti più belli della sua vita, il giorno in cui la donna, oramai anziana, si trasferì a Kassel definitivamente e lui in qualità di figlio maggiore la portò in giro a conoscere la città, tenendola per mano.

In ogni immagine della sua autobiografia c’è il senso di un legame, di un tenere stretto un filo che lega assieme la visione del passato e il presente. L’idea che la bellezza e l’amore non debbano andare perduti. Che un ‘resto’ vada salvato, sia da salvare. L’idea di conservare quella limatura spirituale attaccata alle cose, ai ricordi. C’è il giorno della prima comunione in cui Jacob ripensa con commozione alla percezione di camminare sulla lapide della chiesa dove riposava il corpo del nonno, che lì era stato pastore per diversi decenni. ‘L’immaginazione sa – spiega – come decorare le cose – E questa è una frase che il fratello Wilhelm sa portare fino alle estreme conseguenze, in quella zona d’ombra e reverie in cui la realtà trasfigura nell’immagine del desiderio. Tornando a Hanau, diretto alla stessa chiesa ma molti anni dopo, Wil prenderà nota delle nuove costruzioni, commenterà la diversità del paesaggio ma con un velo di serena malinconia e soprattutto dirà di rivedere con gli occhi dell’immaginazione il giardino dietro casa con appeso l’abito bianco della madre ad asciugare, aggiungendo: ogni volta che tornavamo da scuola e lo vedevamo lì avevamo l’impressione che mamma stesse fluttuando sul prato.

 

 

 

…e Disney aveva (qualche volta) ragione

La critica è nota: le versioni fiabesche targate Disney hanno insistito troppo su bellurie, quadretti edulcorati, musichine accattivanti, per dare della fiaba un’idea melliflua e commercialmente sfruttabile strizzando l’occhiolino a un pubblico familiare e accondiscendente.

Osservazioni nelle quali c’è più di una verità ma con qualche, e spesso decisiva, eccezione legata ad alcune intuizioni forse estemporanee ma assolutamente significative. Per onestà intellettuale devono essere evidenziate con la stessa puntualità.  

Ne citiamo solo tre, ma tra le più trasparenti nel valorizzare elementi centrali inseriti dai Grimm nelle loro versioni: lo sbarramento di rovi che ostacola il principe nel raggiungere il castello di Rosaspina che enfatizza in senso drammatico e adatto alla rappresentazione filmata l’interdetto grimmiano. La scena conclusiva di Biancaneve, dove il castello del principe sistemato sullo sfondo su una sommità include e sintetizza l’idea di ascesa verso un Altro mondo che era deliberatamente la scelta programmatica di Wilhelm Grimm nella redazione definitiva della fiaba. Il balletto di uccelli e topolini nel confezionare l’abito di Cenerentola che riprende scene analoghe degli originali grimmiani, come il fuso, la spola, e l’ago in cui gli oggetti si animano per vestire a nuovo l’abitazione della loro padrona, la ragazza che aspira timidamente alla mano del principe o tantissime altre storie in cui gnomi, nani, e animali si danno materialmente da fare per soccorrere il protagonista. Una su tutti la fiaba natalizia degli gnomi che di notte completano il lavoro del ciabattino.

Con tutte le sue criticabili trovate insomma il buon Walt aveva però centrato uno dei capisaldi della fiaba e della fiaba grimmiana in particolare: l’idea che la miracolosità della vita, la scintilla di un’idea di solidarietà, di un gesto gratuto, di immedesimazione e amore per l’altro  appartiene a tutto il mondo e a tutte le cose, animate e inanimate, visibili e invisibili.

La penna e la vanga

Da Virgilio fino a Seamus Heaney ci sono versi, liriche o interi poemi in cui la poesia che muove dalla terra riesce a combinare profondità di speculazione e originalità di sguardo con un senso reale di vita vissuta a contatto con il suolo, con i suoi ritmi, le stagioni,  dando al lettore la certezza che quelle parole lì’ siano veramente segno di vita, di impegno, di conoscenza della materialità del lavoro, del sudore. Non c’è profumo d’Arcadia quando la penna è credibile quanto la vanga, perché la stessa mano l’ha incontrata, perché chi scrive ha vissuto la vita della terra. Un esempio nitido viene dai versi del grandissimo poeta irlandese Patrick Kavanagh che così conclude la poesia Inniskeen Road.

Le otto e mezza e non si vede nulla
Nel raggio di un miglio, neanche lo straccio di un’ombra
Che potrebbe mutarsi in un uomo o una donna, neanche
Un’orma a saggiare i segreti della pietra.
Qui possiedo tutto ciò che i poeti detestano in vece
Di quelle chiacchiere solenni di contemplazione (…)
Una strada, un regno che misura un miglio. E sono re
Di terrapieni, pietre e di ogni cosa che sboccia”

E il bello è che questa fedeltà agli elementi naturali, questa osmosi regale nulla toglie alla forza dell’immaginazione, della metafora: diventa la piattaforma da cui l’esecuzione verbale prende slancio e non si pone più limiti perché conserva la memoria della radice, del luogo di partenza.  Così ancora Kavanagh ne ‘L’uomo dietro all’erpice’

Ora lascia che si allentino le redini
I semi oggi volano lontano –
I semi come stelle contro la nera
Eternità del fango d’aprile.
Questo è un seme potente come il seme
Della conoscenza nel libro degli Ebrei.
Così guida i tuoi cavalli nel credo
Di Dio padre come un fascio di grano.
Dimentica gli uomini sulla collina di Brady.
Dimentica ciò che il garzone di Brady potrà mai dire
Perché il destino non si compierà
finché non lasci che l”erpice vada.

 

La lettura di un evento ricorrente e in fondo semplice scagliata sullo sfondo biblico che rende ogni gesto gravido si significati è assolutamente immediata, plausibile, vigorosa.

Nessuna poesia però più di Digging, opera d’esordio programmatico di Seamus Heaney, rende questi concetti, argomenta e spiega credibilmente questa immedesimazione tra il lavoro dell’artista e quello di chi lavora la terra. Universi recisi da una certa idea urbana, intellettualistica di cultura, ma tra i quali non è così difficile andare e venire ; basta aver messo piede in un campo, aver seminato un orto, aver preso in mano gli strumenti antichi del lavoro della terra, anche solo una volta.

 

Quatta quatta con il colpo in canna
Fra medio e pollice sta la penna.
Sotto la finestra un raspo netto all’internarsi
Della vanga nel terreno ghiaioso:
È mio padre che dissoda. Guardo in basso,
Finché sotto sforzo, a groppa curva
Sulle aiuole, torna venti anni indietro
Piegandosi a tempo per i solchi
Di patate che vangava.
A posto sul vangile lo scarpone,
Saldo fulcro del manico il ginocchio,
Cavava gambi, ficcava a fondo la lucente lama
Per spargere patate nuove che noi raccattavamo
Adorandone fresca la durezza nella mano.
Per Dio, il vecchio ci sapeva fare
Con la vanga. Come il suo vecchio.

Mio nonno in una giornata tagliava più torba
Di chiunque altro nella torbiera di Toner.
Una volta gli portai il latte in una bottiglia
Sciattamente turata con la carta.
Si raddrizzò per bere e subito riprese
Con cura a fare tacche e fette, spalandosi le zolle
Dietro le spalle, sempre più a fondo
A cercare quella buona. Scavando.
Il freddo afrore di terriccio di patate, risucchio e stacco
Da torba in guazzo, secco taglio della lama
Nelle radici vive, mi si risvegliano in testa.
Ma non ho vanga per seguire uomini come loro.
Fra medio e pollice
Quatta quatta sta la penna.
Sarà la mia vanga.

La luna tra le luci dei lampioni

Ci sono giorni che il disco della luna sembra più vicino e più grande. Recentemente c’è stato anche un evento spiegato dagli astronomi e definito dai media come la superluna. Non mi piace questa definizione. Non mi piace e non piacerebbe neanche a lei essere accomunata a un capitan America o una Wonder Woman di turno. La luna, lei, non ha mai nulla di super. Semmai può essere ritrosa, sfuggente, raramente smagliante; e al massimo del fulgore non fa nulla per mascherare macchie e rughe. Che porta con classe, come segno di una lunga esperienza della notte.

Chi è attento al suo modo di proporsi sa comunque che ci sono serate in cui la sua luce appare più molle, bonaria, soffice, e come sempre pudica e discreta. Ma guardate come in questo caso riesce senza volerlo addirittura a prevalere sulla luce dei lampioni e, se lo percepisce anche uno smartphone, vuol dire proprio che ce l’ha messa tutta. Mite però, entrando, anche nella piccola camera di un dispositivo, in punta di piedi. Come fa sempre da milioni di anni.

Come dirlo meglio di Schelling?

Forse per molti fruitori, lettori, conoscitori interessati questa frase potrà sembrare portare con sé la magniloquenza dell’Ottocento, il secolo romantico – e romantico soprattutto nella prima metà – per cui per ogni aspetto o tema della cultura e della vita ci si librava fino alla definizione più aerea, emotivamente appagante, e giustificabile da una logica razionale sì ma che era anche logica della passione; e però non riesco a trovare a tutt’oggi e a valle di molte, forse troppe letture, una definizione del lavoro di qualsiasi artista migliore e più reale di questa del grande filosofo tedesco Friedrich Schelling

Se ogni prodotto della natura «possiede per un solo istante la vera bellezza perfetta, possiamo allora dire anche che possiede per un solo istante la pienezza dell’esistenza. Esso è in questo istante ciò che è in tutta l’eternità: al di fuori di quell’istante lo attende solo il divenire ed il perire. L’arte, rappresentando l’essenza in quell’istante, la sottrae al tempo; la fa apparire nel suo puro essere, nell’eternità della sua vita

E lo ripeto: come dirlo meglio?

La magia ‘logica’ di una fiaba perfetta

Ecco il metodo Grimm, di cui tanto avrebbero bisogno molti scrittori contemporanei anche se di genere diverso. La costruzione, con gli strumenti della lingua, di una magia tutta filo-logica, razionale eppure come fatata.

La ricerca di questo effetto a suo modo magico, si può ravvisare ad esempio nei tre diversi incipit di una delle fiabe più celebri : il principe ranocchio. Nella prima versione, quella del 1812, l’inizio è giusto una porta di ingresso sulla storia. Sbrigativo, quasi fosse una formalità, senza cura per l’atmosfera

C’era una volta la figlia di un re, che andò nel bosco e si sedettevicino a una fontana d’acqua fresca. In mano aveva una palla d’oro, che era il suo gioco preferito. La buttava in alto e la riprendeva nell’aria, e così si divertiva

Già nella versione del 1819 la caratterizzazione trova qualche spunto e qualche particolare in più. Il ritmo prende a dilatarsi, ma i passaggi sono ancora molto meccanici.

C’era una volta la figlia di un re, che non sapeva che fare per la noia. Allora prese una palla d’oro con la quale aveva già spesso giocato e se ne andò nel bosco. Lì nel mezzo del bosco, c’era una fontana limpida e fresca, vicino alla quale si sedette, gettò in alto la palla e la riprese, perché questo era il suo passatempo.

Ed ecco quella definitiva, l’ultima versione datata 1857. Qui la mano di Wilhelm ha raggiunto al perfezione di quello che sarà il ‘marchio’ Grimm, la norma per chiunque scriverà fiabe da allora in poi.

Nei tempi antichi, quando il desiderio era ancora d’aiuto, c’era un re le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava quando le brillava in volto. Vicino al castello del re c’era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio c’era una fontana: e nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel boco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente; e quando si annoiava prendeva una palla d’oro, la buttava in alto e la riprendeva; e questo era il suo gioco preferito”

Qui siamo davvero entrati gradualmente nel ‘senza tempo’ della fiaba. Le prime righe sono come dei gradini, e dentro ci attende l’altra dimensione, dove ‘ancora è efficace il desiderio’. Ci son più elementi, il lettore si abitua gradualmente a visitare quel paesaggio a vivere dentro il suo mistero. La storia si sviluppa di frase in frase e la congiunjzione ‘e’ che le lega non crea gerarchie tra le espressioni ma le accumula una sull’altra avvolgendo personaggi e concetti.

Lo stesso ritmo ipnotico, incantatorio ottenuto con la congiunzione all’inizio di ogni frase, si ritrova in un altro capolavoro di sospensione come l’incipit di Biancaneve, anche qui nella versione finale del 1857

Una volta, nel cuore dell’inverno, mentre i fiocchi cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva, seduta accanto a una finestra dalla cornice d’ebano. E così, cucendo e alzando gli occhi per guardare la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, che ella pensò: “Avesi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!” Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue, e dai capelli neri come l’ebano; e la chiamarono Biancaneve. E quando nacque, la regina morì

Frasi semplici ancora una volta senza subordinate, ed ognuna è articolata in modo elementare, c’è un grande uso delle ripetizioni, anche queste a scopo incantatorio, ipnotico, ancora più evidente quando la ripetizione è relativa a colori primari o a un non colore come il nero. Tutto il testo evita le sfumature, ‘il nero è nero’ il rosso si taglia sul bianco, la morte segue la nascita. Domina un senso di esperienza primaria, di stupore infantile di fronte a una realtà immensa, austera, colossale. Per rinforzare l’idea di arcaicità Grimm usa la tecnica dell’allitterazione, normativa nei poemi epici germanici, lavorando sulla consonante ‘f’ Flocker per fiocchi fallen per cadere Feder per piume.

Così può riassumersi allora il metodo Grimm: lessico popolare, struttura elementare, sintassi e ritmo incantatorio, elementi stilistici e della narrazione mutuati della poesia medievale che così bene conoscevano e che così perfettamente conserva quell’idea di antichità, di autorevolezza proveniente da un passato profondo che vale per loro come ‘autenticatore’ dei motivi, dei temi, delle storie stesse.

E a proposito di medioevo, c’è un’altra particolarità nell’incipit di Biancaneve nella quale si legge lo zampino dei filologi. Nella primissima stesura della fiaba, che risale a prima della pubblicazione della prima edizione, ae cioè a un manoscritto redatto attorno al 1807, a proposito del sangue si legge ‘numerose gocce’ che poi nel testo ‘ufficiale’ diventano tre, esattamente come nel Parzival, celebre poema medievale sulla ricerca Graal, in cui il protagonista prima di un duello ne vede proprio tre sulla neve. Il fatto che questa correzione non sia casuale è confermato dalla doppia sottolineatura a matita rossa di questo preciso passo del poema nella copia posseduta da Wilhelm Grimm e oggi conservata nella Biblioteca universitaria di Berlino.

E’ un’erudizione appassionata, partecipe e selettiva; il bagaglio di dati, quella montagna di evidenze accumulate che a volte confondevano gli interlocutori, nella testa di Grimm sono un reticolato perfetto di riferimenti, una dimostrazione dell’efficacia della filologia per la creazione di un mondo di storie. Il dispiegarsi, come abbiamo visto, della forza del significato originario che si articola nella storia, sia nelle creazioni popolari sia nei testi colti che in questo uso dei fratelli perfettamente si sposano.

Questa tensione fecondissima tra filologia e creatività, tra rigore e incanto ha accompagnato tutta la vita dei fratelli e ne ha segnato le discussioni teoriche fin dall’inizio, come testimoniato da una lettera di Jacob indirizzata a Savigny, il loro maestro ai tempi dell’Università a Marburg.

“Non posso dimenticare di informarvi circa i lavori che abbiamo in mente di scrivere. Su alcuni punti non siamo d’accordo e le nostre discussioni al propoito sono senza fine. Riguardano il processo di modernizzazione dell’antica poesia che Wilhelm ritiene possibile e necessario per mezzo della semplice traduzione e che io invece considero del tutto irrealizzabile”.

Discussioni senza fine che mai però minarono il rapporto di confidenza assoluta, di simbiosi tra i due. Come scrive ancora Jacob, molti anni dopo, nel 1860 ‘nei primi anni di scuola ci accolsero uno stesso letto e una setssa cameretta, lavoravamo seduti allo stesso tavolo (…) in seguito abbiamo avuto due scrivanie e due stanze, ma fino alla fine abbiamo lavorato sotto lo stesso tetto, in indiscussa e indisturbata comunità di tutto, dei nostri averi e dei nostri libri”.

Sulle fiabe comunque sarà Wilhelm a prevalere e a consegnare ai posteri questo prodotto ibrido, un prodotto diverso e uguale dalle storie originali, fedele nello spirito agli intenti delle origini, un ponte levatoio verso quell’oscura età di passaggio tra paganesimo e cristianesimo dove condurre i lettori di ogni tempo educando la loro immaginazione graze all’immersione in un mondo di elementi primordiali, di fiducia e astuzie, di paure, incantesimi ed eroismi, di soccorsi improvvisi e maledizioni da neutralizzare, di spazi sterminati che restano ignoti per una vita ma si possono percorrere in una sola giornata. Un mondo di possibilità, dove al bosco più impenetrabile fa seguito una radura di sole che si apre come la speranza nella notte più tetra. Un mondo che solo così forse poteva essere comunicato. Se Wilhelm non avesse” rivisto e rilavorato i testi – scrive lo studioso americano Donald Ward – solo un gruppetto di studiosi di folklore e di narratologia oggi li ricorderebbe”. Ma per fortuna le cose sono andate come sappiamo.

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