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se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

Archivio per il giorno “settembre 28, 2012”

Tolkien e l’Oxford English Dictionary 1/ Dopo la guerra

Al termine della prima Guerra Mondiale molti reduci e molti uomini di pensiero tra di loro continuarono a pagare un dazio irrisarcibile all’orrore conosciuto sul campo di battaglia e spartito magari con amici caduti, sfigurati o menomati a vita. Umanamente il tempo si era come rappreso, condensato in attimi mai più cancellabili. La maggior parte di loro impiegò anni, tempo fisico e psicologico, memoria e parole a vivisezionare l’orrore delle trincee, rimpiangere il mondo di ieri, a spiegare in tono dolente come nulla sarebbe più stato come prima. Ne scaturì un’età di incertezze, dilemmi, inquietudini furori malcelati e sensi di colpa. L’occhio che aveva contemplato l’abisso, si disse ma lo si dirà più volte in seguito, non avrebbe avuto più la luce interiore sufficiente per guardare ad altro.

Una mattina di ottobre del 1918 un ex soldato al momento disoccupato guardava con un misto di entusiasmo e trepidazione i busti in cima alle colonne basse che vegliano la scala che conduce all’interno dell’Old Ashmolean Building ad Oxford. In una mattina grigia e svogliata quelle faccione di classicità decrepita avevano il sorriso delle cose nuove, di un’avventura che iniziava proprio lì, in quelle strade spesso percorse da studente, insieme a una frotta spensierata di coetanei ignari di essere futura carne da macello nel fango della Somme.

La guerra ora sembrava come una storia vissuta ma lontana, alimento dell’esperienza ma parentesi, una pagina scritta per lo più da altri, dove il proprio nome era come una di quelle note scritte in un corpo talmente piccolo da poter essere ignorate. C’era dentro tutti quei fatti lì una portata inestirpabile di verità però, una verità di dolore che in lui rimaneva pur non riuscendo a diventare direttamente letteratura. C’era il rispetto dei morti, il rispetto degli amici. Quella verità di tanti uomini e delle loro speranze di vita, azzerate dalla follia ,altrui doveva comunque essere preservata, isolata, custodita, rinverdita e tramandata. Per cui di fronte a quella scala Tolkien sentiva anzitutto la spinta a dire che l’uomo non era solo quell’ammasso di carni, eroi e traditori, carnefici, disertori e pusillanimi. L’uomo poteva essere altro, contenere e raccontare altro. Aveva ancora modi per ri-dire humanitas come avevano fatto quelle statue quando anch’essere erano state uomini. Non poteva però dirlo senza partire da quell’unità che per lui significava tutto:

 

John Ronald Reuel Tolkien aveva studiato a Oxford all’Exeter College dal 1911 al 1915 sotto la guida di due dei più illustri linguisti e lessicografi dell’epoca: Joseph Wright, professore di filologia comparata e compilatore dell’English Dialect Dictionary, e William Craigie, docente di Antico Nordico e soprattutto redattore dell’English Oxford Dictionary, il monumentale vocabolario della lingua inglese, un’autentica istituzione, di autorevolezza e fama pari al Meridiano di Greenwich o, nel suo campo, al torneo di Wimbledon.

Proprio William Craigie, memore delle qualità dell’allievo, aveva proposto a Tolkien di entrare a far parte dello staff che stava curando la prima edizione dell’opera, il cui avvio  risaliva addirittura al 1857, ma che in quei sessanta anni era proceduta a rilento, avvicendando i curatori e impiegando decine di assistenti col compito di inseguire tra i testi la vita di un’infinità di voci, registrandone usi, variazioni, particolarità, eccezioni.

Decine di assistenti, il lavoro di una vita, una vita segnata da codici, volumi, repertori, manoscritti e prime edizioni a stampa, una vita di carta e carte.

Attraverso le fotografie possiamo entrare ancora oggi nell’atmosfera della Dictionary Room, severa e ascetica come un luogo di culto. Soffitti alti almeno una decina di metri, colonne doriche, essenziali, niente fronzoli. Scaffali sistemati contro una delle pareti laterali e poi scrivanie dovunque, quelle dal lato della finestra con un piano inclinato a raccogliere la luce sui  volumi aperti in bella vista. Gli uomini all’interno come sacerdoti officianti. Giacca e cravatta immancabile, toni di grigio, fumo di Londra, occhiali e barbe. Un parlare rarefatto.

All’epoca, ma nulla sarebbe mutato fino  agli anni ’80 i lessicografi dell’Oed lavoravano su cartoncini larghi quattro pollici e lunghi sei dove appuntavano significati, citazioni ed etimologie. I cartoncini successivamente impilati in ordine diventavano i ma veri e propri mattoni per la costruzione delle voci del dizionario.

L’Oxford English Dictionary non è semplicemente il dizionario più autorevole del mondo, ma è, come spiega l’attuale direttore della titanica impresa, la testimonianza di una smisurata ambizione, quella cioè di registrare tutte le voci in uso nella lingua inglese, dalle più attuali a quelle obsolete. James Murray, colui che alla fine dell’800 riavviò l’impresa diceva non senza una buona dose di orgoglio patrio

Il Dizionario inglese, come la Costituzione inglese, non è la creazione di un singolo, né di un’età in particolare, è una crescita che si è lentamente sviluppata lungo le diverse epoche

Ed è una crescita che oggi viene registrata in maniera ancora più capillare grazie ai motori di ricerca. L’attrezzatissimo robot dell’Oxford English Corpus va inarrestabilmente in giro per cyberspazio a reperire materiale di qualsivoglia genere in lingua inglese per accrescere il patrimonio di citazioni, usi e variazioni che a tutt’oggi ammonta a quasi un miliardo e mezzo di parole.

Sondaggio Branduardi: classifica finale

Ecco il podio con le tre canzoni più amate del menestrello. Vince, manco a dirlo, Confessioni di un malandrino, subito dietro, a sorpresa, il dono del cervo. Altrettanto sorprendente è la medaglia di bronzo di Se tu sei cielo, che supera di una lunghezza la luna. Più distanziate le altre

Confessioni di un malandrino 35 22%
Il dono del cervo 26 17%
Se tu sei cielo 19 12%
La luna 18 12%
La raccolta 15 10%
Vanità di vanità 15 10%
La giostra 14 9%
Il poeta di corte 14 9%

Philip Pullman sui Grimm: chiarezza e perfezione

Onore a Philip Pullman: il notissimo autore de la trilogia de La Bussola d’oro, capace di slanci immaginativi favolosi e di goffe cadute ideologiche, spiega sul Guardian la sua riscrittura di 50 fiabe dei fratelli Grimm, e lo fa in modo incomparabile, accurato, partecipato, affabile, scientifico: maneggiando con rispetto e cura il materiale ereditato e sfoggiando osservazioni ineccepibili, imperdibili, utilissime per chi voglia assimilare i fondamenti dell’arte di narrare una fiaba.

Eccoli allora, riassunti in poche parole.

1) I personaggi: convenzionali certo, descritti senza alcuna cura per l’interiorità, spesso privi di nome, sembrano figure di un ‘teatro giocattolo’. Piatte non arrotondate. Un solo loro lato è visibile a chi li guarda, ma è l’unico necessario. “Sono descritti in atteggiamenti di intensa attività e passione, cosicché la loro parte nella rappresentazione può essere facilmente letta a distanza. E il racconto è di gran lunga più interessato a ciò che fanno e fanno accedere che alla loro individualità”. Che dire? Applausi

2) La velocità è la “grande virtù” delle fiabe. Una bel racconto si muove alla velocità del sogno da un evento all’altro, fermandosi solo per il tempo necessario e nulla più. Nulla a che fare con la narratriva moderna. Nomi, aspetto, contesto sociale son particolari che rallenterebbero e la fiaba li evita con estrema leggerezza”

3) Il ginepro. Una delle fiabe più belle anche per Pullman. Non migliorabile soprattutto nella parte in cui all’evocazione di un mese corrisponde esattamente un evento, uno sviluppo della gravidanza della madre che aspetta il figlio sotto l’albero: lo stesso dove avverrà la sua risurrezione. Perfetta è anche i Musicanti di Brema: ad ogni frase c’è un avanzamento della narrazione. Non è possibile far meglio.

4) La fiaba non è un testo. Ma è una “narrazione che muta, cresce, può essere stata interrotta da un naso atturato o da un colpo di tosse. Molta gente le ha tramandate così, cambiando di giorno in giorno i particolari e per questo ogni parola porta in sé una storia, una personalità. Chi vuole riscriverle dovrà allora scegliere quel tipo che più si adatta alle proprie inclinazioni narrative: per la commedia, il thriller, la suspense. Una fiaba è in perenne stato di divenire e di alterazione.

5) il giusto ‘tono’. Tendere alla chiarezza. Senza però arrovellarsi troppo. Scrivere questo tipo di storie è una delizia che sarebbe peccaminoso guastare con le proprie ansie. E poi – grandioso – non è “necessario inventare”. La sostanza della storia c’è già tutta, esattamente nel modo in cui la sequenza di accordi in una canzone è a disposizione di un jazzista. Affrontarla dunque con tutta la leggerezza e lo swing di cui siamo capaci.

6) Rispetto e cortesia per lo spiritello che ‘protegge’ ciascuna di queste storie. Libero, irriverente, giovane o vecchio che sia, femmina o maschio. E proteggerà anche chi ne riscrive una. E a chi vi accuserà che ciò non ha senso e che per raccontare una storia c’è bisogno solo dell’immaginazione umana dovrete rispondergli: ‘Certo, ma questo è il modo in cui lavora la mia”. Grande Philip Pullman. Magistrale.

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