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Tintern Abbey di Wordsworth: l’emozione di condividere la poesia

La poesia Tintern Abbey di William Wordsworth chiude la raccolta delle Lyrical Ballads che l’autore pubblicò nel 1798 assieme all’amico Samuel Taylor Coleridge che vi contribuì come è noto con uno dei suoi capolavori assoluti: La ballata del vecchio marinaio. Il libro, che rappresenta uno spartiacque nella storia della letteratura occidentale, ebbe subito un buon riscontro di pubblico con 500 copie vendute in poco tempo e la pubblicazione di alcuni estratti sui periodici dell’epoca, perfino su quelli femminili.

Le Lyrical Ballads sono un testo esemplare del romanticismo europeo per la rivalutazione dell’immaginazione creativa, il tentativo di coniugare l’apertura all’incanto e al soprannaturale con la descrizione realistica della vita rurale, la passione per l’essenza intima e quotidiana delle cose e la ricerca di un senso nascosto e misterioso insondabile per la pura ragione. Il gusto, infine, per uno stile che privilegiasse l’espressione immediata, per rimanere come affermavano i due poeti nella prefazione alla seconda edizione, quella del 1800 “in compagnia della carne e del sangue”.

Ecco, è proprio il concetto di compagnia che quest’ultima poesia, Tintern Abbey, pone in evidenza in maniera inequivocabile. Una compagnia attraverso la quale il poeta riesce a leggere le suggestioni del paesaggio con altri occhi oltre ai suoi e porge così la poesia come dono da mettere in comune; di più, come emozione che può essere profondamente sentita solo condividendola con un altro che è parte attiva, integrazione del proprio sguardo e in questo assieme destinatario e coautore ideale della sostanza del testo. Progressivamente e in modo sempre più convincente la presenza della sorella Dorothy, che visse assieme al poeta tra i villaggi del Lake District nel nord dell’Inghilterra, misura il passaggio verso questa intuizione, che il poeta afferma verso il termine della lirica quasi come una vittoria, un affrancarsi da una pura emozione individuale.

La poesia si apriva infatti inizialmente con uno sguardo sulla natura circostante a rievocare le emozioni vissute dall’autore nel passato

 Cinque anni sono passati; cinque estati, con la durata

Di cinque lunghi inverni! E di nuovo torno ad ascoltare

Lo scorrere di queste acque giù dalle loro sorgenti montane

Con un dolce interno mormorio. Una volta ancora

contemplo questi erti, eccelsi colli, che su una scena selvaggia ed appartata

imprimono un senso di più marcata solitudine e fondono

il paesaggio con la pace del cielo. (…)

questi rustici lotti, e questi ciuffi di frutteti

che in questa stagione, coi loro frutti ancora acerbi

si confondono coi boschi e coi cespugli

né con le loro tinte verdi e semplici disturbano

il selvaggio verdeggiare del paesaggio. (…)

 

Il tono è quasi referenziale. Lo sguardo è certamente appassionato, ma a tratti così esatto da diffondersi su particolari agricoli con un tono non troppo dissimile da quello virgiliano nelle Georgiche. Subito però il rapporto tra passato e presente viene prepotentemente alla ribalta, trascinando con sé il vissuto personale del poeta

 Eppure stando a lungo lontano

Queste forme di bellezza per me non sono state

Quello che è un paesaggio agli occhi di un cieco.

Perché spesso in luoghi solitari o in mezzo al frastuono

Di paesi e città sono stato loro debitore,

nei momenti di noia, di dolci sensazioni

avvertite nel sangue, dentro al cuore

e perfino nella parte più pura della mente (…)

sensazioni di un piacere che non si può ricordare

ma tali da riuscire ad avere un influsso non banale

sulla parte migliore della vita di un brav’uomo (…)

 Tra i meriti di questa introspezione tra le cose, c’è anche quello di aprirsi a qualcosa che trascende tanto quel paesaggio, quanto la mente stessa dell’osservatore. E in questo personale “naufragar” tra le cose e il loro ricordo Wordsworth non perde la bussola, anzi…

 Né meno credo, sono stato loro debitore di un altro dono

Di natura più sublime, quella disposizione benedetta

In cui il fardello del mistero

In cui il peso grave e logorante

Di questo mondo indecifrabile

Si fa più leggero (…)

 Se in gioventù l’esuberanza dello sguardo, la percezione di essere costantemente in presenza di un’energia e di una vitalità troppo strabocchevoli per ridursi al mondo sensibile veniva in modo quasi naturale, ora col procedere degli anni è un’altra consapevolezza, più matura, a guidare il poeta nelle stessa direzione di stupore di fronte al mistero intravisto nel creato.

 Ora quel tempo è passato

Ora quelle gioie non sono più

Né tutti i suoi vertiginosi rapimenti. Né per questo

Mi sento mancare o m’addoloro e mi lagno

Altri doni sono giunti, per tale perdita, e io li considero

Abbondanti compensi.

Perché ho imparato a guardare il mondo non come

Nell’età della giovinezza, ma intento spesso

Ad ascoltare la pacata triste musica dell’umanità,

Né aspra né stridente. Ed ho sentito una presenza

Che mi turbava con la gioia

Di elevati pensieri, un senso sublime

Di un qualcosa ancor più profondamente infuso,

la cui dimora è il fuoco del sole reclinante, l’oceano

ricurvo, l’aria vivente e il cielo

azzurro e nella mente dell’uomo

un moto e uno spirito

impresso in ogni essere pensante.(…)

 Ma c’è un fattore, anzi, una persona in carne e ossa che ha contribuito a questo mutamento, che ha integrato la prospettiva del singolo: è la sorella Dorothy che subito dopo Wordsworth descrive come “cara amica” aggiungendo con quasi stupita ingenuità “ma ora ci sei”. E addirittura infine, il poeta arriva anche a pensare di passare a lei il testimone e che l’esperienza fatta insieme di fronte allo spettacolo contemplato con quattro occhi possa sfidare il tempo, e superarlo.

 Ed è per questo che sono ancora innamorato dei prati

Dei boschi e delle montagne (…)

E allora ricorderai che io qui venni

Mai stanco di questo culto, e anzi con sempre

Più caldo affetto, con zelo ancora più profondo

Di più pura devozione. E neppure scorderai

Che dopo molto peregrinare e dopo molti anni

Di assenza, questi boschi scoscesi, questi colli eccelsi

E questo verde paesaggio pastorale, mi furono

Ancora più cari, sia per loro virtù che per amor tuo.

Come John Donne due secoli prima aveva introdotto un ‘tu’ attivo all’interno della sua poesia qui Wordsworth supera a grandi passi la porta del Romanticismo con un ‘tu’ deliberato, un ‘tu’ complice affermando l’idea che ogni incanto naturale, ogni immagine abbia senso solo se condivisa, e che le tracce di questa pienezza, perché tale l’emozione diventa solo se è vissuta insieme, possano permanere ed essere a loro volta donate, meglio ancora, tramandate a chiunque voglia provare a riviverle insieme, magari anche semplicemente rileggendo questi versi ad alta voce.

 

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Londra: Olimpica letteratura

Una mostra sul paesaggio nella letteratura inglese

A Londra anche il patrrimonio letterario si candida per una medaglia d’oro, anzi l’ha già vinta prima di competere. Soprattutto se viene presentato come parte integrante del volto di un Paese. Nella letteratura inglese, del resto,  il paesaggio rappresenta più di uno sfondo, è soprattutto un personaggio. 

 Ora a Londra fino al 25 settembre 2012, e praticamente in concomitanza con l’evento olimpico la mostra “Writing Britain: Wastelands to Wonderlands” esamina come il paesaggio della Gran Bretagna – rurale e urbano – abbia permeato le maggiori opere letterarie del paese.

In esposizione, alla British Library di Londra, più di 150 opere letterarie, tra cui molte per la prima volta in mostra al pubblico e prestate da archivi privati: registrazioni sonore, video, lettere, fotografie, mappe, disegni, e naturalmente manoscritti e edizioni a stampa.

Tra i pezzi più importanti dell’esposizione ci sono: i disegni di Tolkien per Lo Hobbit, manoscritti di Charles Dickens, William Blake, Charlotte Bronte (Jane Eyre), George Eliot (Middlemarch), Kazuo Ishiguro (Quel che resta del giorno), JK Rowling (Harry Potter e la pietra filosofale), e il più antico manoscritto del Sir Gawain e il Cavaliere Verde, e quello del poema The Seafarer dal Exter Book del X secolo.
 
La mostra, che rappresenta un percorso nella letteratura inglese, è articolata come segue:
 
1. Rural Dreams: Legend and the land – Earthly Paradise: the Rural Idyll – Living off the land: farming and literature – Eco-writing, the vanishing
2. Industrial & Cityscapes: Dark Satanic Mills: the effects of the Industrial Revolution – Decline, depression & division: 20th century – Out of the Coalfields – Industrial traces: the post-industrial landscape
3. Wild Places: Terror of the Wild – Going Wild – Pilgrimage and the Sacred Wild
4. London: Eternal London – City of Dreadful Night: London divided – Street Haunting: writers / walkers – He do the police in different voices
5. Edges: Early views of suburbs – Ordinariness – retreat, idyll but threatened – Metroland, Suburban Dreaming
6 Waterlands: Beside the seaside – Water and Memory – Life and Death: Rivers – The Thames: celebrating a river through the ages
 
Gli organizzatori della mostra hanno anciato anche una iniziativa online: la realizzazione di una mappa interattiva con I sufggerimenti dei lettori tra luoghi geografici e opera che non sono state incluse nell’esposizione della London Library.
 
Tutti i dettagli sul sito della mostra:

La storia del Ciliegio

Un estratto dal libro La Musica è altrove dedicato a una delle canzoni più amate di Angelo Branduardi

Il Ciligio è la versione, decisamente branduardiana, della Cherry Tree Carol, una ballata molto diffusa nelle isole britanniche ma codificata in forma scritta solo nei primi decenni dell’800 secondo quanto riportato nella celebre edizione ad opera di Francis James Child delle English and Scottish Popular Ballads che lo studioso pubblicò in cinque volumi a Boston nel 1898 a coronamento di sedici anni di ricerche.

Ballata è comunque un termine piuttosto vago e generico, riferito com’è  a un’enorme mole di componimenti spalmati su oltre mezzo millennio, dal Tredicesimo al diciannovesimo secolo. Pensate per essere accompagnate dalla musica e caratterizzate da metrica e rime molto elementari, le “ballate” sono di argomento storico, religioso o fiabesco, possono raccontare indifferentemente le gesta di santi o principi, di servi, cortigiane perfino di Robin Hood, servendosi di immagini vivide, a volte bozzettistiche, con passaggi bruschi che trasportano chi ascolta direttamente al cuore dell’evento senza soffermarsi troppo sui particolari.
Sono come i quadri dei cantastorie del Meridione d’Italia, predisposti per il racconto che si trasmette oralmente in versioni spesso differenti e improvvisate o adattate al pubblico del momento. Quello che interessa non è lo sviluppo, ma l’esempio che di può trarre dalla storia, che proprio per questo contiene momenti favolosi, improbabili, esalta sentimenti radicali o mutevoli, comunque intensi, privi di sfumature, esemplari appunto per chi ascolta, prototipi del meglio e del peggio di cui l’uomo è capace.

Il ciliegio rientra perfettamente in questa tipologia. Ispirata a un episodio narrato nel Vangelo apocrifo dello Pseudo-Matteo, la ballata ha come protagonista un anziano San Giuseppe – “era anziano, lo era davvero” sottolinea in apertura il testo – ritratto nel momento di prendere in sposa la Vergine Maria, “regina di Galilea”. Poi, però, immediatamente la scena si sposta in un frutteto dove la coppia cammina sotto alberi di ciliegie “rosse come il sangue”. Candidamente  Maria chiede a Giuseppe di coglierle delle ciliegie perché è incinta. Lei gli si rivolge con tono“mite e dolce”sottolinea il testo mentre Giuseppe è (ovviamente) scortesissimo “Fatti cogliere le ciliegie da chi ti ha reso incinta”. Nel grembo della mamma allora Gesù ordina che l’albero più alto si pieghi “perché sua madre ne possa avere un po’”. Quando ciò avviene Maria grida compiaciuta e forse anche un po’ infigarduccia “Vedi Giuseppe ne ho quante ne voglio!”   Al povero falegname non rimane che registrare il miracolo ammettere il proprio torto invitando la propria sposa a “rallegrarsi” di quanto avvenuto, usando cioè proprio il termine che nel vangelo è attribuito a Elisabetta.
Maria porta così a casa “un pesante carico di ciliegie” ma poi con un nuovo salto nel tempo, stavolta ancora più lungo, la vediamo col piccolo Gesù che sulle sue ginocchia profetizza la propria morte “che anche le pietre piangeranno” e la propria resurrezione che avverrà assieme “al sole e alla luna”
E’ questa la versione che segue Joan Baez, autrice di una propria versione molto più ristretta ma che sfrutta il lessico e le immagini originali, nonché una metrica molto somigliante

Nell’originale dell’apocrifo, per dirne ancora una, la pianta che si china a terra è una palma; curiosamente nella tradizione catalana l’albero è invece un melo.
Al di là delle implicazioni geografiche e climatiche le scelte del trovatore britannico sono sicuramente segno di una mentalità più abituataa lavorare sui simboli sottolineando in due chiari passaggi la relazione tra il rosso del frutto e quello del Sangue, anticipando così il senso della passione di Cristo che dona il suo sangue così come un tempo ha fatto dono del frutto rosso a sua Madre.

Anche Yeats, a testimonianza della vitalità di questa ballata nella cultura delle isole britanniche, dice la sua su questo apocrifo miracolo “che pur non trovandosi nella Bibbia, è conseguenza naturale dell’Incarnazione. Quando Giuseppe esprime quel dubbio che anche la Bibbia gli mette in bocca, il Creatore del mondo, divenuto già carne, ordina dal grembo della vergine e la sua creazione gli obbedisce. C’è tutto il mistero, Dio, nell’indegnità della sua nascita umana…e tutto ciò è detto in una filastrocca antica ma che pure ha una sua logica matematica”.

Mistero che Branduardi accoglie e se possibile potenzia togliendo alla vicenda i riferimenti puntuali e ponendo i protagonisti in uno spazio e tempo indistinti dove l’unico riferimento è quello della metafora. Il protagonista “vecchio e stanco” narrando in prima persona si paragona a un giardiniere mentre la vergine diventa l’ultimo fiore cui non può rinunciare al sopraggiungere dell’inverno.
Le pareti della storia sono crollate, lo spazio fisico è dilatato e il tempo delimitato solo dalle frontiere opache e remote della vecchiaia e dell’inverno: la stagione lunga e oscura così apertamente in contrasto con la bellezza fragrante della giovane sposa “la più bella che avessi visto mai”. Un superlativo che aggiunge ulteriore eccezionalità al presentarsi della storia. C’è anche dell’altra gente, appena nominata però e nascosta che rimane sullo sfondo a sorridere della passione di questo vecchio per la fanciulla. Poi accade il fatto

anche il mio ciliegio a suo tempo maturò
lei venne un mattino a chiedermene i frutti
“devo avere quelle ciliegie
perché presto un figlio avrò”

Io guardavo le sue guance più bella era che mai
e sentivo dentro me già crescere la rabbia
“chiedi al padre di tuo figlio
di raccoglierle per te”

Anche nella versione di Branduardi la donna reagisce con dolcezza , si volta “sorridendo come sempre” a guardare l’albero che però qui obbedisce immediatamente a un invito silenzioso, senza che né madre né figlio prendano la parola

Fu il ramo suo più alto che il ciliegio chinò
ed il padre di suo figlio così l’accontentò

Quando l’uomo/Giuseppe pensa tra sé queste parole, la sua rabbia è già sedata nella contemplazione del miracolo la cui evidenza è talmente chiara da non necessitare altro e infatti la canzone si conclude con la stessa strofa con la quale era iniziata, come se ad ogni esecuzione potesse ricominciare in una sorta di “miracolo perpetuo”

Già ero vecchio e stanco per prenderla con me
ma il vecchio giardiniere rinunciare come può
all’ultimo suo fiore
se l’inverno viene già

L’espediente della circolarità contribuisce a rafforzare l’idea di una vicenda esemplare proiettata nell’infinito, nel campo ultraterreno del simbolo, alla quale si deve guardare prestando la fede immediata del bambino che non si stupisce di fronte a una stranezza che accade in maniera così ovvia e appunto naturale.
La mancanza dei dati e dei riferimenti ai singoli personaggi se quindi pare togliere concretezza alla storia ne accresce il potere evocativo facendo sì che la mente di chi ascolta si attivi in prima persona per interpretare e decifrarne il senso, per mettere a posto tutti i tasselli fino a risalire alla sacralità misteriosa dell’evento

Ancora una volta Branduardi non impone una lettura propria, né un messaggio, né semplicemente tramanda una storia fissata così com’è una volta per tutte; preferisce che sia il destinatario a completare l’opera: l’autore ampliato, come lo definiva, al principio dell’800, Novalis, il grande poeta e teorico del romanticismo tedesco.

 

Da Schnitzler a Salinger: fonti inattese di Angelo Branduardi

Per un lettore curioso e onnivoro come Branduardi gli spunti per una canzone possono giungere anche da innamoramenti casuali, incroci inattesi con sensibilità affini o semplicemente immagini regalate alla storia della letteratura da poeti che poi magari sono noti al grande pubblico solo per quei versi particolari.
Walther von der Vogelweide è uno di questi. Certo, è un nome che potrebbe tornare utile se state giocando a qualcosa tipo trivial pursuit e volete far cadere l’avversario, a meno che non sia un germanista specializzato in medievistica. Questo poeta, un “minnesaenger”, specie di trovatore errante, nato non si sa bene dove tra alto Adige e Tirolo nella seconda metà del dodicesimo secolo, era un giramondo del mondo allora più glamour, cioè le corti e i castelli di principi, vescovi e feudatari. Attese fino all’età di 50 anni per avere un suo feudo dopo aver poetato presso numerosi signori senza rinunciare all’occorrenza a vigorose e quasi dantesche invettive politiche. Primo vero poeta tedesco come lo definiscono i germanisti Walther fu anche autentico poeta d’amore superando le ambiguità delle convenzioni del corteggiamento e dell’omaggio di corte a nobildonne irraggiungibili per cantare un sentimento vero, profondo di condivisione con la persona amata. Ecco perché non ha timore di uscire dal castello per raccontare un amore campestre, lieto, giocoso ma autentico nel comunicarsi a tutta la natura, nel coinvolgere alberi, fiori ed erba. Così nasce Sotto il tiglio
Sotto il tiglio
nella landa,
dove era il nostro giaciglio,
là potrete ancora vedere
belli assieme
fiori spezzati ed erba.
Davanti al bosco, in una valle,
trallallà,
così bene cantava l’usignolo.
Arrivai fino al prato
là era anche venuto il mio amore.
E là venni accolta
così felicemente come donna
che me ne sento ancora beata.
Mi baciò? Oh, per mille volte!
trallallà
Guardate com’è rossa la mia bocca!
Là egli aveva costruito,
così ricco
di fiori, un giaciglio.
Riderà di cuore
Tra sé
chi passi per quello stesso sentiero.
Presso le rose potrà vedere
trallàllà
dove giaceva il mio capo.
Che lui giacque con me,
se qualcuno ne venisse a conoscenza
(non voglia così Dio)
ne avrei vergogna.
E nessuno sappia mai
quello che si curò di fare con me,
a parte io e lui
e un piccolo uccellino
trallallà
che certamente sarà fedele.

Pur mantendeno la stessa freschezza e la musicalità ingenua dell’originale Branduardi cambia completamente il finale nonché il punto di vista del racconto che in Walther è maliziosamente affidato alla memoria di lei, tra vergogna e desiderio inconfessato di svelare melio l’accaduto. Aggiunge anche il motivo del cosiddetto nodo d’amore: due piante che si intrecciano a testimoniare il legame tra gli amanti che qui però viene improvvisamente rescisso
Sotto il tiglio, là nella landa/ la radica si abbraccia al giglio/ voi che passate potrete vedere/come son cresciuti ibnsieme/lei con me rimase solo un anno/ma con l’oro poi intrecciò le chiome/e se ne andò e amavo uno sparviero/in alto si levò e volò via.
Il distacco doloroso produce la conclusione sentenziosa della canzone in cui Branduardi medita sulla precarietà degli affetti, della vita e del mondo che “come vento e nube fugge via”, in un disco come Alla Fiera dell’Est che pur pullulando di timbri e colori è profondamente malinconico e consapevole della presenza incancellabile del dolore.
Ne La Pulce d’acqua come ultima traccia figura la bella dama senza pietà, capolavoro di John Keats, poeta romantico inglese morto a Roma nel 1821, animo colto e sensibile in un corpo minato dalla tisi, che in questa lirica esalta il potere incantatorio di una donna misteriosa che ruba a un cavaliere l’anima e con essa la vita riducendolo, dopo averlo sedotto, a un’esistenza errante e larvale.
Si tratta del classico motivo romantico dell’attrazione per l’oscurità e l’incognito, per quella parte del reale che sfugge alla ragione e che può tradursi in incanto e adempimento dei desideri del cuore oppure nello smarrimento e nella perdita del proprio Io.
Al limite del monte io mi addormentai/fu l’ultimo mio sogno che allora sognai/ed erano in mille e mille di più(…) erano in mille e mille di più/con pallide labbra dicevano a me/quella che anche a te la vita rubò/è lei la bella dama senza pietà.
Qui Branduardi evoca un’atmosfera misteriosa e lugubre grazie al suono sinuoso e lamentoso del sitar, strumento indiano molto in voga nel rock progressivo, e lascia agli archi il compito di spezzare la canzone con tre successivi interventi di grande vigore espressivo. Il destino del protagonista resta sospeso in un limbo dove ogni presenza è angosciante: così la canzone si conclude con l’ultimo intervento sinistro del sitar.
Due allusioni ai classici si ritrovano nel disco Cogli la prima mela, a ulteriore conferma dell’ampiezza di interessi della coppia Branduardi-Zappa; anzitutto ne la Raccolta dove si fa riferimento al frammento numero della poetessa greca Saffo che a proposito di una donna nubile si esprime con questa metafora
Come la mela sul ramo più alto/la dimenticarono i raccoglitori/anzi, non poterono ragiungerla,
che nella canzone diventa
Sei la spiga più bella che hanno scordato di tagliare/sei la mela più alta che nessuno mai raggiungerà./Passato è il tempo della Raccolta/la calda estate è finita di già/ e cutriosa ancora tu/aspeti chi ti coglierà
Mentre i cani del Signore di Baux che “gemon nel sonno/sognando della caccia” rimandano al De rerum natura del poeta latino Lucrezio che nel secondo libro del poema affrontando il tema del sogno si sofferma anche su alcuni animali:
Vedrai infatti forti cavalli, le cui membra giaceranno distese,
tuttavia irrorarsi di sudore nel sonno e ansar senza posa
e tender le forze all’estremo, quasi fossero in gara per la vittoria (…)
E spesso i cani dei cacciatori, pur mollemente addormentati,
tuttavia dimenano d’improvviso le zampe e emettono d’un tratto
latrati e aspirano frequentemente con le nari l’aria,
come se avessero scoperto tracce di fiere e le seguissero (…)
Ma la carezzevole prole dei cuccioli, avvezza a vita domestica,
in fretta scuote via e solleva da terra il corpo,
quasiché vedesse figure e facce ignote.
E quanto più una razza è feroce,
tanto più nel sonno essa deve infuriare.

L’immagine è di tale impatto che se ne è ricordata anche Doris Lessing, Nobel per la letteratura nel 1997. Nella sua autobiografia la scrittrice richiama direttamente il testo lucreziano
“Come i cani che se ne stavano lunghi distesi a guaire e uggiolare di eccitazione ogni volta che sognavano di dare l caccia a una lepre o un coniglio”
Una cucciolata di cani, come abbiamo visto, è protagonista de la Canzone canina di Esenin, che Branduardi ha musicato col titolo “La Cagna”
Alle fiabe, antiche o moderne, popolari o colte Branuardi fa spesso l’occhiolino. Barbablu diventa una specie di contrasto tra voce maschile e femminile nell’Album Pane e Rose, il Gufo e il pavone (anche questa canzone è in Cogli la prima mela) è anche un’opposizione foret tra figure simbolicamente distantissime, tra il fascino variopinto e solare del pavone e la upezza notturna del gufo. Le due figure sono spesso citate assieme, al museo Bargello di Bologna figurano nello steso gruppo scultoreo realizzato dal Giambologna
Un riferimento forse più inatteso è quello all’interno della canzone Il Disgelo perché la voce narrante che si prepara al viaggio e confida di aver visto già “le anatre tornare” ricorda molto da vicino il giovane holden che per ben tre volte (nei capitoli 9 e 12) nell’omonimo romanzo di Salinger si chiede dove vadano a finire le anatre del central park in inverno quando il loro habitat è tutto ghiacciato. Ma il ghiaccio nella canzone di Branduardi non è più neanche un ostacolo perché il protagonista addirittura offre all’amata una nave di ghiaccio pur di navigare asieme e lontano
Casanova, ispirata al romanzo del narratore autriaco Arthur Schnitzler, è una malinconica meditazione sul tempo che inevitabilmente si porta via la giovinezza così come, Il trionfo di Bacco e Arianna di Lorenzo il Magnifico, una delle (poche) punte di diamante del disco Domenica e Lunedì.
A volte il riferimento letterario non viene reso esplicito ma rimane nell’atmosfera, come la ‘bukovskiana’ ‘Il bambino dei topi’.

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