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se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

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…e Disney aveva (qualche volta) ragione

La critica è nota: le versioni fiabesche targate Disney hanno insistito troppo su bellurie, quadretti edulcorati, musichine accattivanti, per dare della fiaba un’idea melliflua e commercialmente sfruttabile strizzando l’occhiolino a un pubblico familiare e accondiscendente.

Osservazioni nelle quali c’è più di una verità ma con qualche, e spesso decisiva, eccezione legata ad alcune intuizioni forse estemporanee ma assolutamente significative. Per onestà intellettuale devono essere evidenziate con la stessa puntualità.  

Ne citiamo solo tre, ma tra le più trasparenti nel valorizzare elementi centrali inseriti dai Grimm nelle loro versioni: lo sbarramento di rovi che ostacola il principe nel raggiungere il castello di Rosaspina che enfatizza in senso drammatico e adatto alla rappresentazione filmata l’interdetto grimmiano. La scena conclusiva di Biancaneve, dove il castello del principe sistemato sullo sfondo su una sommità include e sintetizza l’idea di ascesa verso un Altro mondo che era deliberatamente la scelta programmatica di Wilhelm Grimm nella redazione definitiva della fiaba. Il balletto di uccelli e topolini nel confezionare l’abito di Cenerentola che riprende scene analoghe degli originali grimmiani, come il fuso, la spola, e l’ago in cui gli oggetti si animano per vestire a nuovo l’abitazione della loro padrona, la ragazza che aspira timidamente alla mano del principe o tantissime altre storie in cui gnomi, nani, e animali si danno materialmente da fare per soccorrere il protagonista. Una su tutti la fiaba natalizia degli gnomi che di notte completano il lavoro del ciabattino.

Con tutte le sue criticabili trovate insomma il buon Walt aveva però centrato uno dei capisaldi della fiaba e della fiaba grimmiana in particolare: l’idea che la miracolosità della vita, la scintilla di un’idea di solidarietà, di un gesto gratuto, di immedesimazione e amore per l’altro  appartiene a tutto il mondo e a tutte le cose, animate e inanimate, visibili e invisibili.

La magia ‘logica’ di una fiaba perfetta

Ecco il metodo Grimm, di cui tanto avrebbero bisogno molti scrittori contemporanei anche se di genere diverso. La costruzione, con gli strumenti della lingua, di una magia tutta filo-logica, razionale eppure come fatata.

La ricerca di questo effetto a suo modo magico, si può ravvisare ad esempio nei tre diversi incipit di una delle fiabe più celebri : il principe ranocchio. Nella prima versione, quella del 1812, l’inizio è giusto una porta di ingresso sulla storia. Sbrigativo, quasi fosse una formalità, senza cura per l’atmosfera

C’era una volta la figlia di un re, che andò nel bosco e si sedettevicino a una fontana d’acqua fresca. In mano aveva una palla d’oro, che era il suo gioco preferito. La buttava in alto e la riprendeva nell’aria, e così si divertiva

Già nella versione del 1819 la caratterizzazione trova qualche spunto e qualche particolare in più. Il ritmo prende a dilatarsi, ma i passaggi sono ancora molto meccanici.

C’era una volta la figlia di un re, che non sapeva che fare per la noia. Allora prese una palla d’oro con la quale aveva già spesso giocato e se ne andò nel bosco. Lì nel mezzo del bosco, c’era una fontana limpida e fresca, vicino alla quale si sedette, gettò in alto la palla e la riprese, perché questo era il suo passatempo.

Ed ecco quella definitiva, l’ultima versione datata 1857. Qui la mano di Wilhelm ha raggiunto al perfezione di quello che sarà il ‘marchio’ Grimm, la norma per chiunque scriverà fiabe da allora in poi.

Nei tempi antichi, quando il desiderio era ancora d’aiuto, c’era un re le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava quando le brillava in volto. Vicino al castello del re c’era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio c’era una fontana: e nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel boco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente; e quando si annoiava prendeva una palla d’oro, la buttava in alto e la riprendeva; e questo era il suo gioco preferito”

Qui siamo davvero entrati gradualmente nel ‘senza tempo’ della fiaba. Le prime righe sono come dei gradini, e dentro ci attende l’altra dimensione, dove ‘ancora è efficace il desiderio’. Ci son più elementi, il lettore si abitua gradualmente a visitare quel paesaggio a vivere dentro il suo mistero. La storia si sviluppa di frase in frase e la congiunjzione ‘e’ che le lega non crea gerarchie tra le espressioni ma le accumula una sull’altra avvolgendo personaggi e concetti.

Lo stesso ritmo ipnotico, incantatorio ottenuto con la congiunzione all’inizio di ogni frase, si ritrova in un altro capolavoro di sospensione come l’incipit di Biancaneve, anche qui nella versione finale del 1857

Una volta, nel cuore dell’inverno, mentre i fiocchi cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva, seduta accanto a una finestra dalla cornice d’ebano. E così, cucendo e alzando gli occhi per guardare la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, che ella pensò: “Avesi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!” Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue, e dai capelli neri come l’ebano; e la chiamarono Biancaneve. E quando nacque, la regina morì

Frasi semplici ancora una volta senza subordinate, ed ognuna è articolata in modo elementare, c’è un grande uso delle ripetizioni, anche queste a scopo incantatorio, ipnotico, ancora più evidente quando la ripetizione è relativa a colori primari o a un non colore come il nero. Tutto il testo evita le sfumature, ‘il nero è nero’ il rosso si taglia sul bianco, la morte segue la nascita. Domina un senso di esperienza primaria, di stupore infantile di fronte a una realtà immensa, austera, colossale. Per rinforzare l’idea di arcaicità Grimm usa la tecnica dell’allitterazione, normativa nei poemi epici germanici, lavorando sulla consonante ‘f’ Flocker per fiocchi fallen per cadere Feder per piume.

Così può riassumersi allora il metodo Grimm: lessico popolare, struttura elementare, sintassi e ritmo incantatorio, elementi stilistici e della narrazione mutuati della poesia medievale che così bene conoscevano e che così perfettamente conserva quell’idea di antichità, di autorevolezza proveniente da un passato profondo che vale per loro come ‘autenticatore’ dei motivi, dei temi, delle storie stesse.

E a proposito di medioevo, c’è un’altra particolarità nell’incipit di Biancaneve nella quale si legge lo zampino dei filologi. Nella primissima stesura della fiaba, che risale a prima della pubblicazione della prima edizione, ae cioè a un manoscritto redatto attorno al 1807, a proposito del sangue si legge ‘numerose gocce’ che poi nel testo ‘ufficiale’ diventano tre, esattamente come nel Parzival, celebre poema medievale sulla ricerca Graal, in cui il protagonista prima di un duello ne vede proprio tre sulla neve. Il fatto che questa correzione non sia casuale è confermato dalla doppia sottolineatura a matita rossa di questo preciso passo del poema nella copia posseduta da Wilhelm Grimm e oggi conservata nella Biblioteca universitaria di Berlino.

E’ un’erudizione appassionata, partecipe e selettiva; il bagaglio di dati, quella montagna di evidenze accumulate che a volte confondevano gli interlocutori, nella testa di Grimm sono un reticolato perfetto di riferimenti, una dimostrazione dell’efficacia della filologia per la creazione di un mondo di storie. Il dispiegarsi, come abbiamo visto, della forza del significato originario che si articola nella storia, sia nelle creazioni popolari sia nei testi colti che in questo uso dei fratelli perfettamente si sposano.

Questa tensione fecondissima tra filologia e creatività, tra rigore e incanto ha accompagnato tutta la vita dei fratelli e ne ha segnato le discussioni teoriche fin dall’inizio, come testimoniato da una lettera di Jacob indirizzata a Savigny, il loro maestro ai tempi dell’Università a Marburg.

“Non posso dimenticare di informarvi circa i lavori che abbiamo in mente di scrivere. Su alcuni punti non siamo d’accordo e le nostre discussioni al propoito sono senza fine. Riguardano il processo di modernizzazione dell’antica poesia che Wilhelm ritiene possibile e necessario per mezzo della semplice traduzione e che io invece considero del tutto irrealizzabile”.

Discussioni senza fine che mai però minarono il rapporto di confidenza assoluta, di simbiosi tra i due. Come scrive ancora Jacob, molti anni dopo, nel 1860 ‘nei primi anni di scuola ci accolsero uno stesso letto e una setssa cameretta, lavoravamo seduti allo stesso tavolo (…) in seguito abbiamo avuto due scrivanie e due stanze, ma fino alla fine abbiamo lavorato sotto lo stesso tetto, in indiscussa e indisturbata comunità di tutto, dei nostri averi e dei nostri libri”.

Sulle fiabe comunque sarà Wilhelm a prevalere e a consegnare ai posteri questo prodotto ibrido, un prodotto diverso e uguale dalle storie originali, fedele nello spirito agli intenti delle origini, un ponte levatoio verso quell’oscura età di passaggio tra paganesimo e cristianesimo dove condurre i lettori di ogni tempo educando la loro immaginazione graze all’immersione in un mondo di elementi primordiali, di fiducia e astuzie, di paure, incantesimi ed eroismi, di soccorsi improvvisi e maledizioni da neutralizzare, di spazi sterminati che restano ignoti per una vita ma si possono percorrere in una sola giornata. Un mondo di possibilità, dove al bosco più impenetrabile fa seguito una radura di sole che si apre come la speranza nella notte più tetra. Un mondo che solo così forse poteva essere comunicato. Se Wilhelm non avesse” rivisto e rilavorato i testi – scrive lo studioso americano Donald Ward – solo un gruppetto di studiosi di folklore e di narratologia oggi li ricorderebbe”. Ma per fortuna le cose sono andate come sappiamo.

Philip Pullman sui Grimm: chiarezza e perfezione

Onore a Philip Pullman: il notissimo autore de la trilogia de La Bussola d’oro, capace di slanci immaginativi favolosi e di goffe cadute ideologiche, spiega sul Guardian la sua riscrittura di 50 fiabe dei fratelli Grimm, e lo fa in modo incomparabile, accurato, partecipato, affabile, scientifico: maneggiando con rispetto e cura il materiale ereditato e sfoggiando osservazioni ineccepibili, imperdibili, utilissime per chi voglia assimilare i fondamenti dell’arte di narrare una fiaba.

Eccoli allora, riassunti in poche parole.

1) I personaggi: convenzionali certo, descritti senza alcuna cura per l’interiorità, spesso privi di nome, sembrano figure di un ‘teatro giocattolo’. Piatte non arrotondate. Un solo loro lato è visibile a chi li guarda, ma è l’unico necessario. “Sono descritti in atteggiamenti di intensa attività e passione, cosicché la loro parte nella rappresentazione può essere facilmente letta a distanza. E il racconto è di gran lunga più interessato a ciò che fanno e fanno accedere che alla loro individualità”. Che dire? Applausi

2) La velocità è la “grande virtù” delle fiabe. Una bel racconto si muove alla velocità del sogno da un evento all’altro, fermandosi solo per il tempo necessario e nulla più. Nulla a che fare con la narratriva moderna. Nomi, aspetto, contesto sociale son particolari che rallenterebbero e la fiaba li evita con estrema leggerezza”

3) Il ginepro. Una delle fiabe più belle anche per Pullman. Non migliorabile soprattutto nella parte in cui all’evocazione di un mese corrisponde esattamente un evento, uno sviluppo della gravidanza della madre che aspetta il figlio sotto l’albero: lo stesso dove avverrà la sua risurrezione. Perfetta è anche i Musicanti di Brema: ad ogni frase c’è un avanzamento della narrazione. Non è possibile far meglio.

4) La fiaba non è un testo. Ma è una “narrazione che muta, cresce, può essere stata interrotta da un naso atturato o da un colpo di tosse. Molta gente le ha tramandate così, cambiando di giorno in giorno i particolari e per questo ogni parola porta in sé una storia, una personalità. Chi vuole riscriverle dovrà allora scegliere quel tipo che più si adatta alle proprie inclinazioni narrative: per la commedia, il thriller, la suspense. Una fiaba è in perenne stato di divenire e di alterazione.

5) il giusto ‘tono’. Tendere alla chiarezza. Senza però arrovellarsi troppo. Scrivere questo tipo di storie è una delizia che sarebbe peccaminoso guastare con le proprie ansie. E poi – grandioso – non è “necessario inventare”. La sostanza della storia c’è già tutta, esattamente nel modo in cui la sequenza di accordi in una canzone è a disposizione di un jazzista. Affrontarla dunque con tutta la leggerezza e lo swing di cui siamo capaci.

6) Rispetto e cortesia per lo spiritello che ‘protegge’ ciascuna di queste storie. Libero, irriverente, giovane o vecchio che sia, femmina o maschio. E proteggerà anche chi ne riscrive una. E a chi vi accuserà che ciò non ha senso e che per raccontare una storia c’è bisogno solo dell’immaginazione umana dovrete rispondergli: ‘Certo, ma questo è il modo in cui lavora la mia”. Grande Philip Pullman. Magistrale.

Lo sapevate? Il gatto con gli stivali deve tutto a Shrek

Lo recitava la videata di Sky che si apriva ieri sera durante la messa in onda dell’ottimo cartone del 2011 premendo il pulsante info: ecco a voi le fantasmagoriche avventure del personaggio reso famoso da Shrek. Letterale. Un dato che fa riflettere sul modo di trasmettere contenuti culturali nella civiltà dei media; per cui è più famoso, per un pubblico a digiuno di approfondimenti, un personaggio di certo simpatico, originale e piacevolissimo, ma epigonale e frutto di una creatività recente e che sfrutta intelligentemente quanto l’ha preceduta. E lo fa così bene da renderne inutile non solo la citazione ma addirittura l’esistenza storica.

Attenzione non stiamo parlando di Heidegger, ma di una fiaba che almeno fino a qualche anno fa qualsiasi bambino si sentiva raccontare oppure trovava in qualche libro illustrato. Per tacere delle storiche incisioni da 33 giri, ma quella mi sa tanto essere ormai archeologia nostalgica

E invece no: per catturare un pubblico che si presume – e purtroppo a ragione – capace di orientarsi solo tra riferimenti televisivi e cinematografici, ma comunque relativi alla pura attualità, si fa piazza pulita dello spessore culturale e della storia di un personaggio, della validità in sé di una fiaba che è probabilmente tra le cinque più note e più ritrascritte della storia della civiltà.

Senza fare i folkloristi da strapazzo ed entrare troppo nel dettaglio ecco solo alcuni nomi di favolisti che l’hanno affrontata. Straparola e Basile (i primi narratori di fiabe europei, vissuti nel Seicento, uno lombardo, l’altro napoletano); Charles Perrault (francese, settecentesco e nome notissimo, pensiamo a Cappuccetto Rosso e Barbablu), Ludwig Tieck, poeta e intellettuale romantico tedesco meno noto ma di grande capacità evocativa; e ovviamente i fratelli Grimm che però la espunsero dalla redazione definitiva delle loro Fiabe. Secondo loro era poco tedesca ma questa è un’altra storia…

Tutto questo senza nulla togliere al fantastico Shrek, creatura meravigliosa ma figlia di una civiltà che per parlare del meraviglioso deve rimanere sempre dentro le sue quattro mura senza sporgersi mai indietro dove invece c’è tanto da scoprire e magari da riattualizzare senza far finta di nulla.

Una bella addormentata firmata Friedrich Nietzsche

Perfino il giovane Friedrich Nietzsche rimase folgorato da Rosaspina. Perfino lui il filosofo del superuomo, il grande demstificatore, nemico di ogni illusione e debolezza umana, lui che mai ha citato i Grimm in nessun passo della sua sterminata produzione. Certo all’epoca era molto giovane e scriveva poemetti malinconici, non ancora infuocati aforismi. Aveva appena quindici anni quando decise di fondare un’associazione per promuovere le arti e la letteratura nel suo paese. Un giorno di metà estate del 1859 prese con sé due amici e una bottiglia di vino e si diresse verso le rovine del castello di Schoenburg nei pressi di Naumburg, in Turingia non troppo lontano da Lipsia. Giunti al castello i tre sodali si arrampicarono fino in cima alla torre di guardia, bevvero un sorso di vino poi lanciarono la bottiglia contro le rocce battezzando così col nome di Germania la loro neonata società.

Tra i contributi di Fritz, il piccolo’pastore, come lo chiamavano gli amichetti d’infanzia, c’è anche il poemetto ‘Rosaspina’ in dieci stanze e in stile da ballata medievale. Inizia in mezzo al mare con un principe che tra le onde contempla in lontananza un’isola misteriosa ed è improvvisamente preda di un’acuta niostalgia per i suoi boschi ‘dove le querce sollevano i loro rami fino alle nuvole e vivono dolci amabili uccellini e nel castello dorme la piccola Rosaspina’.

Ma la composizione nonostante questo inizio e il quadretto stilizzato non è poi così di maniera. Improvvisamente si materializzano tre cigni con delle corone in testa e affiancano la nave. Nel battito delle loro ali il principe percepisce una melodia che lo fa letteralmente impazzire dal desiderio di raggiungere l’isola e la fanciulla. Quando poi i tre volatili  si inabissano tra le onde, il giovane  li imita gettandosi in acqua. Proprio allora dalla profondità del mare emerge l’immagine della principessa  avvolta di luce dorata per condurre il principe fino al suo castello  ‘nei boschi’.

C’è ben poco della fiaba in questi versi. Pochissimo dei Grimm a parte il titolo, i boschi e la presenza di un principe. Protagonista per Nietzsche è invece il desiderio struggente del giovane che qui non bacia nessuno né pratica risvegli; anzi per soddisfare il desiderio può solo annullarsi nelle acque, perdere la propria vita per incontrare l’oggetto dei suoi sogni. Amore e morte. Adempimento e dissoluzione allora. Già parte dei temi del filosofo che verrà.

Ancora banalità sulle fiabe al cinema

Errare è umano perseverare diabolico. E in questo caso l’aggettivo è eloquente. Continua il tam tam mediatico sulla variante moderna e filmica  delle fiabe antiche, spacciando per unica via comunicativa possibile quella di renderle horror e dark. ‘Basta smancerie – dice Chiara Ugolini sul Repubblica – non piacciono più’. E ‘soprattutto – insiste-  torniamo agli originali che erano già quasi noir, dimenticando il “buonismo disneyano”.

A parte il tono francamente fastidioso e supponente nel suo dilettantismo apodittico, colpisce il fatto che si esalti come un bene per la godibilità di opere di finzione quella virata verso la violenza che umanamente si condanna in qualsiasi altro ambito della vita pubblica e privata. Ma tant’è: questa volta si magnificano degli Hansel e Gretel con kalashnikov e che cresciuti, quindici anni dopo l’avventura grimmiana, vanno a caccia di streghe armati come una squadra di teste di cuoio. Ma, pare, ci attende anche una versione noir del mago di Oz e tornerà pure la bella e la bestia e un Pinocchio più ‘oscuro’.

Pare allora inutile anche se doveroso tornare a precisare la ricchezza del simbolismo di una fiaba, le innumerevoli pieghe nascoste nella trama, la valenza trascendente di eventi, scelte e fatti narrati. L’idea che ci rimandino a un passato dove la meraviglia conta molto più di un terrore  forzatamente indotto  per strizzare l’occhio a un’idea di contemporaneità. Banale dirlo, ma è questo il motivo per cui sono nate. Colpisce infine che ancora una volta la nostra presunta divulgazione culturale non faccia altro che accodarsi a uno e un solo elemento alla moda amplificandolo ed esaltandolo in maniera appunto dilettantistica, piatta, volgare, non documentata.

Un solo consiglio ci permettiamo di dare: prima di accollare stavolta la colpa alla versione disneyana, andatevi a rileggere cosa c’è  dietro veramente alla vicenda di Biancaneve. Concetti e allegorie che il buon Walt con la sua pur eccessiva idealizzazione ha  perfettamente illustrato.  Poi ne riparliamo, intanto però non confondiamo i lettori.

Biancaneve: una fiaba (anche) religiosa

Lo abbiamo già scritto, ripetuto e discusso: dal calderone delle storie è facile individuare qualcuno dei molti ingredienti. Estremamente difficile è isolarlo, considerarlo al di fuori degli altri; ed è il procedimento che fa, dal canto suo legittimamente, lo studioso di folklore a caccia di risultanti per i suoi lavori a carattere antropologico. Se però vogliamo leggere una storia per quello che è, e quindi a partire dalla sua lingua, dalla sua espressione, è bene evidenziarne costruzioni, riferimenti, componenti letterarie. E’ bene insomma entrare nello studio di chi l’ha riportata e come nel caso dei fratelli Grimm, le ha dato forma compiuta e unica.

Per questo ringrazio gli amici del quotidiano Avvenire per aver pubblicato e reso nota questa riflessione su certi aspetti della fiaba di Biancaneve, finora poco considerati a scapito di altre mode interpretative. Se volete potete leggerla qui

Brema: musicanti di ieri e di oggi

Che poi, forse non ce lo ricordavamo, ma a Brema i musicanti non ci sono mai arrivati, anche se la loro storia è perfetta, equilibrata, allusiva, ma scorrevolissima come la strada che a Brema ci porta davvero.

Una storia che racconta di quattro animali: l’asino, il cane, il gatto e il gallo divenuti oramai  da vecchi un ingombro per i rispettivi padroni che studiano così, più o meno crudelmente,  la maniera migliore di eliminarli. Il primo a fiutare la mal parata è l’asino che, in fuga dalla sua stalla incontra casualmente e uno per volta gli altri tre reietti. Lui, del resto è già partito con una bella idea: andare a Brema per aggregarsi alla banda municipale. La strada da fare, a quanto sembra, non è così lunga e l’entusiasmo della conquistata libertà gli raddoppia le forze.
Ma, dicevamo, i quattro a Brema non ci arrivano perché sul far della sera, girovagando nei boschi giungono davanti a una casa dove dei briganti stanno allegramente banchettando.  I quattro amici, affamati, si piazzano davanti a una finestra e organizzano un bel contrappunto di urla e schiamazzi, così atroce e lugubre da far fuggire gli inquilini. Entrati, spazzolano via ogni bendidio e rintuzzano pure un tentativo notturno di riconquista dei briganti sfruttando il fatto che al buio morsi, artigli e zampate li fanno sembrare un’orda di indemoniati.

Di elementi notevoli la fiaba abbonda: c’è il tema dell’abbandono, del rifiuto di chi invecchia, c’è l’idea di cercare una ragione di vita attraverso la musica, anche se non si è naturalmente dotati, c’è poi il senso della compagnia, del gruppo che supera l’avversità, il paradosso del piccolo che vince, delle identità celate nel buio, e c’è sovranamente silenzioso il bosco dove come al solito si può avere paura ma in mezzo al quale c’è sempre una luce che  dice casa.

Tra l’altro ci risulta che da quella casa i musicanti non se ne siano mai andati, rinunciando almeno nel tempo della fiaba  a qualsiasi velleità musicale e… alle attrattive della città, anche se oggi a Brema proprio a destra del Duomo e di fronte allo splendido municipio sono immobilizzati definitivamente nel bronzo, nella stessa posa assunta di fronte alla casa quella sera persa lontano lontano nel c’era una volta. L’asino ritto sulle quattro zampe, e in groppa il cane che sostiene il gatto che a sua volta ospita le zampe del gallo pronto all’occorrenza a svolazzare via.

Il povero asino tra l’altro è quello che maggiormente ha sofferto l’ingiuria del tempo e delle mani dei turisti che ne strofinano la punta del nasone in cerca di fortuna. Un po’ come si fa con l’alluce di San Pietro in Vaticano…

Anzitutto però sarebbe da appurare una cosa: come mai all’Asino venne proprio il desiderio di unirsi a una banda municipale e per giunta di Brema? Cosa aveva di attraente musicalmente la gloriosa città anseatica, più nota per i traffici mercantili che per il bel canto?  Che la musica trovi casa a Brema lo dimostra anche un fatto recente. Nei vecchi uffici della dogana, appena fuori dal centro storico da qualche anno si è installata una comunità di ragazzi che di quei locali ne fatto delle  sale prove con tutto l’occorrente per chi voglia far musica – c’anche un distributore automatico di corde di ricambio, jack, spinotti e altri attrezzi che pare quello della pausa caffè – e a prezzi assai modici. Si suona di tutto, raccontano, pop, jazz folk, metal perché l’ambizione è di far crescere musicalmente e a tutto tondo  ragazzi che difficilmente avrebbero possibilità di misurarsi ed esibirsi altrove. Pensate attualmente girano attorno all’iniziativa un’ottantina di nuove band…ma questa è una storia da approfondire e di cui si parlerà molto a breve

 

Biancaneve: tante storie e una speranza

Che un film renda giustizia a una fiaba come Biancaneve e al suo significato lascia perlomeno allibiti. L’affermazione sulla versione online del Corriere della Sera di Paolo Mereghetti – noto e competentissimo critico cinematografico – ci fa anche capire quanto ciascuno debba fare il suo mestiere  e quantomeno averne coscienza prima di fare certe osservazioni. Perché quello di stabilire la verità di una fiaba è già un mestiere che riesce difficile, per non dire impossibile a chi dal versante filologico, critico testuale o antropologico se ne interessa; se poi parliamo di Biancaneve allora dobbiamo anzitutto partire dal presupposto che ci si sta infilando in un ginepraio di tradizioni orali e testuali, varianti e adattamenti nonché di simbologie e richiami che possono giustificare volumi e volumi di testi accademici. Cosa che ovviamente in questa sede ci e vi risparmiamo, limitandoci ad alcune doverose noterelle.

La fiaba di Biancaneve venne narrata inizialmente ai fratelli Grimm da una delle sorelle Hassenpflug attorno al 1808 durante uno dei pomeriggi nei quali accompagnandosi con un tè le brave borghesi della città di Cassel si intrattenevano con i giovani filologi a caccia di storie tradizionali. Tra l’altro la famiglia Hassenpflug era d’origine ugonotta e portava in dote molta immaginazione non propriamente germanica.

Wilhelm Grimm rielaborò più volte la stesura della storia apportando notevoli correzioni in senso mistico e allegorico accentuando le simbologie religiose. Il principe che porta la sposa al casetllo del ‘Padre’, i tre volatili che vegliano la bara e che richiamano rispettivamente: la mitologia classica, la civetta di Atena; quella nordica, il Corvo di Odino; la narrazione evangelica, la colomba figura dello Spirito santo.

Lo stesso Grimm mutò alcuni passaggi del testo esemplandoli su testi della tradizione medievale germanica e antico nordica: la saga di Snaefrid, in cui c’è già un principe che veglia per tre anni il corpo della bella avvelenata, il Parzival in cui si menzionano le tre gocce di sangue nella neve che, lo ricordiamo, aprono la fiaba nella versione finale grimmiana. Wilhelm Grimm, tra l’altro, amava del Parzival la dimensione di ricerca mistica e anche quello spirito di rispetto delle altre religioni che per l’epoca è di una sconcertante modernità

L’intento della stesura dei  Grimm non era quello di suscitare paura, né semplicemente di educare la gioventù borghese (anche se molti ne hanno adoperato le storie in questo senso) ma di comporre un testo in cui il desiderio di immortalità espresso dolorosamente e nel dubbio nella tradizione pagano-germanica fosse trasfigurato dalla speranza cristiana nella risurrezione dei corpi, come si deduce chiarissimamente dal finale, che non è lo happy end disneyano ma l’apertura di una porta verso ‘l’al di là del tempo’ per usare un’espressione di Tolkien

I nani, infine. Non sono lì per carineria o per nascondere metafore sessuali. Sono un pezzo importato direttamente nel testo dall’iconografia germanica dove prevalentemente appaiono come lavoratori del sottosuolo, abili nelle arti magiche e spesso, ma non sempre, datori di doni per quelli che sono gentili verso di loro. Creature misteriose, hanno lasciato traccia di sé in tutte le lingue e le letterature antico-germaniche differenziandosi secondo i contesti. Ma ci torneremo

C’è ovviamente molto molto altro, ma la fiaba non si può capire se non ci si dispone ad ascoltare il testo per quello che oggettivamente è e secondo l’intento per cui originariamente è nato e cioè la ricerca di quel nocciolo misterioso nascosto in ogni storia che ci proietta verso un passato remoto, pieno di malia e che riflette gli sguardi, le sensazioni, i desideri, possibili o inattuabili, di uomini che hanno provato a guardare il mondo con gli occhi dell’immaginazione e, come abbiamo detto, mossi dalla speranza che tutto non finisca qui e ora.

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