vocisullaluna

se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

Una trasferta (solo in voce) in Lussemburgo

radio araSabato 1 dicembre, in occasione del concerto di Angelo Branduardi in Lussemburgo, sono stato intervistato dalla radio locale in lingua italiana. Qui di seguito il podcast della bella e competente intervista di Elisa Cutullè coadiuvata da Paolo Tavelli. Grazie ancora a tutto lo staff del programma Voices by Passaparola di Radio Ara

http://podcast.ara.lu/?p=3695

I Grimm a ‘Più Libri più liberi’

Il 9 dicembre alle ore 18.00 il Paese delle fiabe sarà presentato nel corso della tradizionale kermesse romana ‘Più libri più liberi’ dedicata alla piccola e media editoria. Con tre ‘ospiti’ e amici d’eccezione. Ne parlerò infatti con Marcello Fois, grande narratore e recente finalista in cinquina al premio Strega, Luisa Mattia, notissima per i suoi libri per ragazzi (l’ultimo è Il Grande Albero di Case Basse) e per essere tra le coautrici della Melevisione, Susanne Hoehn, direttrice del Goethe Institut Italia, madrina d’onore di questo libro e di tutta l’avventura che mi ha portato sulle tracce dei Fratelli Grimm. Il libro sarà a disposizione presso lo stand dell’editore Giulio Perrone.

Quando Jacob Grimm dissertava sul “sonno degli uccelli”

Il 6 marzo del 1862  Jacob Grimm si presenta all’accademia delle Scienze di Berlino per la consueta dissertazione annuale. E’ uno degli appuntamenti di cartello per l’ateneo dove l’anziano filologo, tra i più autorevoli in Europa, è di casa da oltre vent’anni, da quando nel novembre del 1840 venne invitato a far parte dell’accademia delle scienze: una sorta di risarcimento materiale e morale dopo che tre anni prima, assieme ad altri cinque docenti firmatari di un appello contro la politica locale, i Grimm erano stati licenziati dall’università di Gottinga e allontanati dalla regione.
Quel giorno Jacob, che da tre anni è rimasto solo dopo la morte per infarto del fratello, tiene una lunga e documentatissima prolusione sul sonno degli uccelli  e, consapevole di non poter competere sul terreno squisitamente tecnico con un uditorio di esperti in scienze naturali squaderna tutto il suo repertorio da filologo: citazioni puntuali, analisi raffinate, comparazione tra testimonianze letterarie e dati di realtà.  Anche, perché no, con quel pizzico di appassionata osservazione del dilettante innamorato dell’oggetto che affronta con le armi della propria professionalità maturata in altri campi.
Il testo consta di 14 fittissime pagine nelle quali passa in rassegna pubblicazioni recenti ma soprattutto le poche testimonianze letterarie che riporta con dottissima precisione. A partire da Aristotele, passando per un certo Antigone Caristio, un erudito Alessandrino che, ci ricorda Jacob, visse al tempo di Tolomeo Filadelfo, arrivando poi al più noto Plinio il Vecchio fino a concludere la sezione ‘classica’ e tardo antica  con Isidoro e il Cicerone del De natura Deorum. La gru, ci spiega, è l’uccello del quale si sono meglio studiate le attitudini: di lì muove il suo ragionamento che cerca di analizzare i motivi per cui gli uccelli nascondono il capo sotto l’ala e rimangono a dormire su una sola zampa. E allora, parlando di gru c’è ovviamente anche spazio per il racconto boccaccesco di Chichibio ma poi come nulla fosse ecco  che lo zoom dopo un fugace accenno a Renart si concentra, per altre questioni riguardanti rapaci, falchi e corvi, su testimonianze latinoamericane.
Jacob non si limita ai soli testi, ma, per stabilire il motivo intrinseco di questa postura che così tanto lo affascina, cita anche le osservazioni di alcuni amici ricercatori e naturalisti. Vagliate tutte le ipotesi a favore della sua naturale spontaneità, come la conservazione del calore durante il sonno, l’atteggiamento di difesa, Jacob sembra propendere per una spiegazione in senso innatista e si sofferma, citando Aristotele, sulla posizione assunta dall’embrione che costituirebbe come una premessa alla postura successiva. C’è ovviamente molto acume, condotto fino quasi ai limiti della pedanteria nel modo in cui Grimm passa in rassegna ogni minimo particolare. Quello che però più ci interessa dal punto di vista squisitamente letterario è nel finale, quando Jacob lamenta il fatto che nonostante la poeticità della postura degli uccelli dormienti così pochi scrittori abbiano fatto ricorso a questa immagine.
Particolare che non sfuggì invece agli anonimi ideatori di una fiaba come Rosaspina, in cui, nel momento dell’incantesimo dell’addromentamento, le colombe vengono descritte, correttamente, mentre sistemano la testa sotto l’ala.
Anche in questo, conclude Jacob non senza una punta d’orgoglio, traspare il primato della poesia naturale delle fiabe, testimoni della “forza e del potere della natura”.

Tintern Abbey di Wordsworth: l’emozione di condividere la poesia

La poesia Tintern Abbey di William Wordsworth chiude la raccolta delle Lyrical Ballads che l’autore pubblicò nel 1798 assieme all’amico Samuel Taylor Coleridge che vi contribuì come è noto con uno dei suoi capolavori assoluti: La ballata del vecchio marinaio. Il libro, che rappresenta uno spartiacque nella storia della letteratura occidentale, ebbe subito un buon riscontro di pubblico con 500 copie vendute in poco tempo e la pubblicazione di alcuni estratti sui periodici dell’epoca, perfino su quelli femminili.

Le Lyrical Ballads sono un testo esemplare del romanticismo europeo per la rivalutazione dell’immaginazione creativa, il tentativo di coniugare l’apertura all’incanto e al soprannaturale con la descrizione realistica della vita rurale, la passione per l’essenza intima e quotidiana delle cose e la ricerca di un senso nascosto e misterioso insondabile per la pura ragione. Il gusto, infine, per uno stile che privilegiasse l’espressione immediata, per rimanere come affermavano i due poeti nella prefazione alla seconda edizione, quella del 1800 “in compagnia della carne e del sangue”.

Ecco, è proprio il concetto di compagnia che quest’ultima poesia, Tintern Abbey, pone in evidenza in maniera inequivocabile. Una compagnia attraverso la quale il poeta riesce a leggere le suggestioni del paesaggio con altri occhi oltre ai suoi e porge così la poesia come dono da mettere in comune; di più, come emozione che può essere profondamente sentita solo condividendola con un altro che è parte attiva, integrazione del proprio sguardo e in questo assieme destinatario e coautore ideale della sostanza del testo. Progressivamente e in modo sempre più convincente la presenza della sorella Dorothy, che visse assieme al poeta tra i villaggi del Lake District nel nord dell’Inghilterra, misura il passaggio verso questa intuizione, che il poeta afferma verso il termine della lirica quasi come una vittoria, un affrancarsi da una pura emozione individuale.

La poesia si apriva infatti inizialmente con uno sguardo sulla natura circostante a rievocare le emozioni vissute dall’autore nel passato

 Cinque anni sono passati; cinque estati, con la durata

Di cinque lunghi inverni! E di nuovo torno ad ascoltare

Lo scorrere di queste acque giù dalle loro sorgenti montane

Con un dolce interno mormorio. Una volta ancora

contemplo questi erti, eccelsi colli, che su una scena selvaggia ed appartata

imprimono un senso di più marcata solitudine e fondono

il paesaggio con la pace del cielo. (…)

questi rustici lotti, e questi ciuffi di frutteti

che in questa stagione, coi loro frutti ancora acerbi

si confondono coi boschi e coi cespugli

né con le loro tinte verdi e semplici disturbano

il selvaggio verdeggiare del paesaggio. (…)

 

Il tono è quasi referenziale. Lo sguardo è certamente appassionato, ma a tratti così esatto da diffondersi su particolari agricoli con un tono non troppo dissimile da quello virgiliano nelle Georgiche. Subito però il rapporto tra passato e presente viene prepotentemente alla ribalta, trascinando con sé il vissuto personale del poeta

 Eppure stando a lungo lontano

Queste forme di bellezza per me non sono state

Quello che è un paesaggio agli occhi di un cieco.

Perché spesso in luoghi solitari o in mezzo al frastuono

Di paesi e città sono stato loro debitore,

nei momenti di noia, di dolci sensazioni

avvertite nel sangue, dentro al cuore

e perfino nella parte più pura della mente (…)

sensazioni di un piacere che non si può ricordare

ma tali da riuscire ad avere un influsso non banale

sulla parte migliore della vita di un brav’uomo (…)

 Tra i meriti di questa introspezione tra le cose, c’è anche quello di aprirsi a qualcosa che trascende tanto quel paesaggio, quanto la mente stessa dell’osservatore. E in questo personale “naufragar” tra le cose e il loro ricordo Wordsworth non perde la bussola, anzi…

 Né meno credo, sono stato loro debitore di un altro dono

Di natura più sublime, quella disposizione benedetta

In cui il fardello del mistero

In cui il peso grave e logorante

Di questo mondo indecifrabile

Si fa più leggero (…)

 Se in gioventù l’esuberanza dello sguardo, la percezione di essere costantemente in presenza di un’energia e di una vitalità troppo strabocchevoli per ridursi al mondo sensibile veniva in modo quasi naturale, ora col procedere degli anni è un’altra consapevolezza, più matura, a guidare il poeta nelle stessa direzione di stupore di fronte al mistero intravisto nel creato.

 Ora quel tempo è passato

Ora quelle gioie non sono più

Né tutti i suoi vertiginosi rapimenti. Né per questo

Mi sento mancare o m’addoloro e mi lagno

Altri doni sono giunti, per tale perdita, e io li considero

Abbondanti compensi.

Perché ho imparato a guardare il mondo non come

Nell’età della giovinezza, ma intento spesso

Ad ascoltare la pacata triste musica dell’umanità,

Né aspra né stridente. Ed ho sentito una presenza

Che mi turbava con la gioia

Di elevati pensieri, un senso sublime

Di un qualcosa ancor più profondamente infuso,

la cui dimora è il fuoco del sole reclinante, l’oceano

ricurvo, l’aria vivente e il cielo

azzurro e nella mente dell’uomo

un moto e uno spirito

impresso in ogni essere pensante.(…)

 Ma c’è un fattore, anzi, una persona in carne e ossa che ha contribuito a questo mutamento, che ha integrato la prospettiva del singolo: è la sorella Dorothy che subito dopo Wordsworth descrive come “cara amica” aggiungendo con quasi stupita ingenuità “ma ora ci sei”. E addirittura infine, il poeta arriva anche a pensare di passare a lei il testimone e che l’esperienza fatta insieme di fronte allo spettacolo contemplato con quattro occhi possa sfidare il tempo, e superarlo.

 Ed è per questo che sono ancora innamorato dei prati

Dei boschi e delle montagne (…)

E allora ricorderai che io qui venni

Mai stanco di questo culto, e anzi con sempre

Più caldo affetto, con zelo ancora più profondo

Di più pura devozione. E neppure scorderai

Che dopo molto peregrinare e dopo molti anni

Di assenza, questi boschi scoscesi, questi colli eccelsi

E questo verde paesaggio pastorale, mi furono

Ancora più cari, sia per loro virtù che per amor tuo.

Come John Donne due secoli prima aveva introdotto un ‘tu’ attivo all’interno della sua poesia qui Wordsworth supera a grandi passi la porta del Romanticismo con un ‘tu’ deliberato, un ‘tu’ complice affermando l’idea che ogni incanto naturale, ogni immagine abbia senso solo se condivisa, e che le tracce di questa pienezza, perché tale l’emozione diventa solo se è vissuta insieme, possano permanere ed essere a loro volta donate, meglio ancora, tramandate a chiunque voglia provare a riviverle insieme, magari anche semplicemente rileggendo questi versi ad alta voce.

 

Hansel e Gretel: cosa significa la fiaba

Cosa voleva dire Jacob Grimm quando affermava che le fiabe seguono le leggi della natura? E come è possibile dirlo di storie in cui le pietre vengono scagliate nel cielo finché spariscono, le case si tramutano in castelli, bambine e nonne rimangono vive dentro la pancia di un lupo mentre i morti risuscitano in quantità? Certo non può essere in questo il rispetto delle leggi della natura.

La frase, però, ha un senso più profondo: molto spesso chi vive secondo natura, magari ingenuamente, ma più a contatto con gli elementi, è più facilmente destinatario del miracolo, riceve cioè la ricompensa soprannaturale come una conseguenza ovvia e meritata della sua vita. E vivere secondo natura significa dire sì al ritmo dell’esistenza, preoccuparsi dell’altro, amare secondo l’istinto e la forza del sangue per poi crescere e superare addirittura la limitatezza del proprio io. È a quel punto che il mistero ti premia.

Emblematico è il caso di una delle storie più note dell’immaginario grimmiano: Hansel e Gretel.
La vicenda è nota. Stremati dalla carestia e da una povertà insostenibile due genitori decidono di disfarsi dei propri figli. La madre, fredda calcolatrice, è la più determinata nell’esaminare la situazione e propendere per l’abbandono dei piccoli, tanto che il padre non riesce a far prevalere le sue obiezioni morali. Per ben due volte i bambini vengono abbandonati nel bosco: nella prima occasione ritrovano il sentiero grazie alle briciole che hanno lasciato dietro di sé, mentre la seconda volta sembrano spacciati perché alcuni uccelli gliele divorano. Si tratta però di una felix culpa, perché l’evento è il primo di una serie di sventure provvidenziali che finiscono col porre i bambini di fronte al proprio destino, alla propria maturazione personale che mai prescinderà dall’amore reciproco. Il terzo giorno, come dal nulla, si manifesta una colomba bianchissima che attira la loro attenzione. I bimbi per quanto stremati dalla fatica, dal sonno e della fame la seguono finché l’uccello non si posa sul tetto di una casetta e vi rimane immobile, proprio come la banderuola della piazza di Hanau. La casetta è di marzapane e i bambini la addentano avidamente; dentro però c’è una strega malvagia che li cattura, imprigiona il maschietto per metterlo all’ingrasso mentre la bimba è costretta a sbrigare i lavori domestici. Ancora una volta la casa nel bosco è lo spazio della tentazione e della prova: i bambini mentre si sfamavano hanno sentito una vocina che diceva loro di non toccare quel cibo, ma l’hanno ignorata, cedendo al loro istinto primario. Ma la casa della tentazione è anche la casa del riscatto, il luogo in cui si mettono in moto risorse superiori all’istinto. E infatti ambedue i fratelli si ingegnano per ingannare la strega: Hansel gli porge un osso fuori dalla gabbia per farle intendere che lui è ancora troppo magro per essere mangiato e Gretel fa anche di più riuscendo a sbatterla dentro al forno destinato al fratello.

Qui terminava la versione originaria della storia, con i bambini che ritornano a casa con i gioielli appartenuti alla strega. Lì il padre sopravvissuto alla perfida moglie li accoglie in lacrime. Ma anche Hansel e Gretel è una delle fiabe che si sono arricchite negli anni e sviluppate grazie alla mano di Wilhelm che, nell’edizione del 1819, inserì un nuovo finale più esteso e sicuramente più carico di simbologie. Non sembrava sufficiente per il suo modo di pensare che i bambini si fossero tratti in salvo con le proprie forze. Bisognava inserire una nuova transizione, meglio, un intervento esterno, il consueto evento imprevisto e miracoloso. E allora ecco che si inventa un fiume ampio e profondo che sbarra la strada del ritorno ai ragazzini. L’ispirazione viene dal vissuto personale. A Steinau, dove i Grimm hanno vissuto alcuni anni, il retro della loro casa dava sul fiume Kinzig separato dall’abitazione da quello che i ragazzi chiamavano il giardino delle api. Nella fiaba il testo parla di una gran distesa d’acqua, amplificando come al solito il dato di realtà e sfumandolo nell’indistinto più fascinoso e impressivo. Ed è così ampio questo fiume misterioso che i bambini hanno bisogno per solcarlo dell’aiuto di un’anitra bianca che chiamano a sé con una lievissima filastrocca, resa in italiano con un magistrale tocco di sgrammaticatura dalla traduzione di Clara Bovero

Anatrino, corri!

Hansel e Gretel qui soccorri

Nessun ponte passa il fiume,

prendici dunque sulle bianche piume.

 

Superare il fiume è secondo lo psicanalista Bruno Bettelheim il segno dell’ingresso in una nuova fase della vita, un nuovo inizio, tanto è vero che quando i bambini si erano addentrati nel bosco, all’andata, non c’era stata acqua da attraversare. Il fiume è così comparso nella storia, ingiustificabile da un punto di vista logico, ma perfettamente incastonato in una vicenda di crescita interiore che supera la logica fredda del calcolo e della misura. Quella era la logica della madre che di fronte all’estrema indigenza non interrogava il cuore ma stabiliva con freddezza una sottrazione. La bambina, che ora ha invece superato le sue prove, è capace di fare ancora di più. Si rifiuta di salire sul dorso dell’anitra assieme al fratello per non gravare di troppo peso l’animale, dimostrando così da subito la maturità e l’altruismo pienamente raggiunto. La solidarietà con la natura che la circonda viene prima addirittura della paura e del bisogno. Un finale che conferma l’idea iniziale: la vera crescita umana è andare al di là dell’io e non solo perché ti accade davanti un fatto imprevedibile ma perché questi doni del destino possono mettere in moto una nuova consapevolezza di te stesso e del mondo. L’immaginazione, il saper riconoscere l’incommensurabilità delle cose ha allargato il cuore e la mente e ora il personaggio è in grado, lui, di fare autonomamente quello che sembrava impossibile.

Roberto Denti su Il Paese delle Fiabe: “orgoglioso di averlo presentato”.

Per chi non lo conoscesse Roberto Denti è il pioniere, il punto di riferimento, nonché uno dei migliori autori di letteratura per ragazzi del nostro Paese. Per dirne solo una: negli anni ’50 aprì a Milano la prima libreria di settore italiana. Oggi a Cuneo ci ha intrattenuti per una buona mezz’ora parlando della poetica dei Grimm, del senso delle fiabe, dell’importanza dello sguardo che ci comunicano, della necessità soprattutto per il nostro Paese di collocarle nel loro contesto culturale, nel definirne la portata storica, ma anche nel saperne gustare ancora il fascino e l’incanto della narrazione. Per concludere: “tutto questo si può trovare nel libro che avete qui davanti e che spero sia il testo cui fare riferimento per avviare un dibattito vero sul valore della fiaba qui da noi. Il paese delle fiabe mi è piaciuto molto – ha aggiunto – perché mi ha spiegato molte cose dei Grimm che non conoscevo, e anche perché non è scritto in maniera da farti venire il mal di testa come molti saggi pure importanti, ma è scorrevole e piacevole nella lettura. Un libro così serve per capire che quando leggiamo una fiaba c’è tutto un mondo di significati importanti per la nostra vita così come erano importanti quando le fiabe sono nate, quando i cacciatori di ventimila anni fa descrivevano a chi restava nelle grotte come erano fatte le tracce degli animali ai quali davano la caccia. La fiaba serve per la vita. Non insegna, non si mette in cattedra, ma racconta verità profonde”.

Ecco, qualsiasi altra parole è superflua. Voglio dire solo grazie alla maestria, al calore, alla gentilezza, alla competenza di un grandissimo, immenso maestro. Grazie Roberto Denti (che tra l’altro mi ha anche detto, diamoci del tu…)

Il Paese delle fiabe. E’ nato!!

Anche in quest’epoca di smaterializzazione crescente, fluida quant’altre mai, avere tra le mani fisicamente il proprio libro è ancora un’emozione che si rinnova. E non è solo la storia del profumo e del fruscio delle pagine: è la percezione tangibile che l’idea iniziale è nata, cammina di suo e se ne va in giro per il mondo. E’ comunque il senso di avere tagliato un traguardo, che è poi un altro modo per passare dal via, come a Monopoli.

E oggi ad esempio “Il Paese delle Fiabe” raggiunge Cuneo, dove alle ore 17.00 lo presento assieme a Roberto Denti, uno dei più importanti autori, esperti, divulgatori di letteratura fantastica e per ragazzi. Seguirà. ovviamente, post.

C’era una volta l’autunno

Questa non è una favola. Non è l’inizio di una storia. Sono due parole a corredo di questa immagine d’autunno dove le foglie trascolorano e non ce n’è una uguale all’altra. E’ l’opulenza di una tavolozza di colori che ti comunica la variopinta irriducibile varietà della natura quando segue il suo corso e si annuncia perfino ad un incrocio cittadino, piuttosto anonimo, tra due strade che non brillano di particolari bellezze architettoniche. E’ l’autunno. Sarebbe l’autunno.

Guardi quest’albero e i tuoi sensi si riempiono e vorresti lodare la bellezza, la fortuita evenienza di un’immagine reale di un angolo urbano qualunque  che pure conquista lo sguardo e mette in moto un senso di riconoscenza. Sarebbe questa la sensazione.

Poi pensi alla piena dei fiumi, agli argini travolti, alla gente evacuata, ai morti; pensi alle pianure devastate dalle esondazioni di corsi d’acqua altrimenti docili, pensi a un Paese ancora una volta in ginocchio.

Questo è diventato l’autunno. Questa somma impazzita di eventi estremi per cui la bilancia tra vita reale ed emozioni personali non può più essere oramai  alla pari.

Ma non riesco a togliermi dagli occhi quello spettacolo di bellezza. Un albero di città che non è stato travolto, che accompagna sereno le foglie placide che si ingialliscono una ad una e cadono nella quiete indisturbata perfino dalle macchine, dai cani, dai bambini dell’asilo che è poco più avanti sulla stessa via. Nessuno sarà mai risarcito da quest’attimo di bellezza solitaria, da questa percezione mia quasi imbarazzante, superflua. Eppure penso che anche nella devastazione dei terreni, dopo che l’acqua si sarà ritirata, dopo il tempo degli affanni e del dolore, qualcuno potrà tornare a guardarsi intorno con un briciolo di esausta speranza. E forse potrà trovare un albero simile. Una bellezza che resiste. Superflua, forse, eppure esiste.

I Nani: Dal Medioevo a Disney, passando per i Grimm

Così come nel caso di altre creature mitologiche, anche i nani sono personaggi stimolanti per la mente e la scienza del filologo, soprattutto per quelli come i Grimm che nelle storie amano verificare certe caratteristiche, nature e comportamenti di questi autentici pezzi dell’immaginazione degli antichi popoli germanici. 
L’origine del termine resta oscura, anche se la presenza di parole etimologicamente affini nelle principali lingue germaniche antiche sottintende che la credenza in questi esseri soprannaturali fosse quasi uniformemente diffusa.
Nell’Edda poetica, la raccolta di poemi tra i più antichi della letteratura nordica, c’è un carme, detto della Veggente, in cui scopriamo in un dovizioso catalogo molti nomi dei nani; se ne ricorderà Tolkien nello Hobbit per identificare i compagni di Bilbo nella spedizione verso la montagna solitaria. E’proprio la letteratura antico nordica ad offrire il maggior numero di attestazioni delle loro caratteristiche: quasi sempre si tratta di creature del sottosuolo, sopraffini artigiani soprattutto nella lavorazione dei metalli più nobili, avidi ma saggi e spesso detentori di una sapienza che fa invidia agli dei. Ce n’è un altro di questi carmi, lo Alvissmal, dove il dio Thor, stupito dalla conoscenza del nano Alvis (che già nel nome indica le sue qualità di onnisciente, colui che tutto sa ‘Al-wis’) finisce per toglierselo di torno. Ci sono poi anche anelli preziosissimi e catene che tengono a freno i lupi più selvaggi. Tutti opera di questi esseri. Che sono poi bravissimi a forgiare spade utili all’eroe di turno. Nella Saga di Egil il monco è proprio un nano, grato per un dono di Egil, a curare la ferita del guerriero e a fissare in cima al moncherino del suo braccio una spada che possa consentirgli di tornare a combattere. Altre volte però il nano non è così riconoscente e si dimostra inaffidabile e imbroglione.
In Gran Bretagna invece di nani si parla poco eccetto il caso di antichi testi magici o di tipo medico, dove si fa riferimento a piante utili per curare il tremore degli arti causato dai loro malefici influssi
In Germania il caso è curioso, perché nei poemi epici, di più alta ispirazione i nani fanno a malapena capolino, mentre sono onnipresenti nelle narrazioni a carattere maggiormente ‘fiabesco’. L’incontro con una di queste creature viene menzionato per la prima volta nel Ruodlieb, un poema incompiuto e scritto in latino poco dopo l’anno Mille. Qui c’è un nano che, dopo essere stato catturato dall’eroe, gli offre preziosi consigli in cambio della libertà: se Ruodlieb ne terrà conto potrà entrare in possesso di un tesoro e ottenere in sposa la bella Heriburg: promessa di tesori e d’amore a colpi di estenuanti trattative. Una serie di motivi che tornerà spessissimo, sia nelle leggende che nelle fiabe.
Nei Nibelunghi, il più famoso tra i poemi germanici, l’incontro con i nani possessori del tesoro per quanto importante nello sviluppo della trama non viene raccontato direttamente ma solo ricordato da Hagen nella terza ‘avventura’ del poema. Ma gli elementi convenzionali anche qui abbondano: la spada magica, l’anello che moltiplica le forze del portatore, la cappa che dona l’invisibilità.  L’atmosfera fiabesca domina nel più tardo Lied vom Huernen Seyfried (del quale abbiamo solo copie a stampa risalenti al sedicesimo e diciassettesimo secolo) in cui il nano Eugel aiuta il giovane eroe nella lotta con un gigante sputafuoco e, dopo aver  salvato dalla morte Crimilde con una pianta miracolosa, informa il protagonista del tesoro nascosto ‘sotto la montagna’ e ne profetizza il futuro. E’ un nano questo che riassume un po’ tutte le caratteristiche della sua ‘specie’: abilità nel lavoro artigianale e nella custodia di oggetti preziosi, capacità profetiche, miracolose, possibilità di essere donatore o istigatore al male. Le sperimenterà anche il Teodorico delle più tarde leggende dove i nani lo accompagnano un po’ dovunque: c’è per esempio l’episodio del ‘Re Laurin’ in cui Teodorico si trova all’interno di un reame governato e popolato interamente da nani, il cui re dopo aver piantato una meravigliosa  rosa nel suo giardino minaccia di morte chiunque ne oltrepassi il confine. Inutile aggiungere che Teodorico accetterà la sfida…
Nel libro dei Grimm i nani rivestono un ruolo importante all’interno di almeno una dozzina delle 200 fiabe. I più celebri sono ovviamente quelli di Biancaneve: in loro gli autori condensano alcune caratteristiche apparentemente contrastanti del repertorio conosciuto: sono infatti estrattori di metalli dal monte e sono consiglieri buoi ma, a differenza di altri contesti, non sono affatto attratti dall’oro che il principe offre loro per avere la bara di Biancaneve apparentemente morta: cedono infatti solo dopo avere ben meditato le sue parole e si impietosiscono avendo valutato la saldezza e la sincerità del suo amore.  La seconda fiaba per notorietà che vanta un eroe dalle dimensioni minute, è quella di Tremotino, il nano che rientra invece perfettamente nel cliche del donatore che propone un patto scellerato: aiuterà la figlia del mugnaio a filare oro dalla paglia solo in virtù di ricompense sempre più esose fino a giungere a farsi promettere il primo figlio della donna una volta andata sposa al re. Allo stesso modo anche l’omino nero della fiaba Il re del monte d’oro sottopone al mercante un patto con una formula enigmatica e indecifrabile ma che si rivelerà esiziale: la fortuna commerciale in cambio del figlio appena nato. La frase in sé ricorda molto gli enigmi dei poemi antichi anche se termina con una nota decisamente più popolare

            “Non t’affliggere – disse l’omino – se mi prometti di portare qui tra dodici anni quel che a casa ti viene fra le gambe per primo avrai denaro a volontà”. Il mercante pensò “Non potrà essere che il mio cane”. Non pensò al suo piccino e acconsentì; gliene rilasciò promessa scritta, con tanto di sigillo, e andò a casa

Ne I tre omini del bosco, nella splendida L’acqua della vita e ne L’oca d’Oro i nani invece remunerano con favolose ricompense chi ha buon cuore e li aiuta nel momento del bisogno, accanendosi invece contro chi rifiuta loro l’aiuto. Singolare il caso della prima storia de Gli gnomi in cui l’aiuto e la ricompensa sono vicendevoli tra il calzolaio e i misteriosi esserini, che col loro inatteso e notturno soccorso lo salvano dalla miseria. Accortosi un giorno del loro contributo, l’artigiano gli fa trovare nottetempo degli abiti nuovi e perfetti, per cui i nani

            “a mezzanotte arrivarono saltellando e vollero mettersi subito al lavoro; ma invece del cuoio, trovarono quelle graziose vesti: prima si stupirono, poi dimostrarono una gran gioia.”

Il Paese delle fiabe ‘sta nascendo’

Il mio libro sui fratelli Grimm, le fiabe, la storia e la geografia della loro Germania tra passato e presente è ormai in stampa. Per intanto ecco l’immagine di un particolare della copertina che mostra una casetta che ci ricorda tanto…che cosa? Se non vi viene in mente aspettate ancora qualche giorno…

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