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se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

Quando Jacob Grimm dissertava sul “sonno degli uccelli”

Il 6 marzo del 1862  Jacob Grimm si presenta all’accademia delle Scienze di Berlino per la consueta dissertazione annuale. E’ uno degli appuntamenti di cartello per l’ateneo dove l’anziano filologo, tra i più autorevoli in Europa, è di casa da oltre vent’anni, da quando nel novembre del 1840 venne invitato a far parte dell’accademia delle scienze: una sorta di risarcimento materiale e morale dopo che tre anni prima, assieme ad altri cinque docenti firmatari di un appello contro la politica locale, i Grimm erano stati licenziati dall’università di Gottinga e allontanati dalla regione.
Quel giorno Jacob, che da tre anni è rimasto solo dopo la morte per infarto del fratello, tiene una lunga e documentatissima prolusione sul sonno degli uccelli  e, consapevole di non poter competere sul terreno squisitamente tecnico con un uditorio di esperti in scienze naturali squaderna tutto il suo repertorio da filologo: citazioni puntuali, analisi raffinate, comparazione tra testimonianze letterarie e dati di realtà.  Anche, perché no, con quel pizzico di appassionata osservazione del dilettante innamorato dell’oggetto che affronta con le armi della propria professionalità maturata in altri campi.
Il testo consta di 14 fittissime pagine nelle quali passa in rassegna pubblicazioni recenti ma soprattutto le poche testimonianze letterarie che riporta con dottissima precisione. A partire da Aristotele, passando per un certo Antigone Caristio, un erudito Alessandrino che, ci ricorda Jacob, visse al tempo di Tolomeo Filadelfo, arrivando poi al più noto Plinio il Vecchio fino a concludere la sezione ‘classica’ e tardo antica  con Isidoro e il Cicerone del De natura Deorum. La gru, ci spiega, è l’uccello del quale si sono meglio studiate le attitudini: di lì muove il suo ragionamento che cerca di analizzare i motivi per cui gli uccelli nascondono il capo sotto l’ala e rimangono a dormire su una sola zampa. E allora, parlando di gru c’è ovviamente anche spazio per il racconto boccaccesco di Chichibio ma poi come nulla fosse ecco  che lo zoom dopo un fugace accenno a Renart si concentra, per altre questioni riguardanti rapaci, falchi e corvi, su testimonianze latinoamericane.
Jacob non si limita ai soli testi, ma, per stabilire il motivo intrinseco di questa postura che così tanto lo affascina, cita anche le osservazioni di alcuni amici ricercatori e naturalisti. Vagliate tutte le ipotesi a favore della sua naturale spontaneità, come la conservazione del calore durante il sonno, l’atteggiamento di difesa, Jacob sembra propendere per una spiegazione in senso innatista e si sofferma, citando Aristotele, sulla posizione assunta dall’embrione che costituirebbe come una premessa alla postura successiva. C’è ovviamente molto acume, condotto fino quasi ai limiti della pedanteria nel modo in cui Grimm passa in rassegna ogni minimo particolare. Quello che però più ci interessa dal punto di vista squisitamente letterario è nel finale, quando Jacob lamenta il fatto che nonostante la poeticità della postura degli uccelli dormienti così pochi scrittori abbiano fatto ricorso a questa immagine.
Particolare che non sfuggì invece agli anonimi ideatori di una fiaba come Rosaspina, in cui, nel momento dell’incantesimo dell’addromentamento, le colombe vengono descritte, correttamente, mentre sistemano la testa sotto l’ala.
Anche in questo, conclude Jacob non senza una punta d’orgoglio, traspare il primato della poesia naturale delle fiabe, testimoni della “forza e del potere della natura”.

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3 pensieri su “Quando Jacob Grimm dissertava sul “sonno degli uccelli”

  1. This really is the 2nd blog, of yours I really read. And yet I personally enjoy this particular one,
    “Quando Jacob Grimm dissertava sul sonno degli uccelli
    vocisullaluna” the best. Take care ,Darryl

  2. Ho trovato il vostro blog su google e sto leggendo alcuni dei tuoi post iniziali. Il tuo blog semplicemente fantastico.

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