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se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

La strada delle fiabe. Il prologo (con vista sui Grimm)

E’ oramai in bozze il mio nuovo libro. La strada delle fiabe, dedicato ai fratelli Grimm alla loro opera, la poetica, il lavoro linguistico e letterario e soprattutto ai luoghi in cui le Fiabe per bambini e del focolare hanno preso  forma. Il testo uscirà dall’editore Giulio Perrone, nella collana Passaggi di dogana. Qui vi anticipo i primi capoversi del prologo, tanto per cominciare a respirarne insieme l’atmosfera

L’importante è che ci siano fiori. Molti fiori nei vasi sul davanzale. E che la finestra sia ampia e lasci entrare il sole e il verde del paesaggio. Tra i fiori. Viole, violacciocche, caprifogli e gigli. Sono quelli che ama di più. Mai però quanto le primule che portano con sé la promessa rinnovata della primavera. Gliene regalano sempre un mazzo ad ogni compleanno , il 24 febbraio. Jacob invece riceve sempre un paio di pantofole e una montagna di uvette. Ne va matto. Piacciono anche a lui, ma la sua salute non gli concede di esagerare. Non può neanche camminare troppo a lungo senza sentire quell’oppressione al torace, il respiro che manca, la paura di morire che gli ha fatto vegliare tante notti ad aspettare l’allodola.
Wilhelm guarda fuori dalla finestra, lo sguardo si alza dal testo che ha sotto gli occhi e raggiunge il tiglio, lì di fronte, appena davanti alla staccionata che li separa dal parco. Gli scappa un sorriso. Si ricorda di quella governante che al fratello aveva raccontato la storia per cui il mondo stava appeso a una serie di assi di legno e così ogni volta che Jacob vedeva un cancello, una staccionata o qualcosa di simile pensava che al di là non ci fosse più mondo. Né sole, né fiori, né verde.
Ha sempre preso le cose alla lettera Jacob. Lui ossessionato dalle parole, dal testo, dalla sua autorità. Assoluta. Ecco perché mentre Wil sta perdendo qualche minuto a guardare fuori, Jacob insiste a grattare con la penna d’oca sul foglio. Mentre quella di Wil è perfetta la sua è sempre consumata: perfino le piume sull’asticella sono tutte arruffate. Ma questo ardore non va mai a scapito della concentrazione, della dedizione sacerdotale di Jacob che ora si alza a riporre un volume sullo scaffale. Lo solleva come il prete il lezionario domenicale, come una mamma il bambino al primo bagnetto. E’ un rispetto che sconfina nell’amorevolezza paterna.
Tutto questo nel silenzio. Frattanto i bambini di casa guardano dentro la stanza e non osano disturbare, anche se sanno che al più quei due topi di biblioteca che non sono altro gli rivolgerebbero il canonico gesto del dito sulle labbra accompagnato da un contegnoso sussurro, un leggero scrollare di spalle e dalla tosse di Jacob.
Non hanno idea di cosa quei due stiano leggendo ora; ci sono molti tomi sulle scrivanie, spessi come mattoni  e tanto pesanti che qualche volta hanno fatto fatica a sollevarli per guardare cosa c’era scritto dentro. Lunghi elenchi di parole, nella loro e in altre lingue, lettere con strane crocette davanti, frecce che puntano verso altre parole più corte, legandole come con un filo. E’ meraviglioso, incomprensibile anzi, che quelle scie di inchiostro divengano sulle labbra dei due topacci di biblioteca storie incantate, misteriose, paurose anche, ma che vanno sempre a finire da qualche parte. Quasi sempre bene.
Non possono neanche immaginarlo: non sanno di essere dei privilegiati. I primi di una serie lunghissima di bambini di ogni tempo e geografia. Sono i primi ad ascoltare e dal vivo, in presa diretta  le Fiabe per bambini e del focolare dei fratelli Grimm: quella coppia di folli compilatori che passano il loro tempo a rincorrere parole antiche di tante lingue strane, perdute, che non parla più nessuno.
Jacob e Wilhelm Grimm amano le parole quanto il verde e quanto i fiori. Per questo ne lasciano spesso seccare di variopinti e profumati tra le pagine dei libri che stanno leggendo. Così le parole fanno compagnia a quel segno della natura.
E amano i boschi, anche se una volta Jacob si perse in una macchia che somigliava a una foresta tenebrosa per il bambino che era e che da lì cominciò a pensarsi  Hansel oppure Pollicino e se fosse stato una bambina avrebbe portato in testa un cappuccetto rosso.
Una delle prime riviste che fondarono si chiamava proprio ‘Antichi boschi tedeschi’. Durò poco però: solo un paio di anni.

Ora, come sempre, come ogni momento della loro vita, studiano, sospesi nel regno delle parole, un paese di significati nascosti  che rimandano a sensazioni lontane, impressioni di uomini, idee e nomi per i quali per la prima volta qualcuno trovò quel suono particolare. E’ lì che loro vogliono arrivare. Al momento in cui le parole nascono e dalle parole si formano le storie. Perché se non c’è qualcosa da raccontare di quello che vediamo e viviamo è inutile trovare la parola giusta. Studiano per questo. Praticamente da sempre.

 

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