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Alan Stivell: a Roma con ardore

E’ una sferzata d’energia, di musicalità, di ricchezza di idee, temi, arrangiamenti. Alan Stivell,il grande musicista bretone si conferma anzitutto come un interprete vivo di una tradizione immensa e non il sacerdote di un culto imbalsamato nella rigidità del rispetto del suono d’epoca. Non può aprirsi in maniera diversa una recensione del concerto tenuto da Stivell a Villa Ada il 14 luglio scorso (La festa della Repubblica in francia, strana ricorrenza per un bretone doc): due ore di musica offerte da un quintetto all’altezza del suo leader e adeguatamente introdotto dai Folkroad, gruppo spalla originario di Latina che è servito da squisito antipasto.

Della produzione di Stivell che è ovviamente smisurata per oltre quaranta anni di carriera, il concerto riesce a proporre una carrellata esauriente e che sfida il pubblico degli affezionati a riconoscere e decodificare la melodia nota in un tessuto che suona straordinariamente nuovo. Non nuovi sono gli strumenti, la sua arpa che troneggia al centro del palco, la bombarda, la uileann pipe, la cornamusa scozzese che adotta solo per qualche brano sistemandosi sopra una pedanetta che ne magnifica l’effetto ‘Highlander’. Nuovo, straordinariamente nuovo è l’effetto timbrico, ritmico, l’impasto ancora una volta riuscito tra rock e scale modali, senso di naturalezza, di qualcosa di agricolo, silvestre e un ‘mood’ talvolta quasi urbano, comunque assolutamente moderno, modernissimo.

Per chi, come chi scrive, gelosamente possiede i vinili di Stivell – da Reflets (1970) E langonned (1974 totalmente acustico), passando per i concerti di Dublino (1975) e  quello mitico de l’Olympia (1972) fino ad arrivare alla Symphonie celtique (1980) e Legend (1983)- l’impressione forte è quella di trovarsi di fronte l’artista che ha sempre conosciuto: quello che nel retrocopertina di Reflets si richiamava al romanticismo e al surrealismo per iscrivere la rivincita del folk celtico in un movimento di rivalutazione dell’immaginazione contro l’aridità di certo razionalismo e che oggi sa contaminare quelle melodie senza tempo con una ritmica a volte tribale, di grande impatto sonoro, capace di virare imprevedibilmente verso gli stili più lontani e di richiamare talvolta addirittura lo ska e certo jazz. Nelle due ore affiorano in continuazione igrandissimi successi come la Suite Irlandaise la Suite Sudarmoricaine, la Suite delle Montagne e poi the Foggy Dew, Brian Boru, Son ar Chistir, An dro per concludersi con l’immancabile Tri martolod cantata in coro da tutto il pubblico: un sei-settecento volenterose anime scampate al caldo e a…Tiziano Ferro che in quelle ore calcava lo Stadio olimpico.

Dimenticavo: notevoli un paio di brani dal sapore fortemente etnico in cui il nostro si permette quasi di rappare, dimostrando così che davvero la musicalità celtica non va tenuta sotto teca ma giocata su più tavoli e registri, contaminando e contaminandosi, divenendo un suono contemporaneo nel senso di unjpassato immenso che si trasporta con amore, orgoglio e fierezza nell’oggi…e con l’ardore di oltre 65 splendide primavere

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3 pensieri su “Alan Stivell: a Roma con ardore

  1. Alan Stivell mi era completamente sconosciuto. Grazie mille.

  2. L’ho conosciuto ai tempi di Refles lo ricordo giovane senza barba e tanti capelli ero poi all’Olympia nel 72 nel corso degli anni ho visto non so più quanti concerti sia in Bretagna che in Italia l’ultimo pochi giorni fa a Valstagna una serata veramente bella due ore di musica eccezionale è un gran musicista ed un grande uomo ed anche se il tempo passa i suoi occhi sono sempre gli stessi di quando all’Olympia cantava Tri Martolotd !! Trugarez Alan

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