vocisullaluna

se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

Archivio per il giorno “luglio 16, 2012”

The city of Chicago: Christy Moore

Durante il concerto di Alan Stivell ho ripercorso un po’ tutto il mio personale e mai troppo folto repertorio di musiche di tradizione celtica, irlandese, bretone, scozzese, manx…con una punta di nostalgia per quei vinili e soprattutto per le musicassette acquistate negli anni ’80: una addirittura a Sligo, deliziosa cittadina del nord ovest di irlanda, terra di William Butler Yeats. Così ritrovando su you tube questo gioiello del grande Christy Moore ho provato a tradurne il testo

A Chicago, per le vie della città

Quando calano le ombre della sera

C’è gente che sogna

Le colline del Donegal

1847: fu l’anno in cui tutto ebbe inizio

Gli atroci morsi della fame

Ne strapparono un milione alla loro terra.

Ma non viaggiarono in cerca di gloria

Non li mosse l’ingordigia

Fu un viaggio per sopravvivere

Tra le onde tempestose del mare

A Chicago per le vie della città

Quando calano le ombre della sera

C’è gente che sogna

Le colline del Donegal

Alcuni di loro ebbero buona sorte

Altri conobbero la fama

Per i più fu la vita fu dura

E caddero su quella terra.

Si dispersero nel paese

su carrozze di treni

ma portarono musica e canzoni

Per alleviare la solitudine del cuore

A Chicago per le vie della città

Quando calano le ombre della sera

C’è gente che sogna

Le colline del Donegal

 

Alan Stivell: a Roma con ardore

E’ una sferzata d’energia, di musicalità, di ricchezza di idee, temi, arrangiamenti. Alan Stivell,il grande musicista bretone si conferma anzitutto come un interprete vivo di una tradizione immensa e non il sacerdote di un culto imbalsamato nella rigidità del rispetto del suono d’epoca. Non può aprirsi in maniera diversa una recensione del concerto tenuto da Stivell a Villa Ada il 14 luglio scorso (La festa della Repubblica in francia, strana ricorrenza per un bretone doc): due ore di musica offerte da un quintetto all’altezza del suo leader e adeguatamente introdotto dai Folkroad, gruppo spalla originario di Latina che è servito da squisito antipasto.

Della produzione di Stivell che è ovviamente smisurata per oltre quaranta anni di carriera, il concerto riesce a proporre una carrellata esauriente e che sfida il pubblico degli affezionati a riconoscere e decodificare la melodia nota in un tessuto che suona straordinariamente nuovo. Non nuovi sono gli strumenti, la sua arpa che troneggia al centro del palco, la bombarda, la uileann pipe, la cornamusa scozzese che adotta solo per qualche brano sistemandosi sopra una pedanetta che ne magnifica l’effetto ‘Highlander’. Nuovo, straordinariamente nuovo è l’effetto timbrico, ritmico, l’impasto ancora una volta riuscito tra rock e scale modali, senso di naturalezza, di qualcosa di agricolo, silvestre e un ‘mood’ talvolta quasi urbano, comunque assolutamente moderno, modernissimo.

Per chi, come chi scrive, gelosamente possiede i vinili di Stivell – da Reflets (1970) E langonned (1974 totalmente acustico), passando per i concerti di Dublino (1975) e  quello mitico de l’Olympia (1972) fino ad arrivare alla Symphonie celtique (1980) e Legend (1983)- l’impressione forte è quella di trovarsi di fronte l’artista che ha sempre conosciuto: quello che nel retrocopertina di Reflets si richiamava al romanticismo e al surrealismo per iscrivere la rivincita del folk celtico in un movimento di rivalutazione dell’immaginazione contro l’aridità di certo razionalismo e che oggi sa contaminare quelle melodie senza tempo con una ritmica a volte tribale, di grande impatto sonoro, capace di virare imprevedibilmente verso gli stili più lontani e di richiamare talvolta addirittura lo ska e certo jazz. Nelle due ore affiorano in continuazione igrandissimi successi come la Suite Irlandaise la Suite Sudarmoricaine, la Suite delle Montagne e poi the Foggy Dew, Brian Boru, Son ar Chistir, An dro per concludersi con l’immancabile Tri martolod cantata in coro da tutto il pubblico: un sei-settecento volenterose anime scampate al caldo e a…Tiziano Ferro che in quelle ore calcava lo Stadio olimpico.

Dimenticavo: notevoli un paio di brani dal sapore fortemente etnico in cui il nostro si permette quasi di rappare, dimostrando così che davvero la musicalità celtica non va tenuta sotto teca ma giocata su più tavoli e registri, contaminando e contaminandosi, divenendo un suono contemporaneo nel senso di unjpassato immenso che si trasporta con amore, orgoglio e fierezza nell’oggi…e con l’ardore di oltre 65 splendide primavere

Navigazione articolo