vocisullaluna

se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

Da: La musica è altrove. Gli anni ’90 di Branduardi

Dal punto di vista della produzione più squisitamente creativa gli anni Novanta non sono tra i più memorabili per Branduardi. Nel’93 pubblica Si può fare, disco in cui idealmente l’artista lombardo risale il Continente fino al Canada con due ospiti d’eccellenza: Jorma Kaukonen, chitarrista bluegrass di grande istinto melodico, e Zachary Richards, polistrumentista e virtuoso dell’akkordeon, un tipo particolare di fisarmonica simbolo della musica cajun, propria degli abitanti di origine francese della Louisiana. I due musicisti conferiscono una sonorità particolarissima al disco, in cui Branduardi ricorre a una gran quantità di chitarre acustiche ed elettriche, scegliendo per gli arrangiamenti d’orchestra Vince Tempera, musicista noto al grande pubblico più che altro per le sigle dei cartoni animati giapponesi degli anni Ottanta. Sono poche le tracce degne di nota. La stessa title track, accattivante nella melodia che riprende inizialmente un brano barocco, è arrangiata e strutturata in maniera poco convincente. Più significative sono invece la bellissima Indiani, lavorata su un originale britannico – The Plains of Waterloo, suonata anche dal grande John Renbourn – ma di sapore fortemente tribale, con due chitarre elettriche che si rimpallano la melodia su un ostinato di percussioni; Cambia il vento cambia il tempo, ariosa e filante sull’accompagnamento di Branduardi e Kaukonen; Noi come fiumi, una lenta ballata in stile ultima ora di balera americana anni Sessanta, impreziosita dalle amatissime quinte diminuite nella struttura armonica. L’anno dopo con Domenica e lunedì Branduardi entra a piedi pari in atmosfere dichiaratamente «pop» con un disco che, per quanto dedicato fin dalla title track al poeta Franco Fortini, ricorre a composizioni più facili e orecchiabili e si basa prevalentemente su un quartetto che lo accompagnerà in tournée fino al ’97, ma che è ben lontano dagli esiti e dallo spessore artistico del periodo «yeatsiano». Ne fanno parte, oltre al redivivo Maurizio Fabrizio, Ellade Bandini, leggendario batterista del mondo cantautorale italiano, e Claudio Guidetti al basso, allo stick e alla seconda chitarra ritmica. Il risultato però, nonostante la consueta facilità immaginativa di Maurizio Fabrizio e la tecnica di Bandini, resta piuttosto monocorde. Da ricordare anche che mai come in questo disco Branduardi ricorre a parolieri esterni: Fou de love, seconda traccia del disco, è un fantasmagorico pastiche linguistico di Pasquale Panella, già autore dei testi dell’ultimo Battisti, che declina la passione amorosa in sette lingue tra antiche e moderne; Giovanna d’Arco e La ragazza e l’eremita sono scritte dalla poetessa Paola Pallottino; la mediocre C’è una sala in Paradiso è dovuta alla penna più che mai new age di Eugenio Finardi, che rispolvera alquanto banalizzato il mito platonico sulla divisione alla nascita delle due anime che si cercano poi per tutta la vita. Ben diverso è il risultato de Il trionfo di Bacco e Arianna, celeberrima lirica di Lorenzo de’ Medici, sicuramente la canzone più riuscita del disco assieme a Domenica e lunedì. Musicando il Magnifico, Branduardi inventa una melodia scarna e quasi avvitata attorno a poche note in lievi saliscendi, perfetta nel rendere la malinconia di fondo di un piacere che si risolve in se stesso, precario e che pare continuamente negato dall’incombere dell’incertezza del domani. Splendido l’uso del flicorno con sordina che non solo aggiunge una nota di mestizia, ma dà l’idea di un sentimento che non riesce a librarsi, soffocato da quel finale ricorrente a ogni stanza come una campana a morto, «del doman non c’è certezza», che Branduardi rende musicalmente con una cadenza squisitamente ambigua. Lo stesso discorso si può fare per Domenica e lunedì, analoga per ispirazione: qui la musica è molto più cantabile e il tono elegiaco di fondo che è evidentissimo resta però di una pensosità serena, alla fine lieta.

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