vocisullaluna

se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

La musica è altrove: Bonus track

Forse il titolo è un po’ esagerato, ma spero vi si colga l’autoironia…ho pensato comunque di pubblicare alcuni brevi abstract sui singoli dischi della produzione branduardiana pensati in un primo momento per il libro, ma poi confluiti con molte alterazioni nella biografia. Si tratta di piccoli riassunti, testi condensati, impressioni e un voto finale. Il tutto un po’ cursorio e pedestre se vogliamo, ma… iniziamo dai primissimi album

Angelo Branduardi (1974) Nell’epoca degli album concetto un esordiente difficilmente può sottrarsi alla moda del momento. Così grazie a Paul Buckmaster, notissimo arrangiatore britannico, Branduardi pubblica  il suo primo disco che in nove canzoni prova a  riassumere musicalmente la vicenda esistenziale di un uomo: dalle utopie giovanili (Re di Speranza) attaverso l’amore e la nascita della prole (Per creare i suoi occhiStoria di mio figlio ) fino ad arrivare a un altrettanto utopico altrove (Il regno millenario). E’ un Branduardi in embrione, fortemente influenzato dalle scelte di Buckmaster che si serve ampiamente di sonorità allora molto in voga come quella del piano elettrico e di lunghe improvvisazioni in stile progressive. Sebbene abbia già nel cassetto un lavoro composto assieme a Maurizio Fabrizio ed abbia già partecipato come session man a numerose incisioni –su tutte la Buona Novella di Fabrizio De André – Branduardi si lascia guidare da Buckmaster verso un approdo che sicuramente lo rappresenta poco e non convince chi conosce anche solo parzialmente i dischi successivi. Buckmaster è un tipo vulcanico e fortemente carismatico, di lui Branduardi racconta una vibrante sceneggiata in Piazza San Pietro che per poco non causò l’allontanamento da parte dei gendarmi dello zelante evangelico che tuonava contro i mercanti del tempio. Ma al di là degli episodi di colore restano di questa opera prima almeno due brani che anticipano il Branduardi futuro: “Il tempo che verrà” con una frase di archi già estremamente energica e vibrante e la delicata “Lentamente”, un idillio in re maggiore tra realtà e fantasia. Voto 8

 

La Luna (1975) Qui c’è già pienamente Angelo Branduardi: la sua musicalità, la sua poetica, il suo mondo. Il titolo spontaneamente suggerisce atmosfere rarefatte, umbratili e sognanti ma la scrittura è già matura e rigorosa. Scelte armoniche inconsuete, accordi diminuiti, una strumentazione ricca che valorizza più tradizioni: da quella latinoamericana con il quatro andino al bouzouki dell’area balcanica. Almeno quattro i brani che si collocano nel novero delle composizioni più riuscite di Angelo: “Confessioni di un malandrino” sulle parole dell’amatissimo poeta russo Sergej Esenin cui Branduardi era convinto di somigliare non solo fisicamente, “Tanti anni fa” con l’accenno misterioso ad una donna abitante del lago, vero e proprio motivo ricorrente della letteratura romantica, “Gli alberi sono alti”, ballata scozzese già cantata da Joan Baez e Alan Stivell, che Branduardi impreziosice con un fitto contrappunto di quatro e chitarre clasiche, e ovviamente “La luna”, una fiaba condensata in pochi scorci , con la melodia iniziale affidata al flauto dolce su un tappeto che letteralmente pullula di strumenti a corda.  E c’è già molta poesia nel disco: oltre al già citato Esenin e agli influssi romantici spunta la grecità arcaica con Notturno, una lirica scritta dal poeta greco Alcmane risalente al sesto secolo avanti Cristo. Voto 10

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