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se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

Vienna: il turno di guardia per la primavera

Se qualcuno vi dice che il ritmo della vita viennese è lontano dalle nevrosi di altre capitali occidentali, che la pausa pranzo sembra più lunga e rilassata, che nell’aria si percepiscono ancora vaghe tracce di una qualche gioiosità fosse anche un po’ imbarazzata, be’ se vi dicono questo non abbiate paura dello spettro del luogo comune, perché si tratta di un’impressione chiara e comprovata. Solo in una città così una mano formatasi alle finezze estetiche ha potuto scrivere in un fazzoletto di verde pubblico “Qui si risveglia la primavera. Si prega di non disturbare”.

Città avviluppata sulla propria storia con i cerchi concentrici del Gurtel e del Ring che la cingono racchiudendola come una spirale che punta centri onusti di passato ma praticamente nulli sullo scacchiere politico-commerciale contemporaneo…chi andrebbe a cercare lo spread rispetto ai mercati viennesi? Chi a cercare sconvolgenti pizzini e vari leaks a due passi dallo Hofburg dove ancora esibiscono le loro volute innaturali e sublimi i cavalli lipizzani e l’aroma di sterco umetta l’aria senza remora alcuna?

Vienna è ancora la città del walzer, dove il Bel Danubio blu risuona perfino lindo e pinto dalla toilette del sottopassaggio dell’Oper Ring, dove d’inverno si estraggono in una lotteria i biglietti per il Concerto di Capodanno dell’anno successivo, dove perfino la salita verso la Gloriette sopra Schoenbrunn preferisce le curve suadenti come un ritmo ternario alla banale unidirezionalità di una strada dritta in salita, martellante come un 2/4 di marcia.

Superiore e più forte di ogni demitizzazione il walzer resiste perché nasce come qualcosa di trasversale alle classi sociali, alla cultura, ai gusti. Pensate, nel 1781 l’imperatore Giuseppe II potè invitare al ballo di corte ben tremila concittadini senza troppie ricerche di accrediti o di pedigree galanti. Qualcosa che in Francia nessuno si sarebbe sognato di fare.

Ricordo perfettamente un giovane ricercatore di filologia classica all’Università di Graz che in un capodanno romano negli anni ’80 dopo aver disquisito di autodeterminazione dei popoli sfruttati dal capitalismo internazionale si illuminò ballando in dieci metri quadri di una casetta del quartiere Aurelio proprio il Bel Danubio Blu. E penso a questa vitalità al di là di ogni posibile critica oggi guardando un ragazo che fa evoluzioni con la bici di fronte al monumento di Francesco I col berretto girato e la visiera che gli insidia la nuca e le ruote del suo funambolico mezzo che stridono sul selciato. Anche questo è walzer – mi dico -anche questo è ritmo che gira su se stesso e non ha voglia di cercare nient’altro che la propria gioia. Intima e coerente. E possibile per tutti.

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