vocisullaluna

se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

Il Mare di Angelo Branduardi

Le età della vita di Caspar David Friedrich

Da La musica è altrove: il mare di tante canzoni: luogo di desideri, sogni e illusioni. Spazio per misurare la speranza, per immaginare il domani o attendere un ritorno…

Uomini di fronte al cielo, figurine di fronte a un orizzonte smisurato. Come in un quadro del pittore tedesco Caspar David Friedrich che si chiama le Età della vita. Su un piccolo promontorio di fronte al mare giocano due bimbi in compagnia dei loro genitori. Poco più indietro, apparentemente defilato, un vecchio, probabilmente il nonno, che si gusta la scena. In realtà queste figure occupano una piccola porzione del paesaggio e dello sguardo dell’osservatore, che viene inesorabilmente attratto da una serie di imbarcazioni sistemate come lungo una scala di grandezze: la prima e più vicina è poco più di una barchetta da diporto, l’ultima, quasi sfocata all’orizzonte dà l’impressione di essere un maestoso veliero.
Come queste navi le figure di molte canzoni sfilano verso l’infinito; eppure, e questo è quello che ci interessa, la presenza di un orizzonte, di un contesto smisurato non le sminuisce, anzi le rafforza come se fosse un accumulatore che rilascia energia fantastica di immaginazione. Il piccolo davanti all’infinito si accende e si accende di un valore che proprio grazie alle misure di immenso che ha di fronte ne assorbe il fascino. Come per osmosi.

Barche di carta, canzoncina apparentemente tenue e spensierata, la prima nella discografia di Branduardi ad avere un ritmica quasi reggae, fa esattamente questo. In primo piano ci sono i bambini che giocano sulla spiaggia

Giocano i bambini
tirando un aquilone
piangono e poi ridono
guardando verso il cielo

Fanno piccole barche di carta
per attraversare il mare…
che sempre va sempre va
e sempre va sempre va

Ma intanto all’orizzonte sta accadendo qualcosa di molto più serio e misterioso

Grandi navi si perdono in mare
in cerca di chissà che
i bambini raccolgono conchiglie
per ascoltare il mare…
che sempre va sempre va
e sempre va sempre va

I bambini sono inconsapevoli dei traffici e delle ambizioni che muovono le grandi navi verso orizzonti lontani. Questa lontananza, però, questa incongruenza tra ideali e aspirazioni così diversi non li sminuisce, non deprime la portata dei loro piccoli immensi desideri.
Il mare, infatti, i bimbi lo trasportano nella loro vita immaginandone il suono nel cavo della conchiglia, nei suoi ghirigori perlacei. E lui, il mare, resta misterioso, arbitro indifferente degli uni e degli altri, e sembra avere sempre l’ultima parola

Fanno fragili castelli di sabbia
che poi distrugge il mare
fanno fragili castelli di sabbia
che poi distrugge il mare…
che sempre va sempre va
e sempre va sempre va

Ineluttabile, come la clausola ritmica che puntualmente accompagna il finale delle strofe, il mare sempre va.

Vale per il mare lo stesso discorso che abbiamo fatto per gli animali simbolici, ma che in questo caso diventa ancora più radicale.  Il mare contiene, delimita la terra e assieme include l’idea dell’oltre che pare contendere al cielo. Guardando il mare, la linea dell’orizzonte è un limite fisico e insieme una barriera paradossale e mai definitiva perché muta secondo il nostro punto di vista, secondo quanto ci addentriamo nei suoi possedimenti azzurri. Già solo con l’esserci è destinata ad essere superata. Ma è sempre là, all’infinito.
Così il mare nelle canzoni di Branduardi si presenta come con una M maiuscola gigantesca, lettera di orizzonti smisurati e ammalianti, per una parola che è carica di storia, di valenza simbolica, sembra quasi crescere di tutti gli sguardi che l’hanno riempita di sogni. Il mare immenso ma anche il mare dei nostri pomeriggi. Può essere osservato percorso, addirittura misurato, eppure indica sempre come la celebre poesia di Montale “quel più in là che sta scritto su tutte le cose”.

Non c’è più tempo per noi
tempo non è per noi
che nella notte senza luce
misuravamo il mare

Canta Branduardi ne La Tempesta, una delle sue canzoni più recenti che si ispira a un celebre pezzo di Boccherini, suonato anche con il violino dal protagonista del film Master and Commander con Russel Crowe, non per nulla ambientatosul mare a differenza della musica originale di Boccherini ispirata a una festa cittadina.
Nel testo della canzone splende il contrasto tra chi percorre le acque in lungo e in largo tanto da poterle quasi misurare e il tempo che sovrasta tutto e sembra inghiottire ogni cosa tant’è che la voce cantante cede al suo dominio dichiarando che

Se la vita è tempesta
tempesta allora sarà

dando il via a un vorticoso arpeggio di violini

Davanti al mare si consuma il desiderio e la speranza della donna del marinaio che scruta i volti di chi arriva per scorgervi i tratti dell’uomo che l’ha lasciata con una promessa

Cerchi il sorriso con cui ti lasciò
tra i solchi scuri che il tempo
disegna sul viso di chi naviga il mare
ed è sempre domani e se il cielo vorrà.
Te l’ha giurato e sai tornerà
l’uomo che amavi non mentiva mai

Anche qui è il tempo ad aggiungere una nota di mistero e ineluttabilità. Anche qui il desiderio di una creatura appare cosina flebile e minima rispetto a grandi disegni provvidenziali, enigmatici o tragici che ci consumano in lontananza, destini che si può solo immaginare, anzi tentare di decifrare nei volti di altri marinai, nelle rughe di un lavoro visto in tutta la sua portata assieme romantica di evocazione di avventure lontane, ma anche di umana e concretissima fatica di vivere. Ci basta quella parola solchi per vedere e rivedere tanti quadri di sbarchi di ieri e di oggi, lieti o drammatici.
La donna si affida alla promessa, a qualcosa di estremamente umano abbracciato però con la certezza della verità.
L’uomo che amavi non mentiva mai, e qui il tu della canzone sembra una carezza sul desiderio, la conferma che la sicurezza espressa da quell’avverbio ‘mai’ (pure con la sua M bella stampigliata maiuscola), sia addirittura più forte del tempo, delletempeste, intemperie, delle distrazioni, del destino e della morte, forse. E’ una creatura la donna, assolutamente invincibile, forte di una fede incrollabile nella promessa per cui aspetta serena perché la verità espressa nella testardaggine del suo desiderio deve avere la meglio su tutto: da qualche parte o in qualche tempo lontano, ma deve esserci l’adempimento di quella promessa.

Siamo quindi tornati al concetto iniziale: il mare col suo sapore universale che può contenere come oltrepassare ogni cosa, dà senso alle speranze o pare algido e indifferente come una divinità greca. Ma è comunque così profondamente simbolico da poter accogliere tutti gli altri mari della nostra esperienza e dell’immaginazione. E’ un mare per desideri, tempi ed esperienze forti, esperienze limite, quelle che forgiano nel profondo il carattere di chi lo attraversa ma anche semplicemente di chi lo contempla, di chi assorbe senso dalle proprie azioni, ma anche da quanto legge, ascolta, vede nella gloria della realtà. Insomma non è il mare dei marinai di Dalla e De Gregori per i quali il problema sembra essere solo quello ‘di baciarsi tra di loro e rimanere veri uomini però’.
E’ questo uso di valori simbolici, di sentimenti profondamente umani e umanamente profondi, di attimi e descrizioni in cui l’individuo si gioca di fronte a un destino, che marca la differenza, la distanza tra il mondo di Angelo Branduardi e quello di altri pur validissimi artisti.  Oggi sembra quasi impossibile che canzoni con questi testi scalassero le hit parade, che venissero fischiettate per la strade non da nerd frustrati o giovanotti timidi, ma da una gamma di pubblico che comprendeva la stragrande maggioranza dei radioascoltatori dell’epoca. Quelli ai quali non bastava la lotta partitica, che andavano al di là delle contrapposizioni ideologiche, che afferravano in questi quadri di immensità figure capaci di trasportare l’immaginazione verso orizzonti di senso, che incarnano, nella modestia apparente di una “canzonetta”, atteggiamenti e speranze universali in cui ci si può identificare tanto sono ampi ed esemplari nella loro portata poetica.
Il fascino delle sue evocazioni, assieme così vasto, solenne eppure immaginoso e a tratti fanciullesco, invita oggi come ieri l’ascoltatore, lo prende per mano per oltrepassare la soglia della consapevolezza di possedere in sé un desiderio profondo, un appetito di cose che durano, che vanno oltre e che rimandano continuamente a dimensioni nascoste nel cuore di ciascuno. Questo vuol significare la lettera maiuscola che intravvediamo in cima alle cose delle sue canzoni, è il modo di dire: attenzione può essere questo il momento di una piccola rivelazione che possiamo intuire e che promette bellezza, che è qualcosa di grande. Il mare, la tempesta, laquilone, la nebbia lontana, il silenzio di un paesaggio immenso. Sono tutte cose che accendono un’immaginazione resa in grado di porci dentro qualsiasi figura, di ampliarne il disegno e di arricchirne le parvenze e la trama.
La promessa di una bellezza evocata dalla grandezza e dalla gloria del reale se letto con l’animo poetico è perfettamente espressa da Yeats quando nconsiglia alla sua bimba di continuare a ballare di fronte al mare, a vivere nonostante tutto quel suo breve ma intenso momento di Grazia assoluta, di gustarlo, di assaporarlo, di assorbirlo nelle fibre del suo essere per fare provvista di quella gaiezza spensierata. Branduardi ha musicato questa poesia come ultima traccia del lato A dell’album dedicato alle liriche del Nobel irlandese

Ora danza là
danza sulla sabbia
e non ti curare del vento
non ti curare se fa rumore il mare
che bisogno c’è

Ora danza là
asciuga i tuoi capelli
gocce di sale i hanno bagnati
tu sei così giovane
e ancora non conosci
ora danza là

Tu il trionfo dello sciocco non sai
o la perdita dell’amore appena nato
né perché mai il migliore sene va
e lascia il grano da legare

Ora danza là
danza sulla sabbia
e non ti curare del vento
non devi temere
se ora vuol gridare
che bisogno c’è

Da una parte c’è la bimba, dall’altra gli elementi naturali che stavolta sembrano sottintendere i tormenti le difficoltà, le impossibilità che la vita le porrà di fronte. E insieme il mistero del male per cui il mondo spesso elimina e distrugge ciò che c’è di più bello.

tu il trionfo dello sciocco non sai
o la perdita dell’amore appena nato
né perché mai il migliore se ne va
e lascia il grano da legare.

Eppure, ci suggerisce Yeats, la bambina deve continuare a danzare, e non deve avere paura. Non rimarrà certo nell’incoscienza, ma in quella danza può e deve accumulare un patrimonio di gioia e bellezza da spendere poi nei momenti inevitabili di dolore, scoramento, delusione e disincanto. Quella danza allora non è l’invito alla fuga e all’alienazione, è una preghiera di speranza che si possa ripetere quel momento, e che la bambina riesca a conservarlo, perché il tempo sfila via come le navi del quadro.

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