vocisullaluna

se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

Branduardi e Yeats: io mi ricordo…

Le sagome di Branduardi e Fabrizio che emergono nel buio al primo arpeggio dei Cigni di Coole. Teatro Quirino. Roma E’ il 1986, ci sono i Mondiali del Messico: quelli del goal di maradona all’Inghilterra. Per fortuna il fuso orario aiuta e così posso godermi il concerto in pace con la prospettiva pallonara notturna.

Ma a quell’arpeggio lì, dimentcio ogni scadenza oraria  e mi perdo in quella suggestione. Le  chitarre  che sembrano  sospingere fisicamente in avanti la melodia con gli accenti spostati sulle note finali di ogni battuta, comea  imitare l’andamento dei cigno sull’acqua, proteso in avanti ma con olimpica compostezza.  
Non vedi le zampe del cigno. Vedi solo la sua sagoma che avanza e pare non fare alcuna fatica.

Poi ci sono stato a Coole. E’ vicino a Galway costa ovest dell’Irlanda. Nel libro descrivo così l’impressione del paesaggio. Leggetevela, ma se programmate un viaggio nell’Isola di Smeraldo andateci di corsa, ve lo garantisco: è uno spettacolo magnifico

Coole Park: chi lo ha visitato mantiene negli occhi l’idea di una cattedrale di verde, l’ingresso attraverso una navata dove alberi giganteschi si piegano a formare quella che sembra la volta a crociera di una chiesa gotica. E’ un viale lungo qualche centinaio di metri che immette in una radura più ampia. Di lì un dedalo di sentieri più stretti che attraversano sette boschi di specie arboree differenti. In fondo a uno dei percorsi lo specchio di un piccolo lago allungato e stretto, dalle rive fangose punteggiate di canne e vegetazione bassa. Silenzio. Rotto soltanto dai colpi d’ala di una frotta di cigni selvatici che di preferenza nidificano su uno degli isolotti adiacenti alla sponda opposta.

Ma Coole Park non è soltanto un incanto naturale. Qui lady Augusta Gregory, una delle madrine del Rinascimento Celtico ospitava in una villa in stile vittoriano artisti, scrittori e poeti impegnati nel suo stesso programma culturale: valorizzare il patrimonio di storie racconti e immaginazione del popolo irlandese, facendosi voce di una tradizione sopita ed accompagnare così la presa di coscienza di una nazione sottomessa allo straniero e condurla meglio sulla strada dell’indipendenza anche politica dall’Inghilterra. Siamo verso la fine dell’Ottocento, il secolo dei popoli che si risvegliano, e il giovane Yeats aderisce al programma soprattutto perché ha bisogno di interlocutori e di un riferimento storico al proprio fantasticare.

Ma la politica e il revanscismo restano per lui in fondo dei gusci vuoti, in ogni momento Yeats si sente provocato dalla sfida con il reale, che attaverso la natura ispira nell’uomo un senso di bellezza fragile, costantemente messo in pericolo dallo scorrere del tempo, da una materia che sembra proseguire per le sue vie di mutazione e abbandono incurante dello sguardo dell’uomo che – come i discepoli sul Tabor – vorrebbe fissare la sua emozione di meraviglia per sempre

Io le ho viste creature di luce/ così ora è triste il mio cuore/tutto è cambiato da quando io /per la prima volta su questa spiaggia/potei udire sul capo/come campane il battito delle loro ali/e ascoltando allora io camminavo/con passo più leggero/

E l’illuminazione di un momento che deve fare i conti con gli anni che passano: infatti secondo le parole stesse del poeta è il diciannovesimo autunno dal giorno in cui contò quei cigni per la prima volta e ora il sentore di perderli è più forte dell’incanto che ancora contempla

Navigando risalgono nell’acqua/ i loro cuori non sono cambiati/passione conquista li accompagnano/ovunque essi vadano vagando/ma ora lenti scivolano sull’acqua/misteriosi e belli./Tra quali giunchi faranno il nido/presso la sponda di quale lago/porteranno delizia agli occhi degli uomini/il giorno in cui mi sveglierò/ e scoprirò che se ne sono volati via

La polifonia, l’intarsio delle chitarre di Branduardi e Fabrizio traduce in musica il  senso di uno spettacolo che si dipana davanti agli occhi del poeta ma sembra scivolare via, allontanarsi, perché ubbidisce a una legge di natura di cui l’uomo contempla esclusivamente il riflesso sul piano dell’emozione. E’ uno spettacolo, d’accordo, ma che inesorabilmente imbocca la via dell’abbandono per abitare solo la memoria. Così l’arpeggio della chitarra principale ha l’accento costantemente spostato sul tempo debole della battuta, come se trascinasse via la melodia che la seconda accenna solo con qualche nota. Per tutta la durata del brano anche le percussioni  in controtempo rispetto al canto non fanno altro che spingere costantemente le parole in avanti fino all’ultima strofa solo musicale che si spegne glissando sull’accordo conclusivo.

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Un pensiero su “Branduardi e Yeats: io mi ricordo…

  1. “Confessioni di un malandrino” (non Yeats ma Esenin)
    è la mia preferita. L’ho sempre letta (e ascoltata) in senso vagamente autobiografico.
    Sai che Branduardi è nato a pochi chilometri da casa mia?
    Auguri per il blog Saverio: molto bello.

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