vocisullaluna

se esiste il senso della realtà deve esistere il senso della possibilità

Un contest per la Musica è altrove

Da domani, 23 maggio si apre un ‘contest’ una gara di branduardiana competenza articolata in una serie di domande a risposta multipla. saranno disponibili sul profilo facebook dell’editrice Ancora a questo indirizzo  https://www.facebook.com/pages/Ancora-Editrice

Nel frattempo per cominciare a darvi qualche istruzioncella eccovi un mio breve testo sul mitico LP Concerto del 1980…magari dentro c’è qualche dato che può aiutare…

Un anno mirabile per Angelo Branduardi quel 1980. Il triplo LP Concerto, con tanto di film proiettato nelle sale, sugellava in estate il tour del disco Cogli la prima mela, uscito nell’autunno del ‘79: oltre due ore di musica a riassumere fin lì la carriera dell’artista lombardo che proprio in quei mesi aveva compiuto trent’anni e aveva già in cascina cinque album dei quali almeno altri tre di altissimo livello musicale: la Luna, Alla Fiera dell’est, la Pulce d’Acqua. Di più: in un’epoca in cui i concerti oceanici sono avvenimento raro, Angelo raduna quasi duecentomila francesi giubilanti alla festa del quotidiano “l’Humanite” a Parigi, ma anche in Italia il pubblico dei concerti del “menestrello elettrico”, come lo avevano ribattezzato per l’occasione i francesi – popolo non propriamente incline ai complimenti ai cugini cisalpini – si conta in decine di migliaia. Basti pensare che a Roma solo due mesi dopo il concerto di apertura del tour – bagnato da un fortunale che fece ripiegare il pubblico atteso a Villa Pamphili in un teatro tenda ridotto, come disse Angelo a “vasca da bagno” – il Palaeur viene stipato – è il 19 novembre – da oltre ventimila persone. E cifre analoghe si registrano anche nella prediletta Germania, il Paese europeo che da sempre tributa a Branduardi il giusto omaggio ad ogni esibizione.

“Concerto” a risentirlo esattamente a trent’anni di distanza è un disco che incanta, stupisce e commuove. Non c’è quasi nessun brano di qualsiasi altro cantautore o musicista pop/rock dell’epoca che in una piega dell’arrangiamento, nei timbri, nelle soluzioni melodiche, nella scelta degli strumenti non si porti dietro lo spirito di quegli anni, non abbia la sigla indelebile di certo gusto oramai mutato. Branduardi no. I 22 brani di Concerto (di cui sei in lignua inglese) potrebbero essere stati pubblicati l’altro ieri e non si sentirebbe. O meglio. Si sentirebbe la differenza. Con tutto il resto. Oggi come ieri.

Qui c’è anzitutto una festa di musica, una celebrazione di creatività che si impone artigiana e spavalda assieme. Le diverse tracce ad ogni passaggio risultano rivissute e rimodellate. Dal torso del brano così come è inciso negli LP, il gruppo ricava spazi nuovi, mutamenti armonici, svolte melodiche imprevedibili. L’impressione è che sul palco possa semopre accadere qualcosa di nuovo. E questo è quanto fa la musica. A qualsiasi livello. Quando è anzitutto vera.

Il cast è eccellente: Maurizio Fabrizio, anzitutto. Arrangiatore di Angelo, “l’altrà metà della sua mela”, ma anche chitarrista finissimo e inventivo, sebbene fagottista di formazione e direttore d’orchestra. Franco di Sabatino alle tastiere, Gigi cappellotto al Basso, Roberto Puleo alla seconda chitarra e al bouzouki. E ancora un quartetto d’archi più flautisti e cornisti che si alternano. Da ultimo, ma non da meno, il gruppo popolare sardo di Luigi Lai alle launeddas, strumento a fiato antichissimo valorizzato da Angelo nel disco la Pulce d’Acqua nel 1977, quando Peter Gabriel doveva ancora pensare a sparare alle scimmie e non produceva etichette di world music: sintagma ancora ignoto ai vocabolari e ai media.

Proprio sul versante dei media e della cosiddetta critica musicale – qualcosa di penoso nel nostro Paese quando si abbandona il versante classico o il jazz – Angelo Branduardi paga dazio per la sua inattualità. Difficile collocarlo: cos’altro è il termine menestrello se non un mieloso e infantile escamotage per chi non riesce a trovare la nicchia giusta, per chi pensa che giudicare musicalmente un musicista faccia scappare il pubblico e che un “vero critico non debba sapere troppa teoria altrimenti perde il giusto mood”?

La sua musica è troppo articolata e complessa per il pop, non ha la timbrica, l’aggressività preconfezionata, la melodia a riff del rock di consumo di allora che ha appena abbandonato la sontuosa stagione del progressive, non sfrutta gli stilemi del canatutorato classico, ed ha chitarre che non si umiliano ad arpeggiare l’accordo come fanno all’epoca De André (Creuza de Ma, in cui finalmente l’artista supererà la sua autodefinita balbuzie melodica, è datato 1984) e Guccini, ma divengono voci autonome nella tessitura della canzone. Nello stesso tempo per quanto piena di echi, la sua musica rifugge l’idea di arte: “sono un artigiano – dirà in un’intervsita Branduardi – Artista è Bach”.

Ecco allora che per spiegarsi questo musicista riccioluto si indulge al biografismo – il piccolo genietto che frequenta il conservatorio di Genova ma è gracilino e curvo sul violino – o al sociologismo – uno dei pochi libri dedicati a Branduardi si intitola significativamente Vita da fan e segue le dinamiche della musica come oggetto di culto più che espressione artistica – . Più facile ancora il ricorso all’intervista su questo o quel settimanale che lo inquadra come un’eccezione genialoide e si rifugia nelle confessioni o nell’idillio bozzettistico – che bello l’artista che veste di musica i testi di sua moglie!.

Qualcuno, più cattivo, lo accusa di plagiare brani popolari che Angelo peraltro regolarmente cita nelle note dei suoi dischi e che mai disconoscerà in tutta la sua carriera; ma torneremo in un prossimo pezzo su questo concetto di creatività come artigianto, come qualcosa che non nasce spontaneamente ma parafrasa cita e amplia quanto di buono sia stato già espresso.

Ci resta ancora un po’ di spazio per fare noi allora un po’ di informazione di servizio, anche se a trent’anni di distanza, e provare a fare da tramite tra quella musica e i potenziali ascotatori di oggi, anche se il miglior consiglio è inserire il Cd, oggi doppio, in un lettore e lasciarsi portare dalla pura ebbrezza musicale. Sì, perché “Concerto” inizia con una ipnotica introduzione di tastiere che cedono il passo al faluto dolce accompagnato da due chitarre acustiche che a loro volta  lentamente modulano tra tonalità distanti e verso la tonica della canzone d’apertura “L’Uomo e la Nuovola”, riletta con grande impatto espressivo senza farsi mancare neanche un watt. A quersto punto siete già immersi nel mondo di quella musica e l’artigiano vi sta dandfo le coordinatye giuste per parteciparvi. Rigore esecutivo e sogno. Segue una versione similcountry di “Tanti Anni fa” con la chitarra di Randy Jackson, virtuoso inglese di grande inventiva. Potete poi, perché è un evergreen da riascoltare comunque, spostarvi più avanti fino alla quinta traccia: una versione de Alla Fiera dell’Est registrata all’Arena di Verona dove forse però l’improvvisazione al violino è più povera di altre occasioni così come l’acustica non è proprio da strapparsi i capelli. Riuscitissimo invece, ma non è una novità, il duetto con Maurizio Fabrizio per “Confessioni di un malandrino”. Proprio in questo brano come ne “Gli alberi sono alti” o ne “Il Ciliegio” è un piacere, dopo un po’ di pratica d’ascolto, seguire le parti delle due o più chitarre:un intarsio rigoroso ma fortemente espressivo di vie melodiche da esplorare a proprio piacimento. La musica che si fa commento di se stessa seguendo i modi antichi del contrappunto.

Opulente e concentrate le versioni de “La Pulce d’Acqua” e “Ballo in fa diesis minore”. Strumentazione meno ricca, ma ci si rifà sulla forza espressiva. Dove non manca la delicatezza e le sottigliezze è nella struggente versione de La Luna, introdotta da un lungo dialogo tra chitarre elettriche suonate come fossero classiche flauto dolce e piano elettrico che pare una celesta. E ancora: In “Re di speranza”, che tra l’altro è la canzone d’apertura del primo disco di Branduardi datato ’74. l’accompagnamento “live” è del Banco del Mutuo Soccorso storica colonna assieme alla PFM del “progressive” nostrano. Ne Il Poeta di Corte che chiude come primo bis l’album, c’è un godibilissimo interplay tra il violino di Angelo e le Launeddas di Lugi Lai per un finale in crescendo dove la musica sommerge anche la voce arrochita dalle tra ore di concerto di un menestrello oramai stremato.

Saverio Simonelli

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